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Body shaming e body positivity tra cultura pop e videogames
La rappresentazione del corpo tra social network e industria videoludica


Di fronte alla violenza possiamo rispondere alla maniera del detto “occhio per occhio, dente per dente”. Oppure l’occhio possiamo anche chiuderlo. Ma non era la stessa parte del corpo nota per “volere la sua parte”? Ebbene sì, ed è quello che ognuno di noi deve soddisfare guardando se stessi, piacendosi e accettandosi, seppur scendendo a qualche compromesso. Parliamo infatti di quel fenomeno comunemente (e genericamente) noto in Italia come “bullismo”, ma in questo caso vogliamo essere più specifici e scendiamo nel dettaglio. Si tratta del mancato rispetto per il corpo degli altri, per il suo aspetto estetico, che ancora oggi viene giudicato. Spesso (e non volentieri) amaramente. In inglese il termine di questo fenomeno è “body shaming“, recentemente affrontato a viso aperto da diverse star del cinema e della cultura pop con il movimento uguale, ma contrario: “body positivity“.

I casi di bullismo su questo tema sono purtroppo innumerevoli e sempre recenti. Chiaramente il mondo dello spettacolo è estremamente esposto a questo atteggiamento. Un piccolo, grande gruppo di persone che rappresenta però una situazione ben più ampia e diffusa nella quotidianità dei cosiddetti “NIP” (non-important people, ndr). A che punto siamo oggi con l’accettazione e il rispetto del proprio corpo, non solo ai nostri occhi, ma anche a quelli degli altri?

Quando il “body shaming” colpisce i famosi…

Ne hanno parlato pochi mesi fa le star dei social network, tra personaggi (più o meno) famosi e influencer. Da Chiara Ferragni a Aurora Ramazzotti, con le loro foto dove mettono in mostra quelle imperfezioni fisiche spesso nascoste da un po’ di trucco e Photoshop ad hoc. Passiamo poi alle recenti affermazioni di Emma Marrone a X Factor. per supportare la giovane concorrente Hell Raton, fino ad Armine Harutyunyan, la modella per Gucci, vittima di body shaming per la sua esteriorità dalla bellezza non del tutto canonica, almeno secondo il pubblico occidentale. Il messaggio che emerge è sempre lo stesso: non è possibile piacere a tutti, ma è importante che si piaccia a se stessi e che ci si accetti per quello che si è. Senza dimenticare che lo stesso rispetto portato a noi stessi, lo dobbiamo anche al nostro prossimo.

Quest’ultima teoria però non è di certo condivisa da tutti coloro che hanno sollevato polemiche alla modella di Gucci adesso, o che hanno bullizzato Tiziano Ferro nella sua adolescenza, come racconta lui stesso nel nuovo documentario Ferro, su Prime Video. Queste le sue parole a tal proposito, mentre si racconta sin dai primissimi minuti del film: “Anonimo. Non bello, per niente atletico, anzi grasso, timido. […] I ragazzi mi chiamavano ciccione, femminuccia, sfigato […]. Non ho mai saputo difendermi, aspettavo e speravo che qualcuno lo facesse per me, ma non arrivava mai”.

Sono le parole di chi oggi, “alla sua età”, ha trovato il suo equilibrio e la sua felicità, come una persona dalla vita fin troppo normale e quasi noiosa, come si definisce scherzosamente. Un equilibrio raggiunto però dopo aver attraversato le turbinose acque del dolore e della solitudine, tra perdite di peso notevoli e altre sfide che la vita gli ha sottoposto.

Una persona oggi famosa, ma non per questo di amianto e inattaccabile, soprattutto all’epoca dei fatti. Un insegnamento che ribadisce quanto siamo fallibili e universalmente esposti alle tempeste della vita, e che solo il tempo ci consente di rafforzarsi e forgiarsi contro queste difficoltà. E a maggior ragione, più si tratta di persone famose, più rimangono esposte ai venti delle critiche e degli attacchi, che soffiano sempre fortissimi. Dunque, che fare? Nel dubbio, astenersi? Non si può più esprimere il proprio parere, anche quando si è in buona fede, per paura di essere fraintesi? Tutto sta, come sempre, nelle buone maniere e nella misura delle proprie parole. In alternativa, si risponde “praticando l’allegria”, come direbbe Jovanotti.

… e coinvolge anche il mondo dei videogames

Ebbene sì, è così che, non senza fatica, si mette da parte quello che potrebbe essere visto come pudore, vergogna, paura del giudizio. Arriva il momento in cui si strappa il cielo di carta pirandelliano e si rivela al mondo che anche il corpo di un  personaggio famoso ha le sue smagliature, le sue imperfezioni. Queste vengono denunciate proprio sui social, prima che la stampa si butti sul classico paparazzo estivo con imbarazzanti foto in costume.

Sono fatti che rimangono staticamente sulle pagine di una rivista sbarazzina? O sulle foto di un social network che dopo qualche giorno sono cadute nel dimenticatoio? Niente affatto. Ormai lo sappiamo bene, il mondo virtuale ha significati e spessori molto più importanti di quanto possiamo immaginare, e il tema della rappresentazione del corpo non lascia esente nemmeno questo settore dell’intrattenimento.

Se considerassimo una vasta gamma di personaggi, possiamo recuperare esempi di fattezze sovrappeso, con alcune differenze chiave tra gli avatar maschili e femminili. Facciamo riferimento a titoli quali Dragon Age, i personaggi di Clotho e Euryale in God of War II, Darlene di Dead Rising 3, il personaggio materno in The Binding of Isaac. O ancora, Insane Cancer in Silent Hill, Sullivan Knoth in Outlast 2, e Alex e Luca in Prey.

In particolare, gli antagonisti femminili di corporatura grassa risultano grotteschi in relazione ai loro caratteri sessuali, Dall’altro lato invece, la loro controparte maschile è grottesca per via della propria ricchezza, pigrizia, per abitudini alimentari compulsive o infezioni. In ogni caso, la grassezza è associata alla cattiveria, alla follia, alla disabilità  e all’orrore del corpo.

Tutta colpa della comunicazione, nel bene e nel male

Un corpo non normopeso. Un corpo non nella norma. Non normale. E per questo offeso, denigrato, che si tratti di qualche chilo in più o in meno, perché chi punta il dito forse non si rende conto di quanto l’altro voglia solo sparire, cercando conforto in quantità sempre maggiori di cibo, o riducendosi all’osso per le proprie ansie e paure. O ancora, soffre di qualche disturbo fisiologico difficilmente risolvibile. Sono tutte condizioni che non sono state scelte, ma subite. Perché soffrire doppiamente dunque, portando il fardello di un fisico che non è come si vorrebbe, oltre ad accuse stupide e volgari che feriscono ancora di più e alimentano il body shaming?

Nel 2019, la cantante Demi Lovato si scagliava su Instagram contro l’annuncio del gioco di ruolo Game of Sultans, secondo cui un personaggio veniva descritto come “obeso”, a differenza di quello al suo fianco normopeso, e dunque “carino”. Una comunicazione bigotta, stereotipata e offensiva, dettata dalle pressioni sociali che la cultura alimentare ci impone, senza valorizzare mai abbastanza quanto sia corretto l’equilibrio nella dieta quotidiana. Anzi, spesso sottolinea come la perdita di peso sia il solo valore aggiunto per dimostrare che il proprio corpo è sano.

Non tutti i videogiochi però lanciano messaggi fuorvianti. La storia parla anche di titoli, in particolare Animal Crossing: New Horizons, spesso sfruttati per promuovere iniziative interessanti. Uno degli esempi più recenti è dato da Gillette e Givenchy con la campagna a tema “body positivity” all’interno del titolo in esclusiva per Nintendo Switch. Hanno infatti proposto forme fisiche “particolari” per i propri avatar. Tra questi, vitiligine, cicatrici, smagliature, protesi per arti; un modo per affermare che non c’è niente di anormale in un corpo con queste caratteristiche, fa parte della vita quotidiana. Una dimensione che entra sempre più a far parte del mondo videoludico, anche con queste modalità.

Chi si vergogna, è perduto

La domanda che ci siamo posti sin dall’inizio è: perché deridere e sentirsi derisi? Perché offendere e subire? Perché non andare oltre le apparenze? Non lo hanno fatto coloro che hanno mosso critiche al personaggio di Abby nel discussissimo The Last of Us 2, e non solo per il suo ruolo nella trama, ma anche per il fisico. Probabilmente, non hanno riflettuto abbastanza a lungo, se si sono affermati al mero paragone di “muscoloso” come sinonimo di “mascolino”. Quindi non canonico, ancora una volta non normale. Ogni volta che un corpo va fuori dai canoni, è sbagliato e oggetto di critiche, facendolo vergognare, cadendo vittima di body shaming ancora una volta.

Ricordiamo però che i canoni sono figli di culture e tradizioni che, come è normale che sia, sono sempre diverse tra loro. E soprattutto, sempre Abby va doppiamente oltre lo stereotipo: una donna muscolosa, ma altrettanto fragile. Dunque, è facile (ma non troppo) tirare le somme del nostro discorso: non si giudica un libro dalla copertina, e non dovremmo nemmeno farlo dopo averne letto capitoli e capitoli.

Ognuno di noi è un’opera incompiuta, un libro in divenire e in perenne lavorazione, difficilmente giudicabile nella sua interezza, con le sue pagine spiegazzate e quelle invece in ordine e ben stese. Siamo tutti figli dei nostri difetti: miglioriamoli nei limiti del possibile e accettiamo quelli che non possiamo modificare. Non sarà di certo un’offesa a renderli migliori o a farli scomparire, ma si fa prima a far scomparire l’offesa stessa e con lei l’intero fenomeno del body shaming.


Francesca Sirtori

Indielover, scrivo da anni della passione di una vita. A dispetto di tutti. Non fatevi ingannare dal faccino. Datemi un argomento e ne scriverò, come da un pezzo di plastilina si ottiene una creazione sempre perfezionabile. Sed non satiata.