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Gli scienziati cinesi annunciano: scoperto Dragon Man, nuova specie umana

La specie, sorella dei Sapiens, sarebbe vissuta circa 146mila anni fa. I dubbi della comunità scientifica

Dragon Man: dietro questo nome suggestivo si nasconde una notizia che, se verificata, ha del clamoroso.

A diffonderla è stata la rivista The Innovation: tre studi coordinati dall’Accademia delle Scienze cinese e dal Museo di Storia Naturale di Londra darebbero conto della scoperta del fossile di una nuova specie umana. Dragon Man, appunto.

Rinvenuta in Cina, la nuova specie sarebbe più prossima a noi rispetto all’Uomo di Neanderthal.

Se gli scienziati dell’équipe che rivendicano la scoperta sono comprensibilmente euforici, la comunità scientifica è pervasa da un certo scetticismo. Vediamo di saperne di più.

La scoperta di Dragon Man

Alcuni scienziati cinesi avrebbero dunque scoperto il fossile di una nuova specie umana, l’Homo longi o Dragon Man. Il nome deriva da quello del sito cinese in cui sono stati trovati i resti: Long Jiang, che significa fiume del Dragone.

Secondo i ricercatori, la specie sarebbe vissuta circa 146 mila anni fa, e potrebbe essere “sorella” dei Sapiens, dunque più prossima a noi dei Neanderthal.

Più precisamente, il teschio in questione era stato scoperto quasi novant’anni fa (nel 1933) nella città cinese di Harbin, ma è stato studiato e analizzato solo oggi con tecniche moderne. Il teschio apparteneva a un uomo adulto, con un cervello molto grande, arcate sopracciliari marcate e occhi incavati.

Dragon Man

Le dichiarazioni dei ricercatori

L’équipe di studiosi autori della scoperta non nasconde l’entusiasmo.

Xijun Ni, membro dell’Accademia delle Scienze cinese e autore di uno degli studi pubblicati su The Innovation, ha detto che “abbiamo ritrovato la nostra linea di discendenza fraterna persa da tempo”. Secondo Xijun Ni, la nuova specie rappresenterebbe il più prossimo parente dei Sapiens.

Un altro membro dell’Accademia delle Scienze cinese, il geochimico Junyi Ge, ha dichiarato: “Sebbene sia impossibile fissare il cranio in una datazione esatta con la tecnologia attualmente disponibile, tutte le prove suggeriscono che abbia un’età compresa tra i 138 e i 309mila anni”.

Il professor Chris Stringer Research, Leader presso il Museo di Storia Naturale di Londra, ha aggiunto: “Il cranio di Harbin è enorme, mostra il valore più grande o il secondo più grande per molte misurazioni nel nostro database comparativo sui fossili, e il suo volume cerebrale di 1420 ml corrisponde a quello degli esseri umani moderni. Mostra anche altre caratteristiche che ricordano la nostra specie. Ha zigomi piatti e bassi con una fossa canina poco profonda, e il viso sembra ridotto e nascosto sotto la scatola cranica.

È opinione diffusa che i Neanderthal formino il gruppo gemello del lignaggio dei sapiens. Ma le nostre analisi suggeriscono che il cranio di Harbin e alcuni altri fossili umani del Pleistocene medio provenienti dalla Cina formano un terzo lignaggio dell’Asia orientale, che è in realtà più vicino ai sapiens rispetto ai Neanderthal. Pertanto, l’eccellente conservazione del cranio di Harbin getta nuova luce sull’evoluzione del genere Homo”.

La scoperta del 1933

Il fossile è stato scoperto nel 1933 da un operaio edile nel cantiere di un ponte sul fiume Songhua, nei pressi di Harbin. Essendo allora la città sotto l’occupazione giapponese (come tutta la Cina nord-orientale), pare che l’operaio abbia nascosto il fossile in un pozzo. E abbia poi raccontato del ritrovamento ai familiari solo poco prima della propria morte, avvenuta nel 2018.

I familiari hanno individuato la collocazione del pozzo e donato il teschio a un’università della città di Shijiazhuang, nella provincia dell’Hebei.

Il lavoro degli scienziati

Gli scienziati hanno collegato isotopi di stronzio nei sedimenti incrostati nelle cavità nasali a uno specifico strato di sedimenti attorno al ponte, datato tra 138.000 e 309.000 anni fa. Il risultato è che le ossa hanno un’età  minima di 146.000 anni.

Gli studiosi hanno confrontato 55 tratti di altri 95 crani fossili, mascelle o denti del genere Homo provenienti da tutto il mondo.

Alcuni tratti suggerirebbero che si possa trattare di un Denisova, parente stretto dei Neanderthal, che ha vissuto nella grotta di Denisova in Siberia da 280.000 a 55.000 anni fa. E che ha lasciato tracce del suo DNA nei moderni esseri umani.

Dragon Man

La posizione della comunità scientifica

Anche la comunità scientifica è assai cauta: sembra prematuro parlare del ritrovamento di Dragon Man come della scoperta di una nuova specie. Giorgio Manzi, paleoantropologo della Sapienza Università di Roma, dice: “Non credo si possa parlare di nuova specie, né di parenti più prossimi ai Sapiens. Piuttosto di un reperto importante per definire meglio la linea dei cosiddetti Denisova, ominidi di cui conosciamo ancora poco ma che hanno avuto un ruolo importante nell’evoluzione umana”.

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Scoperti nuovi fossili dell’uomo di Neanderthal

La notizia della scoperta di Dragon Man segue di pochissimo quella di nuovi fossili di Neanderthal rinvenuti in Israele. Databili tra i 140 e i 120mila anni fa, i fossili indicano che i Neanderthal non sono originari solo del continente europeo, ma anche del Medio Oriente. La scoperta, apparsa sulla copertina di Science, poggia su due studi. Una delle quali porta proprio la firma di Giorgio Manzi.

Claudio Bagnasco

Claudio Bagnasco è nato a Genova nel 1975 e dal 2013 vive a Tortolì. Ha scritto e pubblicato diversi libri, è co-fondatore e co-curatore del blog letterario Squadernauti. Prepara e corre maratone con grande passione e incrollabile lentezza. Ha raccolto parte delle sue scritture nel sito personale claudiobagnasco.com

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