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L’Economist accusa di razzismo la politica, non la Nazionale

Un pezzo di opinione sul giornale inglese critica lo ius sanguinis, ma in Italia diciamo solo che sono "rosiconi"

Nei giorni scorsi sul sito de The Economist, giornale che solitamente non si occupa di calcio, è apparsa una fotografia degli Azzurri italiani che festeggiano la vittoria di Euro 2020. Ma dalle pagine digitali del giornale inglese non arrivano complimenti per il successo. The Economist ha accusato di razzismo l’Italia per la mancanza di giocatori neri nel gruppo che ha alzato la coppa. Le reazioni in Italia sono state tantissime, ma siamo convinti che molte perdano il punto: la critica della testa britannica va alla politica, non al calcio.

The Economist e l’accusa di razzismo all’Italia

Il calcio è un gioco, ma alcune partite possono arrivare a valere molto di più. La prima finale di un Europeo dopo la Brexit, giocata a Londra contro la Nazionale, non è un evento qualunque. Lo stesso Economist fa notare come la vittoria italiana sia un “una spinta positiva per il ferventemente comunitario Primo Ministro italiano Mario Draghi e un pantano per la sua controparte a favore della Brexit Boris Johnson”. Siamo naturalmente inclini a trovare metafore ovunque andiamo a cercarle e la vittoria contro gli inglesi ci fa dire che, questa volta, siamo stati noi a cacciarli fuori.

Per lo stesso metro, l’Economist pensa che questa vittoria italiana possa essere un fattore positivo per Lega e Fratelli d’Italia. Il motivo è che “L’aspetto più impressionante della squadra di 26 uomini dell’Italia prima che entrasse in campo è che, sola fra tutti i rivali principali, non includeva nessuna giocatore considerato di colore. L’Economist fa tuttavia notare come nella nazionale ci siamo tre giocatori nati in Brasile ma di origine italiana (Jorginho, Toloi e Emerson).

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Una questione politica e non sportiva

Se l’articolo dell’Economist finisse lì (o se non si continuasse a leggere dopo il paywall del sito), molte delle reazioni viste online e sui quotidiani sarebbero giustificate. In Italia hanno già giocato atleti di colore. E infatti lo stesso Economist riporta delle due medaglie d’oro vinte da Fiona May nel salto in lungo e del passato in nazionale di Mario Balotelli. E ci sono altri esempi, da Angelo Ogbonna a Moise Kean nel calcio e altri in ogni sport. Allo stesso modo, hanno ragione quelli che dicono che il CT Mancini deve portare solo chi ritiene possa fargli vincere la competizione. E di certo ha fatto un ottimo lavoro.

Ma la critica vera arriva un paio di paragrafi dopo. “Una delle ragioni per cui le talentuose persone di colore nello sport in Italia non sono cresciuti nelle nazionali giovanili durante la loro carriera è che non sono Italiani. E così è come Mr. Salvini e il leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni vogliono che rimanga”.

L’Economist continua quindi ha parlare dello ius sanguinis, che in Italia assegna la nazionalità su base ereditaria. “I bambini nati in Italia da genitori immigrati non possono di solito diventare cittadini italiani fino a quando raggiungono i diciotto anni e solo se hanno vissuto con continuità in Italia dalla nascita”. Che non è un riassunto perfetto della normativa vigente, che prevede anche percorsi diversi per raggiungere la cittadinanza dei nati in Italia (per esempio se i genitori diventano cittadini italiani dopo 10 anni di residenza legale in Italia e i figli sono ancora minorenni). Ma che prova a spiegare perché “Circa 5 milioni di persona che parlano Italiano come prima lingua, spesso con accenti e inflessioni tipiche delle regioni italiane, continuano a essere considerate straniere”.

Il giornale inglese continua spiegando come Enrico Letta sia stato nominato segretario del PD con la promessa di introdurre lo ius soli. Ma che sia l’alleato di governo Salvini che l’opposizione di Meloni abbiamo accolto la proposta con “rabbioso criticismo”.

Secondo l’Economist c’è razzismo nell’Italia Azzura?

La questione riguardo la mancanza di giocatori di colore in nazionale non sembra un attacco dell’Economist alla nostra Nazionale. Sembra un accusa a una normativa riguardo la cittadinanza che divide il Parlamento nostrano. Noi stessi italiani, ancora avvolti dal tricolore e con le Notti Magiche della vittoria ancora freschissime nella memoria, sappiamo che questa discussione è importante. Molto più importante dell’inclusione di giocatori neri nella Nazionale: si parla di molti ragazzi e ragazze nati nel nostro Paese, non solo di quelli che giocano a calcio.

Ogni cittadino può essere d’accordo o meno sullo ius soli (anche se noi crediamo che una riforma della cittadinanza sia necessaria e urgente). Allo stesso modo, ognuno può trovare la critica mossa dall’Economist intelligente o solo un modo per attirare lettori con accuse eclatanti nel titolo e un’opinione non così ben costruita nel testo. Ma tacciare questa critica come “quei rosiconi degli inglesi ci danno dei razzisti” sembra riduttiva. Date una lettura intera all’articolo senza partire dal pregiudizio contro i “rosiconi” e siamo convinti che troverete solo un pezzo d’opinione, non un manifesto anti-italiano. E in ogni caso, la risposta a questa critica dovrebbe andare nei meriti della riforma delle legge sulla cittadinanza, non sul numero di gol segnati da Balotelli in Nazionale.

L’unica vera critica fatta alla nostra Nazionale riguarda la questione dell’inginocchiarsi prima delle partite. Che in effetti è stata mal gestita dai giocatori, forse poco preparati sull’argomento. Era un gesto contro il razzismo, inginocchiarsi solo se lo fanno gli avversari toglie qualsiasi mordente a quella posizione. Ma anche in questo caso, l’accusa dell’Economist sembra rivolta al clima all’interno del quale si è discusso gesto più che al presunto razzismo di giocatori e staff.

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L’Economist mette in chiaro che la loro critica non va verso Chiellini e Mancini ma verso Salvini e Meloni. L’articolo si chiude con “Dopo la partita di domenica, entrambi i leader di partito hanno twittato immagini dei membri della squadra italiana festanti, sorrisi larghi su ogni volto. Non farà nel male a nessuno dei due politici che nessuna di quelle facce sia nera”.

Un’opinione che potete condividere o meno. Ma quando si parla di politica si dibatte, non si tifa.

Source
The Economist

Stefano Regazzi

Il battere sulla tastiera è la mia musica preferita. Nel senso che adoro scrivere, non perché ho una playlist su Spotify intitolata "Rumori da laptop": amo la tecnologia, ma non fino a quel punto! Lettore accanito, nerd da prima che andasse di moda.

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