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Recensione Fallout 76: dura la vita nel West Virginia

Abbiamo trascorso notti insonni nel selvaggio mondo dell'Appalachia: siamo pronti per raccontarvi il nostro viaggio.

Esprimere un’opinione dettagliata su un gioco come Fallout 76 non è affatto un compito facile, soprattutto quando si tratta – almeno nel caso del sottoscritto – dell’ultima incarnazione di un franchise a cui si è particolarmente legati. Sì, perché è innegabile che il più recente RPG post-apocalittico di Bethesda abbia deluso le aspettative della maggioranza, collezionando non poche bocciature e scatenando le feroci lamentele di un pubblico sempre più esigente.

Eppure, quest’arduo compito ci tocca, perché è giusto analizzare un fenomeno così complesso e tuttavia affascinante, se non altro per discutere delle cause che avrebbero portato all’inverno nucleare di Metacritic e di svelarvi gli eventuali pregi che, nonostante tutto, ci hanno infine spinto ad assegnare la sufficienza a questo titolo. Ops, piccolo spoiler.

Fallout 76 è la scommessa persa di Todd Howard, ma è anche una produzione che merita (e meriterà) grande attenzione, soprattutto nel panorama dei GdR online. Dopo avervi parlato dell’altrettanto criticata B.E.T.A., proseguiamo dunque il viaggio nella Virginia Occidentale per raccontarvi la nostra singolare esperienza: sarà una storia di dolore e stupore, sangue radioattivo, criptidi… e bug.

L’ammaliante desolazione dell’Appalachia

fallout 76 appalachia

Tutto ha avuto inizio nel 2102, da quel Reclamation Day che ha ‘cacciato’ i giocatori dal Vault 76, uno dei primissimi rifugi antiatomici ad aver aperto le sue porte in seguito alla Grande Guerra. La scelta di ambientare Fallout 76 prima di ogni altro episodio della serie ha offerto a Bethesda l’occasione di proporci un’esperienza del tutto inedita, e un pretesto per implementare delle meccaniche che difficilmente accontenteranno ogni purista del franchise in questione.

L’intero apparato ruota intorno a uno scheletro multigiocatore che, sin dall’annuncio originale, aveva fatto storcere molti nasi, e di certo non staremo qui a ripetervi come il termine ‘singleplayer’ sia sempre stato sinonimo di ‘Fallout’. Ciononostante, nutrivamo una genuina curiosità nei confronti di questo esperimento, un progetto che il visionario Howard e il suo team hanno promosso con un entusiasmo a dir poco contagioso. Ad aver avuto la meglio sono stati però i dubbi, in parte confermati dalla prova della versione completa rilasciata lo scorso 14 novembre.

Ci siamo presi una decina di giorni per lasciarci catturare dall’Appalachia, lo sconfinato palcoscenico di questo grottesco spettacolo. Il risultato è stata una run di circa 50 ore durante la quale abbiamo potuto sperimentare le numerose abilità messe a disposizione per il nostro alter ego, così come le altrettante novità che ci hanno permesso di condividere gioie e (molti) dolori con i nostri compagni d’avventura.

Ed è proprio il setting a confermarsi uno dei principali punti di forza di Fallout 76. Il territorio corrispondente alla Virginia Occidentale rappresenta senza dubbio il mondo di gioco più vasto dell’intera serie, ma allo stesso tempo offre la più grande varietà estetica e alcuni degli scorci più belli da ammirare nella Zona Contaminata. Ma veniamo alle note dolenti. Le bellezze del West Virginia si scontrano infatti con un comparto tecnico disastroso, i cui problemi sono ormai noti anche ai non-giocatori di 76, complice la spiazzante quantità di bug e glitch presenti.

fallout 76 screen

Durante la nostra sessione eravamo giunti al punto in cui ci domandavamo se fosse più variegata la fauna che popola l’Appalachia o la mole di difetti inerente al profilo tecnico. Sì, perché le falle riscontrate non sono solo numerose, ma toccano anche ogni possibile aspetto del gioco: si va oltre i meri rallentamenti del framerate per inciampare in pop-up, texture fantasmi, animazioni ‘glitchate’ e freeze momentanei che – nel peggiore dei casi – rischiano di tramutarsi in crash del gioco.

Nei casi più eclatanti ci siamo persino ritrovati a fronteggiare nemici invisibili o esseri dalla forma indefinita che si sono infine rivelati dei comuni cani ferali, vittime dell’ennesimo, capriccioso bug. Dagli errori (e orrori) cosmetici siamo poi passati a problemi ben più gravi, come la sparizione di un obiettivo legato a una quest o un glitch di qualche sorta legato proprio all’oggetto designato dalla nostra missione. In queste situazioni è stato impossibile proseguire nell’avventura, rassegnandoci alla triste idea di dover attendere una patch risolutiva.

Paradossalmente l’unico, massiccio update (50GB, mica bruscolini) rilasciato potrebbe aver introdotto più problemi che soluzioni. Su PS4 Pro – console scelta per il test – il software sembrava aver acquisito una maggiore stabilità, salvo poi schiaffeggiarci con i soliti, debilitanti cali del framerate e con crash e disconnessioni più frequenti del solito, soprattutto quando ci si trova in Squadra.

Il tutto finisce per assumere toni ben più apocalittici di quanto visto durante le dozzine di quest della campagna; come diretta conseguenza, siamo stati travolti da uno tsunami di frustrazione e amara delusione. Certo, siamo consapevoli delle consuete problematiche che si manifestano nei titoli di Bethesda Game Studios – a maggior ragione nel caso di un open world costantemente connesso alla rete – ma questi risultati, nel 2018, sono francamente inaccettabili.

Storie di soprintendenti e di società segrete

fallout 76

Superate le enormi difficoltà scaturite dal comparto tecnico, la speranza di poter accogliere dei miglioramenti nell’immediato futuro ci ha permesso di andare avanti e di continuare il nostro viaggio, tentando di chiudere un occhio e spostando il focus sul piano prettamente ludico. Ci troviamo a tutti gli effetti davanti a uno spin-off di Fallout 4, capitolo dal quale Fallout 76 eredita gran parte delle meccaniche in esso presenti. Si spara e si esplora proprio come nel suo predecessore, ma alcune alterazioni apportate alla formula tradizionale hanno in parte stravolto i classici ritmi di gioco.

In primis c’è una completa rivisitazione del sistema S.P.E.C.I.A.L.: al posto del solito, stratificato albero di abilità troviamo così un pool di carte collezionabili, ciascuna delle quali rappresenterà uno dei Talenti che potremo sbloccare a ogni level-up – con veri e propri pacchetti ottenibili ogni cinque livelli. Nell’ottica della condivisione dei perk con i propri compagni e del costante adattamento alle varie situazioni in-game, la scelta di adottare questa versione alternativa del familiare S.P.E.C.I.A.L. si è rivelata vincente, tuttavia la nuova essenza RNG potrebbe non soddisfare tutti i veterani.

Molto meno invitante si è dimostrato invece il ‘nuovo’ S.P.A.V., meccanica che rispecchiava la principale componente strategica del combat system dei più recenti Fallout e che, in 76, subisce un importante mutamento. L’effetto rallenty ha lasciato il posto ad un sistema di puntamento in tempo reale, scelta giustificata dall’inedita impostazione online, ma che spoglia questa feature della sua originale utilità ed efficacia. C’è da dire che, visti i numerosi problemi incontrati (anche) con le hit box dei nemici, lo S.P.A.V. si è rivelato un buon alleato per poter mettere a segno anche i più semplici attacchi dalla distanza, al costo di qualche Punto Azione.

fallout 76 reclamation day

Alla terza ‘novità’ più rilevante di questo capitolo ricollegheremo i dubbi anticipativi nel paragrafo precedente. Parliamo allora dell’assenza degli NPC, ovvero di quei personaggi non giocanti con i quali avremmo interagito durante le varie quest e che, almeno nei precedenti episodi, sarebbero stati influenzati dalle nostre scelte. Nulla di tutto questo è presente in Fallout 76, che si limita piuttosto a farci conversare con robot e macchinari con l’unico scopo di poter ottenere nuovi incarichi e riscattarne le ricompense. Anche qui tale decisione può essere spiegata mediante il singolare setting del prequel, con i giocatori a ricoprire i ruoli dei soli umani presenti nel mondo di gioco. A risentirne è certamente il livello d’interazione, ma non la componente narrativa, non del tutto almeno.

Per poter udire delle voci a noi familiari dovremo ascoltare gli olonastri raccolti nelle battute esplorative, tra cui figurerà il Diario del Soprintendente: è la raccolta di registrazioni che ci guideranno lungo l’intrigante quest principale e con cui ripercorreremo i passi del soprintendente del Vault 76, per scoprire la sua affascinante storia e carpirne i segreti. La trama raggiunge picchi qualitativi notevoli, ma rischierà di annoiare diversi giocatori, non sempre disposti a leggere ogni singolo terminale trovato o ad ascoltare un ingente quantitativo di olonastri – soprattutto mentre si gioca in co-op.

A questa storyline se ne affiancheranno comunque molte altre, ovviamente, tra missioni primarie e secondarie. Diverse consisteranno nel raggiungimento di un determinato punto d’interesse e nel successivo recupero di un oggetto o di una risorsa molto ricercata. Altre, quelle più interessanti, ci permettono di fare dei piccoli viaggi temporali per indagare su terribili delitti, sui misteri legati a una società segreta ormai decaduta e sulla scomparsa dei pochi superstiti che ci hanno preceduto. È in questi ultimi casi che Fallout 76 riesce a dare il meglio di sé, riuscendo (in alcuni, rari casi) persino a superare i suoi predecessori con racconti ben congegnati e con una scrittura tutt’altro che banale.

In ogni caso, proseguendo nella nostra avventura ci imbatteremo in altri ‘dweller’ del Vault 76 e, che lo vorremo o meno, ci ritroveremo ad affrontare gli stessi pericoli di cui brulica l’Appalachia. Inevitabilmente, la narrazione principale verrà presto superata da quella emergente.

So happy together (?)

fallout 76

Prima di parlarvi del comparto multiplayer di Fallout 76 sentiamo di dover spezzare una lancia a favore di Todd Howard. Una sola, perché il carismatico game director ci ha indubbiamente illusi per tutto quello che concerne le ‘meraviglie’ tecniche del gioco, ma su una cosa ha avuto ragione: il nuovo Fallout si può giocare anche in singolo, senza alcun tipo di problema.

Nella nostra personale esperienza ci siamo spesso ritrovati a vagare da soli, magari alla ricerca di risorse per il nostro C.A.M.P. mobile – che funziona esattamente come in Fallout 4, con tutti i pregi e difetti del caso – o andando a caccia di criptidi. Queste e altre attività, in particolare quelle end-game, restituiranno emozioni decisamente più appaganti nel momento in cui decideremo di affiancare uno o più giocatori in quest’avventura. Ci siamo così ritrovati a fuggire da fameliche orde di ghoul e a scatenare un ultimo, devastante attacco contro il mostro di turno, pervasi da un’euforia che non avremmo mai pensato di percepire in un capitolo di questa serie.

La cooperazione è incentivata anche dalla massiccia presenza degli Eventi nel mondo di gioco, ovvero di quelle quest dinamiche che potremo ultimare solo in un lasso di tempo limitato e, possibilmente, in compagnia di un altro superstite. Anche qui la ripetitività non manca, ma è un’altra ottima occasione per dar vita a nuovi, bizzarri racconti plasmati dagli stessi protagonisti. La modalità cooperativa diventa così il vero valore aggiunto di Fallout 76 e, allo stesso tempo, uno dei suoi più fastidiosi nei.

Il multigiocatore funziona alla perfezione quando si tratta di affrontare insieme una delle temibili – ed eccessivamente forti – Bestie Ardenti e durante quelle quest in cui sarà indispensabile prestare molta attenzione all’ambiente circostante; un paio di occhi in più fanno sempre comodo. Ciononostante, l’infrastruttura di rete non ci permette di sfruttare al massimo le inedite meccaniche implementate da Bethesda: come scritto poco fa, le disconnessioni sono frequenti e, almeno per il momento, il gioco sembra avere difficoltà a gestire le Squadre più numerose. Tali problematiche si dimostrano ben più gravi quando si tenterà di scatenare tutta la potenza dei silos nucleari, il cui innesco provocherà drammatici cali delle performance e, tanto per cambiare, ulteriori crash del gioco.

fallout 76 end game nuke

Dall’altro lato del ring c’è il tanto temuto PvP, modalità che non credevamo di poter trovare in un Fallout e che, alla fine, è stata implementata proprio in 76. Purtroppo.

Gli scontri con gli altri giocatori si concretizzeranno in duelli ben poco entusiasmanti, destinati a concludersi quasi sempre nel giro di pochi secondi. Non convincono neanche i malus che dovrebbero ‘danneggiare’ lo sconfitto: al momento della morte, questo lascerà cadere solo una parte delle risorse immagazzinate nel proprio inventario – che, viste le forti limitazioni di quest’ultimo, non saranno mai particolarmente numerose – risorse che potrà comunque recuperare rigenerandosi nei pressi del suo carnefice, di cui potrà vendicarsi con estrema facilità.

A queste presunte penalità si affianca un vero e proprio sistema di sanzioni che andrà ad ammonire coloro che attaccheranno i giocatori ignari. Gli aspiranti predoni si ritroveranno presto una taglia sulla propria testa (misurata in Tappi) e un segnalatore sulla mappa che attrarrà i giocatori assetati di giustizia. Si tratta di un evidente rimedio all’annoso problema del griefing, ma crediamo che Bethesda avrebbe potuto fare di meglio per poter rendere questo sistema più stratificato e coinvolgente.

Fallout 76: una relazione complicata

fallout 76

Al netto di tutti i problemi tecnici che abbiamo elencato in un intero paragrafo, correndo il rischio di farvi venire la nausea, Fallout 76 è un capitolo che riesce a preservare quella magica atmosfera contaminata che ci ha fatti innamorare della serie targata Bethesda. È un vero peccato che un mondo di gioco così complesso e stratificato quale è l’Appalachia debba fare i conti con un comparto tecnico che definire insufficiente sarebbe riduttivo, complice un motore grafico fin troppo arrugginito.

Purtroppo tali difetti influenzeranno anche lo stesso gameplay, ostacolando il giocatore coinvolto nell’ennesima battuta di caccia o il gruppo di amici intento a ripulire la zona dalle bestie radioattive. Non aiuta l’infrastruttura di rete, dimostratasi incapace di supervisionare l’intero apparato co-op sbandierato da Fallout 76. Come dargli torto, del resto: unire le forze nel West Virginia è tanto utile quanto divertente, potendo contare su qualcuno con cui condividere queste folli esperienze.

Chi si preoccupava dell’assenza degli NPC continuerà a dubitare della bontà del comparto narrativo, il quale ha avuto comunque modo di sorprenderci con una scrittura più che dignitosa, ma solo in quei pochi casi in cui siamo riusciti ad allontanarci dalla tediosa ripetitività delle quest.

Non ci sentiamo tuttavia di bocciare questa iterazione, e per un motivo piuttosto semplice: Fallout 76 ci ha tenuto incollati alla console. Non si può ignorare l’elevato livello di coinvolgimento, né la complessità di un gameplay che, seppure poco innovativo, è sempre riuscito a stregarci con le sue originali meccaniche. Va comunque sottolineato come alcune scelte di design si siano presto rivelate essenzialmente insensate e poco adatte persino per la nuova natura multiplayer dell’RPG.

Ci rivolgiamo allora all’impossibilità di condividere le quest con i propri compagni di squadra e ad una gestione fortemente limitata dell’inventario. Con le future patch pronosticate da Bethesda, la nostra speranza è quella di accogliere queste e altre correzioni, mirate magari ad offrire una maggiore stabilità delle performance e server più affidabili di quelli che, ad oggi, abbiamo imparato a detestare.

Fallout 76

  • L'Appalachia è un setting maestoso
  • Componente narrativa a tratti sorprendente
  • L'esperienza co-op è galvanizzante
  • Tecnicamente, un vero disastro
  • Infrastruttura di rete con forti carenze
  • Alcune scelte di design poco razionali
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Pasquale Fusco

A metà strada tra un nerd e un geek, appassionato di videogiochi, cinema, serie TV e hi-tech. Scrivo di questo e molto altro ancora, cercando di dare un senso alla mia laurea in Scienze della Comunicazione e alla mia collezione di Funko Pop.
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