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Informatica e razzismo: il punto della situazione

L'Internet Engineering Task Force si è posto un obiettivo ambizioso e lodevole, cioè indagare sul rapporto fra informatica e razzismo

Gran parte del merito dell’efficacia di molte operazioni entrate ormai a fare parte della nostra quotidianità è merito dell’Internet Engineering Task Force, un organismo libero e internazionale composto da eccellenze dell’informatica e della tecnologia, nato con lo scopo di seguire l’evoluzione di Internet e di guidarla attraverso la creazione di standard sicuri ed efficienti.

Dal protocollo TCP/IP, fino ad arrivare alle mail e alle videochiamate, molte delle più grandi conquiste del web sono state guidate dall’abnegazione e dalla competenza di questa associazione. Sull’onda delle proteste sfociate nel movimento Black Lives Matter, l’Internet Engineering Task Force si è posto lo scorso giugno un obiettivo ambizioso e lodevole, cioè indagare sul rapporto fra informatica e razzismo, con attenzione particolare verso alcune storture dei linguaggi di programmazione, che spesso ricorrono a contrasti come master/slave o whitelist/blacklist, ormai fuori dal tempo e dalla storia.

Informatica e razzismo: il punto della situazione

Informatica e razzismo
Foto di Nicole Baster

Questi termini sono infatti stati giudicati particolarmente offensivi nei confronti della comunità nera e della storia dello schiavismo, per cui l’Internet Engineering Task Force ha proposto di sostituirli con parole neutre e rispettose della dignità di tutte le persone. Mallory Knodel, Chief Technology Officer presso il Center for Democracy & Technology, ha proposto per esempio di sostituire la parola “blacklist” con “blocklist”, altrettanto efficace nella trasmissione del concetto di una lista di persone o cose bloccate, e di rimpiazzare il termine “master” con un più rispettoso “primary”. Il mondo della programmazione non è rimasto a guardare, dimostrando coi fatti che è possibile sradicare il legame fra informatica e razzismo.

La comunità che si occupa dello sviluppo di MySQL, uno dei principali software per database, ha recentemente annunciato la sostituzione delle parole “master” e “slave” con “source” e “replica”, nonché il rimpiazzo dei termini “blacklist” e “whitelist” con “blocklist” e “allowlist”. Il celebre servizio di hosting di software GitHub, di proprietà Microsoft, ha fatto una scelta analoga, richiedendo agli sviluppatori la sostituzione del termine “master” con “main”.

Anche Apple non è rimasta a guardare. In una nota dello scorso luglio, l’azienda guidata da Tim Cook ha messo al bando il linguaggio non inclusivo dai suoi sistemi di sviluppo, incluso Xcode. Apple ha chiesto di rimpiazzare la contrapposizione master/slave con primary/secondary o host/client e quella blacklist/whitelist con deny list/allow list o unapproved list/approved list.

L’Internet Engineering Task Force si è posto un obiettivo ambizioso e lodevole, cioè indagare sul rapporto fra informatica e razzismo

Anche la comunità Linux ha seguito l’esempio virtuoso dei colleghi. Linus Torvalds in persona ha approvato una nuova terminologia, destinata a promuovere un linguaggio maggiormente inclusivo all’interno del codice del kernel Linux. L’informatico finlandese, mente dell’intero progetto, ha suggerito di rimpiazzare i termini master/slave con queste varianti:

  • {primary,main} / {secondary,replica,subordinate}
  • {initiator,requester} / {target,responder}
  • {controller,host} / {device,worker,proxy}
  • leader / follower
  • director / performer

Per i termini blacklist/whitelist, Torvalds propone invece questi sinonimi:

  • denylist / allowlist
  • blocklist / passlist

Anche Google ha intrapreso un percorso simile, scoraggiando l’utilizzo dei termini blacklist e whitelist nei suoi progetti Chromium e Android. Twitter non si è fermata alla rimozione dei termini whitelist/blacklist e master/slave dai propri codici sorgenti, ma ha adottato anche uno stile di comunicazione più inclusivo e paritario, applicando la seguente tabella 

Informatica e razzismo

I linguaggi di programmazione non sono che un’estensione delle lingue che parliamo, che ci permettono di creare e modificare i programmi, le app e i servizi che sono ormai diventati parte integrante delle nostre vite. È quindi giusto e doveroso che il linguaggio informatico evolva insieme alle nostre lingue e alla nostra etica, evitando termini e concetti ormai superati, che poggiano su pregiudizi razziali irricevibili. Uno dei tanti passi da compiere per rendere anche il mondo della tecnologia più rispettoso e sano e per evitare qualsiasi contaminazione fra informatica e razzismo.

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