Cultura

La tecnologia dietro Lo Hobbit – La desolazione dello Smaug

TechPrincess_lo_hobbit_smaug_effetti_speciali_48fps_3DIl cinema è una cosa meravigliosa. È un modo nuovo di raccontare storie che altrimenti non avrebbero corpo, fisicità. È la magia che vi permette di dare un volto, una voce – un'anima se permettete- a qualcuno che altrimenti rimarrebbe dentro ad un libro, su un pagina. La magia del 2013 si chiama tecnologia ed è fatta di effetti speciali, computer grafica e dimensioni aggiuntive. Un mix che incanta e che ha reso Lo Hobbit – La desolazione dello Smaug uno dei migliori film di sempre.

Non fraintendetemi, Lo Hobbit non è perfetto: qualche effetto non è ben riuscito, la pellicola è a tratti un po' lenta e l'introduzione di personaggi non esistenti nel libro di Tolkien ha fatto storcere il naso ai puristi. Insomma, qualche difetto ce l'ha ma tecnicamente parlando è uno di quei lungometraggi che alzano lo standard mondiale.

Partiamo da loro, gli effetti speciali. Guardandoli dalla poltrona del cinema sembra sempre loro, sempre quelli a cui siamo stati abituati negli ultimi anni e pensare di poter aggiungere qualcosa in più pare impossibile. Insomma, impossibile non vedere quanto sono realistici, soprattutto se li paragonate ai primi film. L'abisso tra La storia infinita e Lo Hobbit è sotto gli occhi di tutti, ma tra Il Signore degli Anelli e l'ultima pellicola di Peter Jackson? Qui la faccenda si complica ma a venirci incontro è lo stesso regista.

In una recente intervista a Jackson è stato chiesto come la tecnologia abbia cambiato il suo approccio alla regia rispetto proprio alla trilogia precedente. In realtà lui spiega che ad essere cambiato non è il suo modo di porsi nei confronti del film, ma la libertà che ha sul set. Non è chiaro? Vi spiego meglio. Se avete visto il film saprete che gli ultimi 20 minuti sono incentrati su Smaug. Inquadrature mozzafiato, effetti speciali esaltanti e un ritmo frenetico. Ecco, quelle scene sono state quasi interamente girate con videocamere portatili. Lo so, suona impossibile, ma non immaginatevi qualcosa di "casalingo" perché in realtà l'uso di dispositivi facilmente trasportabili è stato reso possibile dall'ambiente circostante: lo spazio digitale creato per dare vita all'imponente (e psicopatico) drago era accompagnato da un set che sfruttava il motion capture e che permetteva a Jackson di tracciare la posizione della videocamera in tempo reale.  Complesso da immaginare, ma il risultato era sostanzialmente quello di trovarsi all'interno del film mentre lo si stava girando. Praticamente il caro Peter si muoveva tra le zampe del drago scegliendo cosa e come riprendere Smaug.

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TechPrincess_lo_hobbit_3d_48fpsA rendere però il titolo una gioia per gli occhi ci ha pensato anche il 3D. E no, non sto scherzando. L'ho odiato, l'ho considerato la moda del momento, l'ho definito inutile quando la tecnologia non era ancora all'altezza, ma ora le cose cominciano a cambiare e lo dobbiamo un po' al lavoro che è stato fatto con Lo Hobbit. Due sono le cose che hanno maggiormente contribuito a rendere la terza dimensione qualcosa di positivo all'interno della nuova trilogia dedicata a Tolkien: prima di tutto sono stati inseriti elementi che finalmente la sfruttano a dovere, quindi con riprese che esaltano volutamente quello che poi diventerà in 3D, e in secondo luogo sono stati aggiunti 24 frame al secondo in più rispetto allo standard tenuto fino ad ora.

Si è discusso molto dei 48fps che stanno caratterizzando la storia di Bilbo Beggins ma la realtà è che non a tutti è chiaro il motivo di questa scelta e alla fine si liquida il tutto con uno sbrigativo "A me non interessa". Sbagliato. Prima di dire che a voi non cambia niente dovreste invece sapere che la scelta non è stata fatta con l'intento di dimostrare che si può, che Jackson è più bravo e che avevano più soldi da investire.

I 24 frame sono imperfetti, e sono vecchi. Stiamo parlando di uno standard nato nel 1927 e scelto all'epoca perché era un buon compromesso: le cineprese avevano più o meno la possibilità di gestire quella velocità, il suono poteva rimanere costante e si risparmiava sulla pellicola. I 24 frame ce li portiamo dietro da ormai un secolo e per una scelta tanto tecnica quanto economica, ma ora le cose sono cambiate e la tecnologia permette di raggiungere un nuovo livello, un livello che rende migliore il 3D, che trasmette molto meglio la dinamicità delle scene d'azione e che affatica molto meno gli occhi quando queste due cose si uniscono sul grande schermo.

Insomma, forse non il capolavoro del secolo, ma la trilogia dedicata a Lo Hobbit potrebbe permettere al cinema di evolversi. Non pensiate sia ora?

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Erika Gherardi

Amante del cinema, drogata di serie TV, geek fino al midollo e videogiocatrice nell'anima. Inspiegabilmente laureata in Scienze e tecniche psicologiche e studentessa alla magistrale di Psicologia Clinica, dello Sviluppo e Neuropsicologia.
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