fbpx
CulturaIl filo nascostoRubricheSpettacoli

Il filo nascosto: Qualcuno volò sul nido del cuculo di Milos Forman

Il nuovo appuntamento con Il filo nascosto ci porta al capolavoro di Milos Forman ualcuno volò sul nido del cuculo.

«Non me ne vado senza di te, Mac. Non ti lascio qui così. Ti porto con me. Andiamo». Si chiude con queste parole, che precedono uno dei più struggenti finali della storia del cinema, Qualcuno volò sul nido del cuculo di Milos Forman, uno dei pochi film per cui possiamo usare senza timori il termine “capolavoro”. Un’opera capace di resistere al passare del tempo e di rivelarsi sempre attuale, perché attuale e sempre necessario è il messaggio che porta con sé: mai arrendersi al sistema (qualunque esso sia), mai annullare la propria vitalità e la propria personalità per chinare la testa di fronte alle subdole dinamiche con cui il potere si perpetua e si propaga.

Un inno alla libertà e all’autodeterminazione, che poniamo in continuità con il precedente appuntamento con la nostra rubrica Il filo nascosto dedicato a Nick mano fredda, con il quale Qualcuno volò sul nido del cuculo condivide diversi spunti e tematiche, nonché la figura di un ribelle e incrollabile antieroe come protagonista, interpretato da una leggenda del cinema (Paul Newman nel film di Stuart Rosenberg, Jack Nicholson per Milos Forman). Prima di addentrarci nei meandri di questa pietra miliare della settima arte, è però opportuno fare un passo indietro e soffermarci sulla genesi del progetto, arrivato in sala nel 1975. Nel pieno di quel florido e irripetibile periodo del cinema statunitense noto come Nuova Hollywood, sostenuto da giovani autori, desiderosi di rinnovare i generi e capaci di svecchiare il linguaggio e le tematiche portate sul grande schermo.

Qualcuno volò sul nido del cuculo: la genesi del film

Qualcuno volo sul nido del cuculo

Qualcuno volò sul nido del cuculo è l’incontro, fortemente voluto e allo stesso tempo fortunato, fra alcune delle menti più brillanti della loro generazione nei rispettivi campi. Tutto parte da Ken Kesey, scrittore statunitense in perfetto equilibrio fra la Beat Generation e la successiva cultura hippie che nel 1962 porta in stampa il suo primo romanzo, ambientato all’interno di un ospedale psichiatrico e basato sulla sua stessa esperienza come inserviente nell’ospedale per veterani di guerra di Menlo Park. Un’opera lisergica e corrosiva, in cui confluiscono esperienze dirette, la volontà di denunciare pratiche disumane come l’elettroshock e la lobotomia, nonché la sperimentazione da parte dell’autore di mescalina, LSD e altre droghe psicoattive. Un rabbioso e antiautoritario grido di dolore, che influenza il dibattito sull’istituzione psichiatrica e attira inevitabilmente l’attenzione di Hollywood.

È un formidabile uomo di cinema come Kirk Douglas a mettere prima di tutti le mani sui diritti del romanzo, che arriva però in un momento in cui il cinema non è ancora pronto per raccontare la storia col necessario vigore e con la giusta sincerità. Passano gli anni, arriva un adattamento teatrale, ma quando il mondo è pronto per fruire di una storia del genere sul grande schermo lo stesso Kirk Douglas, che ha sempre pensato a se stesso nel ruolo di protagonista, è ormai sulla soglia dei 60 anni. Sulla spinta del figlio Michael, noto allora soprattutto per la serie Le strade di San Francisco, Kirk passa la mano sia come attore sia come produttore, innescando una felice e virtuosa catena di eventi.

Dopo i rifiuti da parte di James Caan, Marlon Brando e Gene Hackman, il ruolo del protagonista Randle Patrick McMurphy viene assegnato a Jack Nicholson, già sulla cresta dell’onda per Easy Rider, Cinque pezzi facili e L’ultima corvé.

Il capolavoro di Milos Forman

Qualcuno volo sul nido del cuculo 7

Con il testo di Kesey come fondamentale base, il giovane e rampante Michael Douglas alla produzione e lo sfrontato ghigno di Nicholson al centro del progetto, manca solo una sapiente e sicura mano dietro alla macchina da presa. Dalla lontana Europa dell’est arriva Milos Forman, noto per i suoi film nell’allora Cecoslovacchia e già sbarcato negli Stati Uniti per il notevole Taking Off, premiato con il Grand Prix Speciale della Giuria a Cannes. Un uomo che ha vissuto il dolore sulla propria pelle (i genitori morirono ad Auschwitz e Buchenwald), cresciuto sotto il rigido controllo sovietico e fuggito dalla sua patria in seguito alla Primavera di Praga. L’uomo giusto, al momento giusto, al posto giusto: Qualcuno volò sul nido del cuculo infatti non è soltanto un atto di forte e severa accusa contro la psichiatria, ma è soprattutto una sempreverde metafora della lotta al potere e al conformismo.

Lotta incarnata dal già citato Randle Patrick McMurphy, galeotto che arriva in un freddo e austero manicomio dell’Oregon per una perizia sul suo stato di salute mentale. Giunto sul posto, scopre un gruppo di simpatici picchiatelli (fra gli interpreti, nomi noti come Danny DeVito, Christopher Lloyd, Brad Dourif e Vincent Schiavelli), molti dei quali si trovano volontariamente nella struttura. Il carattere anticonformista di McMurphy entra ben presto in contrasto con quello della capo infermiera Mildred Ratched (un’algida e sinistra Louise Fletcher), che governa il reparto con un atteggiamento passivo-aggressivo, sfruttando le debolezze dei malati per tenerli sotto scacco. Con uno spavaldo sorriso stampato sulle labbra, McMurphy invita gli altri malati alla ribellione contro le assurde regole dell’ospedale e alla presa di coscienza di se stessi. Una lotta impari e destinata alla sconfitta, a cui si aggiunge il Grande Capo Bromden (Will Sampson), gigantesco nativo americano che si finge sordomuto.

Il debito di riconoscenza verso Arancia meccanica

Qualcuno volo sul nido del cuculo

«Uno stormo di tre oche, una volò ad est, una volò ad ovest, una volò sul nido del cuculo». Dice così una celebre filastrocca statunitense, dalla valenza fortemente simbolica. Il cuculo è infatti un uccello con una peculiare caratteristica: non ha un proprio nido, e perciò utilizza quelli altrui per deporre le sue uova. Da qui l’espressione “nido del cuculo”, che nel tempo è diventato un termine gergale per indicare il manicomio, all’interno del quale vengono deposte le uova “diverse” della società, quelle più fragili e problematiche. Ufficialmente per proteggerle e curarle, ma in realtà l’atto pratico troppo spesso è quello di isolare dal mondo soggetti che non rispecchiano gli standard sociali e che avrebbero soltanto bisogno di supporto e sostegno nelle relazioni interpersonali.

A volare sul nido del cuculo è proprio McMurphy, che beneficia dello stesso ribaltamento di prospettiva utilizzato per il già menzionato Paul Newman di Nick mano fredda e soprattutto per l’Alex DeLarge di Arancia meccanica, opera di Stanley Kubrick verso la quale il lavoro di Forman ha un indubbio debito di riconoscenza. Anche se il racconto tende a farcelo dimenticare, McMurphy è infatti una figura fortemente negativa, proprio come il giovane capo dei temibili drughi. Il personaggio di Jack Nicholson è in carcere per aver stuprato una quindicenne, ed è sottoposto a una perizia psichiatrica conseguente a intemperanze solo velatamente accennate.

Forman si pone però la stessa domanda di Kubrick: qual è il vero male? Un individuo che si macchia di gravi colpe o una società che per evitare che tali misfatti vengano commessi priva le persone della loro individualità e del loro libero arbitrio?

Qualcuno volò sul nido del cuculo: l’esempio di McMurphy

«Voi non siete più pazzi della media dei coglioni che vanno in giro per la strada», sentenzia McMurphy. Una presa di posizione netta e inequivocabile, incastonata in mezzo a diversi atti di pura e sana sovversione messi in atto dal galeotto. Fin dal momento del suo arrivo in manicomio («Lei è stato arrestato almeno cinque volte per aggressione. Cosa sa dirmi in proposito?», gli chiedono. «Cinque combattimenti. Rocky Marciano ne ha fatti quaranta ed è diventato miliardario!», risponde lui), McMurphy non fa altro che smontare la malsana atmosfera di seriosità e rigore che alberga nella struttura. In una ribelle progressione, lo vediamo abbracciare e baciare gli inservienti, rifiutare la propria medicina giornaliera e instaurare un rapporto controverso con l’infermiera Ratched, che osteggia ma allo stesso tempo tenta platealmente di sedurre.

A differenza di quanto vediamo nelle altre opere citate, quella di McMurphy non è però solo una parabola individuale, ma è al contrario un vero e proprio invito alla contestazione collettiva. Un atto politico, nell’accezione più pura del termine. Il personaggio si inserisce infatti in dinamiche ben rodate, rette solo dalla paura e dalle posizioni di forza, demolendole dall’interno. Emblematiche sono in questo senso le sessioni di terapia di gruppo, portate avanti da Mildred Ratched in modo insensibile e irrispettoso, con i pazienti forzati a rendere pubbliche anche le loro più intime problematiche personali. Grazie a McMurphy, che non perde mai l’occasione di schernire la liturgia di questo rito, Cheswick, Martini e gli altri picchiatelli trovano il coraggio di protestare, trasformando le sedute in un chiassoso marasma di urla, risate e scariche di rabbia.

Manicomio e mondo esterno

Qualcuno volo sul nido del cuculo

Altrettanto simbolico è il momento della votazione per vedere le partite di baseball in TV, che termina con la memorabile scena della telecronaca inventata da McMurphy, emblema della fantasia e del suo potere. Per chi ha come unico scopo nella vita il proprio lavoro, e nello specifico la necessità di mantenere il vanaglorioso potere acquisito, non c’è nulla di più spaventoso di un atto dialettico e democratico volto a scavalcarlo. Con una formidabile prova di sottrazione, Louise Fletcher trasmette con le pieghe delle labbra, il rossore del volto e lo sguardo solo apparentemente sicuro tutta la collera di Ratched, che si trova addirittura di fronte a un referendum per cambiare il regolamento di fruizione della televisione.

Un’iniziativa semplicemente insostenibile per chi prospera su un coacervo di regole contraddittorie e immotivate, che infatti viene contrastata dall’infermiera con il più mediocre e stupido dei trucchi, ovvero calcolare come votanti contrari anche pazienti purtroppo incapaci di intendere e di volere. Inutile il tardivo voto del Grande Capo, sempre più coinvolto nelle iniziative di McMurphy (come la partita di basket dove spadroneggia fisicamente): il potere ha le sue regole, che non possono essere scalfite neanche di fronte all’evidenza della loro insensatezza. Dove non arrivano la logica e il dialogo, può però arrivare l’atto di ribellione per eccellenza, ovvero la fuga. Ed è sulla fuga che Qualcuno volò sul nido del cuculo costruisce uno dei suoi segmenti più divertenti, cioè la gita in barca improvvisata da McMurphy, durante la quale gli adorabili pazienti si spacciano per gli stessi medici che li irreggimentano.

I cosiddetti matti ritrovano così il mondo esterno a loro precluso, in un momento speculare a quello finale, in cui è invece il mondo esterno, rappresentato da un party all’insegna di alcool e prostitute, a irrompere nella noiosa e asettica routine del manicomio.

Qualcuno volò sul nido del cuculo: la follia del sistema in un’indimenticabile metafora della vita

Qualcuno volò sul nido del cuculo è uno dei tre film (insieme ad Accadde una notte e Il silenzio degli innocenti) capaci di conquistare tutti i 5 Oscar principali: miglior film, miglior regista, miglior attore, miglior attrice e migliore sceneggiatura (in questo caso non originale). Un giudizio artistico che per una volta riflette pienamente il valore dell’opera, dal momento che l’insieme orchestrato da Forman non mostra davvero nessuna debolezza. Le musiche struggenti e a tratti quasi ipnotiche di Jack Nitzsche sono il perfetto contrappunto sonoro alle azioni dei protagonisti, e la stessa fotografia di Haskell Wexler si adagia allo stato d’animo dei personaggi, facendosi più luminosa nei pochi momenti esterni (la partita di basket, l’avventura in barca) e più tetra nei momenti dolorosi, come nel potente climax conclusivo.

Fondamentale inoltre l’apporto degli sceneggiatori Bo Goldman e Lawrence Hauben, che riescono nel non facile intento di infondere a ognuno dei personaggi una precisa e ben delineata personalità, anche con pochi minuti a disposizione sullo schermo. Grazie al notevole sforzo richiesto agli interpreti da Forman, che ha voluto girare in un vero ospedale psichiatrico, con pazienti reali a fare compagnia ad attori perennemente nel personaggio, sono tanti i personaggi ancora impressi nell’immaginario collettivo. Indimenticabili gli occhi vitali di Danny DeVito e del suo Martini, irresistibile imbranato, come lo sguardo corrucciato ma capace di sciogliersi in abbagliante sorriso di Sydney Lassick e del suo Cheswick.

Semplicemente indelebile inoltre il Billy Bibbit di Brad Dourif, timido e impacciato ragazzo che più di tutti subisce la pressione psicologica di Ratched, che lo spinge al suicidio per i sensi di colpa scaturiti da una notte di sesso. Facile scorgere echi di questo tormentato personaggio in quello di Robert Sean Leonard ne L’attimo fuggente, con cui condivide il medesimo triste destino.

L’interpretazione di Jack Nicholson in Qualcuno volò sul nido del cuculo

Detto di Louise Fletcher, alla prova della vita nel ruolo di una delle villain più conosciute e odiate di sempre (protagonista anche della serie prequel Netflix Ratched), è doveroso spendere qualche parola sul nucleo emotivo di Qualcuno volò sul nido del cuculo, cioè la strana coppia formata da McMurphy e dal mastodontico Grande Capo.

Alla sua prima prova come attore, il nativo americano creek specializzato in rodeo Will Sampson lascia il suo permanente marchio nella storia della settima arte, accompagnando la sua impressionante stanza fisica con uno sguardo incredibilmente espressivo e intenso, capace di comunicare vitalità e umanità soprattutto nel momento della rivelazione della sua finta sordità e nell’atto di pietà finale del Grande Capo. Una resa scenica figlia anche del lavoro di Forman e degli sceneggiatori, che hanno apportato un importante cambio di prospettiva al personaggio, trasformandolo da narratore (ruolo che occupa nel romanzo di Kesey) a solida spalla del protagonista.

Difficile invece trovare le parole per la prova attoriale di Jack Nicholson, ammesso e non concesso che sia veramente una prova attoriale e non la naturale prosecuzione dell’eccentrica personalità di questo monumento vivente alla recitazione. La sua performance in Qualcuno volò sul nido del cuculo è semplicemente una delle più riuscite fusioni fra attore e personaggio mai viste sul grande schermo, capace di anticipare il mefistofelico ruolo di Shining e di portare Al Pacino a una delle più sfortunate sconfitte agli Oscar: la sua straordinaria prova in Quel pomeriggio di un giorno da cani di Sidney Lumet si è purtroppo dovuta scontrare con un lavoro semplicemente imbattibile del collega, anima e cuore di un racconto edificante e commovente, che trova nell’epilogo il proprio apice emotivo.

Il finale di Qualcuno volò sul nido del cuculo

Qualcuno volo sul nido del cuculo

Per un carattere irruente e impertinente come quello di McMurphy non bastano né le punizioni né l’elettroshock. Dopo la tragica morte di Billy e il tentato strangolamento di Mildred Ratched, al sistema non resta che l’arma finale, ovvero privare il nemico della sua stessa vita. Il McMurphy che torna in reparto dopo aver subito la lobotomia non ha infatti nulla a che fare con l’irresistibile leader visto in precedenza. I suoi occhi sono spenti, il suo sguardo è rivolto al vuoto. Non c’è più traccia di vita in lui. Dopo Billy, lo stesso folle sistema, che i folli li dovrebbe curare, ha mietuto un’altra vittima.

«Dicevano che eri scappato, ma io sapevo che non saresti andato via senza di me. Ti stavo aspettando. Ora possiamo farcela Mac, mi sento forte come una montagna», sussurra speranzoso il Grande Capo prima di rendersi conto di che cos’è successo e di lasciarsi andare a un amaro abbraccio. McMurphy non c’è più, ma il piano dei due di fuggire in Canada può ancora essere realizzato.

Come in un rituale della cultura nativa americana, il Grande Capo fonde la sua anima con quella di Mac, compiendo l’unica scelta possibile, quella più rispettosa dell’indomabile indole dell’amico perduto. Un epilogo tragico, perché è difficile non considerare tale una morte per soffocamento, ma allo stesso tempo uno dei più giusti e lieti finali visti al cinema, perché nell’atto liberatorio compiuto dal Grande Capo non c’è nulla di veramente triste. La vita di McMurphy era già stata spenta, e la sua anima adesso può correre verso l’agognata libertà. Che lui sia vivo o morto.

Qualcuno volò sul nido del cuculo: un grido di libertà

Qualcuno volò sul nido del cuculo

Quello stesso lavabo di marmo, che McMurphy non era riuscito a sollevare durante una delle sue scommesse, diventa uno strumento di libertà per il Grande Capo, che con la forza di due uomini può sfondare la finestra e le sbarre che lo separano da una nuova vita, più degna di essere vissuta. Una fuga che esplicita il significato più intimo e potente di Qualcuno volò sul nido del cuculo: non importa che il nostro carceriere sia un’infermiera disumana, un compagno tossico, un responsabile con deliri di onnipotenza o una famiglia opprimente; non è mai troppo tardi per lottare contro il sistema e correre verso un futuro incerto ma potenzialmente migliore.

Non è un caso che Qualcuno volò sul nido del cuculo si apra simbolicamente con un reparto di pazienti addormentati, inconsapevoli dell’imminente arrivo di una figura destabilizzante, e si chiuda con gli stessi pazienti risvegliati dal loro sonno (metaforico e non) per il rumore della rottura della finestra, che immediatamente associano alla possibile fuga di McMurphy. La radiosa risata di Christopher Lloyd e le toccanti note di Jack Nitzsche ci confermano che anche se quel furfante non è più fisicamente con noi, il suo grido di libertà è più vivo che mai.

Il filo nascosto nasce con l’intento di ripercorrere la storia del cinema nel modo più libero e semplice possibile. Ogni settimana un film diverso di qualsiasi genere, epoca e nazionalità, collegato al precedente da un dettaglio. Tematiche, anno di distribuzione, regista, protagonista, ambientazione: l’unico limite è la fantasia, il faro che ci guida è l’amore per il cinema. I film si parlano, noi ascoltiamo i loro dialoghi.

Marco Paiano

Tutto quello che ho imparato nella vita l'ho imparato da Star Wars, Monkey Island e Il grande Lebowski. Lo metto in pratica su Tech Princess.

Un commento

  1. Famigerata non fu la Primavera di Praga, ma la brutale repressione comunista operata dai carri armati dell’ URSS e del patto di Varsavia
    cui si opposero eroicamente i Cecoslovacchi, primo tra tutti il ventunenne Jan Palach che si dette fuoco per protesta e testimoniare al mondo la volontà di volontà di un popolo.
    Oggi la storia si ripete.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Back to top button