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Smartwatch: una tecnologia incompleta

Techprincess_smartwatch_pebblePare essere l'accessorio del momento e, a dire il vero, il suo esordio mi aveva quasi convinto. All'inizio infatti a far salire l'hype di ogni buon geek che si rispetti fu il Pebble. Il fascino del display e-ink incontrava quello dell'orologio intelligente, capace di connettersi al nostro smartphone per mostrarci le principali notifiche e inoltre in grado di far girare alcune app studiate ad hoc. Ma c'era di più. Anche gli utenti potevano dare una mano nello sviluppo delle Watchfaces (in sostanza le skin per l'orario) e le Watchapps. Insomma, prometteva bene, tanto per le funzioni quanto per l'elegante design. Eppure lo sviluppo degli smartwatch sembra aver preso una strada molto diversa da quella tracciata dal Pebble.

In pochi mesi la rotta è cambiata in favore della sempre più imperante gara a chi fa di più. Non che sia una pessima cosa, anche perché l'innovazione è fondamentale e senza competizione saremmo ancora fermi al primo smartwatch di Sony Ericsson, il Live View, o, ancora peggio, ai primi tentativi di Seiko e Casio di rendere meno banali i normali orologi. Insomma, la corsa a chi aggiunge più funzioni ha i suoi lati positivi, ma spesso e volentieri si perde il focus delle questione. Non è un tentativo di creare uno smartphone da polso, è un orologio intelligente che funge da appendice per lo smartphone. Vi sembrerà banale ma la differenza è sostanziale e non chiara per tutti.

Pensate agli smartwatch in commercio e in sviluppo. La lista è praticamente lunghissima: c'è lo Smartwatch 2 di Sony, il Toq di Qualcomm, il misterioso accessorio che pare stia sviluppando Google, l'xWatch di Motorola, i made in Italy i'm Watch e Androidly, il Neptune Pine, l'inWatch One, senza contare i tentativi di immettersi in questo mercato fatti da Seiko, Casio o Hyetis.

Un numero impressionante di orologi intelligenti che, lasciatemelo dire, non hanno portato nessuna vera innovazione. Poteva esserci più o meno compatibilità, un design più o meno interessante, una batteria più resistente, un prezzo più competitivo, ma la base è rimasta la stessa: un rettangolo quasi sempre con display LCD che si collega al nostro telefono e ci notifica quello che succede sul device principale. Un investimento di minimo 100 euro per risparmiarci la fatica di tirare il terminale fuori dalla tasca.

TechPrincess_smartwatch_galaxy_gearQualcuno però la possibilità di modificare il mercato con qualcosa di seriamente innovativo l'ha avuta: Samsung. I rumor si sono susseguiti per mesi e mesi e avevano al centro quella che poteva essere la vera rivoluzione in questo settore. Forse le funzioni sarebbero state analoghe a quelle odierne, ma un display flessibile avrebbe quanto meno mutato la percezione di questo accessorio. L'azienda coreana si è però presentata all'IFA con tutt'altro design. Il Samsung Gear non è elegante, non è nuovo, non si distingue per compatibilità (per ora si parla solo di pochi e selezionati dispositivi Galaxy), propone al momento poche app e funzioni, introduce una fotocamera che sa di regalo per i voyeur di tutto il mondo e soprattutto costa 300 euro. Una follia.

E così siamo punto e capo. Decine di modelli, sempre più costosi e apparentemente sempre più complessi, ma che in realtà somigliano, come dicevo prima, sempre di più ad uno smartphone castrato, senza inventiva e senza reale scopo, invece che ad un accessorio vero ed utile come sembrava essere inizialmente il Pebble.

L'impressione di fondo rimane quindi quella di una tecnologia che potrebbe offrire qualcosa di più ma non riesce a slegarsi dai canoni stabiliti dai predecessori (compreso l'iPod Nano con il cinturino), un accessorio che potrebbe integrarsi perfettamente con il nostro terminale ma che è troppo occupato ad impressionare l'utente per riuscire a coglierne le reali esigenze. Insomma, lo smartwatch potrebbe anche essere il gadget del futuro, ma per ora pare più un inutile sfizio che un reale accessorio.

Forse il termine più adatto per descrivere l'attuale situazione è solo uno: moda.

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Erika Gherardi

Amante del cinema, drogata di serie TV, geek fino al midollo e videogiocatrice nell'anima. Inspiegabilmente laureata in Scienze e tecniche psicologiche e studentessa alla magistrale di Psicologia Clinica, dello Sviluppo e Neuropsicologia.
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