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Videogiochi

Che fine ha fatto Alone in the Dark? Storia e declino della saga

Parliamo di una pietra miliare di genere

Oggi compie vent’anni Alone in the Dark: The New Nightmare, il quarto capitolo della saga di Alone in the Dark. Questa serie ha fatto la storia degli horror e, per l’occasione, abbiamo deciso di ripercorrere la sua storia, cercando di capire come mai sia completamente sparita dai radar negli ultimi anni.

Alone in the Dark: la storia del primo survival horror

Il primo Alone in the Dark risale al 1992, ed è generalmente considerato il primo videogioco di genere survival horror della storia dei videogiochi, nonostante alcuni esperimenti in quella direzione erano già stati fatti in passato. Questa concezione deriva dal fatto che Alone in the Dark ha, a tutti gli effetti, creato la formula moderna dei survival horror, reinterpretata poi magistralmente da Resident Evil.

Il gioco peraltro ha la stessa fonte di ispirazione, dato che quello che gli sviluppatori volevano creare era un titolo in cui i protagonisti avrebbero dovuto uscire vivi da un’invasione zombie. A questa idea iniziali si aggiunsero poi elementi presi d peso dall’immaginario da incubo nato dalla mente di H.P. Lovecraft, dato che la casa produttrice Infogrames deteneva i diritti di The Call of Cthulhu.

Alone in the Dark storia

Il prodotto finale (che si svolge in una villa) ci permette di scegliere tra due protagonisti, Emily Hartwood od Edward Carnby. Purtroppo il primo Alone in the Dark è privo sia di filmati che di dialoghi, quindi la scelta del personaggio è principalmente estetica.

Esattamente come molti altri survival usciti dopo di lui, in Alone in the Dark si può controllare la propria salute aprendo l’inventario e la maggior parte delle creature che cercheranno di ucciderci potranno essere evitate una volta capito come muoversi tra gli ambienti pre-renderizzati, usando un pizzico di astuzia. Esattamente la stessa struttura ludica che abbiamo visto poi con la saga di Resident Evil nel 1996.

La storia di Alone in the Dark e l’evoluzione della serie

Già dal secondo capitolo della serie (1994) poi Alone in the Dark diventa molto più story driven, con dialoghi che vengono scritti a schermo insieme a delle immagini con tanto di didascalia. Cambia anche il setting, che abbandona i toni lovecraftiani per rifarsi ad un immaginario sovrannaturale più originale, al netto di qualche elegante citazione qua e là.

Già da questo secondo capitolo la serie comincia a discostarsi molto dal gameplay prettamente survial del primo gioco, lanciandosi in un ritmo di gameplay molto più votato all’azione e alle sparatorie. Una tendenza che poi venne riconfermata anche per il terzo capitolo, uscito nel 1995, che espande ancora di più il nostro arsenale da usare contro le orde di creature non morte.

Anni dopo, nel 2021, arriva finalmente Alone in the Dark: The New Nightmare, che si configura come un vero e proprio reboot della serie omonima e lanciato sia su Game Boy Color che su PlayStation 1. Il gioco non ha nessun collegamento diretto con i primi tre capitoli e anche qui potremo seguire due percorsi paralleli a seconda del personaggio che sceglieremo all’inizio.

A differenza di quanto sperimentato con Alone in the Dark 2 e3, The New Nightmare torna alle origini, proponendosi al pubblico come un survival horror nel senso più classico del termine, interamente ambientato in un’isola misteriosa nella quale saranno esplorabili vaste mappe, di nuovo popolate da creature d’ispirazione lovecraftiana. Se inizialmente è stato Resident Evil a guardare ad Alone in the Dark agli inizi, in questo caso è l’esatto contrario, ed è possibile vedere come gli sviluppatori si siano fortemente ispirati ad alcune meccaniche di RE 2 e 3 per il loro gioco, come l’introduzione del comando esamina, che permette di osservare i modelli degli oggetti ottenuti.

Inferno e declino

Se fino a questo momento l’evoluzione del progetto è stata piuttosto costante e caratterizzata da una buona accoglienza da parte dei fan, è con Alone in the Dark Inferno, nel 2008, che la serie comincia a perdere parte delle sue caratteristiche distintive. In questo caso il gioco è un vero e proprio sequel del terzo capitolo, ignorando completamente gli eventi del quarto.

Il videogioco nasceva con i propositi migliori: svecchiare la serie proponendo un gioco che sfruttasse appieno il potenziale di PlayStation 3, Xbox 360 e Nintendo Wii. Addio quindi alle strutture claustrofobiche, piccole e stringenti dei primi capitoli e benvenuto free roaming in quel di Central Park. Un’idea certamente interessante, quella di dare più libertà al giocatore, ma si tratta di una libertà sterile, dato che l’esplorazione serviva effettivamente a poco, all’interno dell’economia ludica.

Anche in Alone in the Dark Inferno si avverte una forte deriva action, che unita alle meccaniche relativa al mondo aperto non piena mente sfruttate, evidenzia come la saga stesse cominciando a non avere più una direzione creativa chiara su cui puntare, cosa che è risultata poi dolorosamente evidente con il sesto e ultimo Alone in the Dark: Illumination.

Illuminazione e caduta

Dopo la parentesi Inferno, il brand di Alone in the Dark è rimasto dormiente per anni, fino al 2015 quando Atari ha proposto Alone in the Dark Illumination, uno spin off della serie che abbraccia totalmente la sua nuova anima action. l’unico problema è che lo ha fatto adottando meccaniche superficiali e mal implementate.

Nel gioco era possibile scegliere una classe fra quattro disponibili (Cacciatore, Strega, Ingegnere e Prete), ognuna con armi e poteri unici. Al netto di grossi sbilanciamenti nell’efficacia delle singole classi, questa soluzione unita al gameplay realizzato a dir poco rozzamente hanno contribuito a posare l’ultima pietra sulla tomba di Alone in the Dark, che ad oggi ha esaurito la sua storia nel modo peggiore possibile.

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Qualche anno fa erano emersi dei rumor su un eventuale nuovo capitolo della serie attualmente in lavorazione, ma dato che stiamo parlando del 2018, è probabile che si trattasse soltanto di un rumor infondato. Certo un nuovo capitolo capace di redimere gli ultimi anni, decisamente dimenticabili, del survival horror non ci dispiacerebbe, ma forse ciò che è morto è meglio che rimanga morto.

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