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La cabina telefonica (e il gettone telefonico). La macchina del tempo

C’era una volta una coppia inseparabile

Va bene, è vero, vi si cambiava Clark Kent per trasformarsi in Superman. Tra l’altro verrebbe da chiedersi: in che senso? Come faceva, cioè? Teneva i vestiti da supereroe nascosti lì dentro o cosa? Comunque, dicevamo: vi si cambiava Clark Kent ma, udite udite, la cabina telefonica serviva anche per telefonare.

Ve le ricordate? Noi sì, e ci pare irrinunciabile raccontarvi tutto ciò che ricordiamo di quei luoghi così ameni.

La cabina del telefono: leggenda e verità

La cabina del telefono nasce nel 1889, e nell’elegantissima veste ufficiale (che solo i londinesi hanno conosciuto, diciamolo) entra a far parte delle nostre vite nel 1924.

Erano elegantissime cabine in legno, colorate di un rosso fiammante, la cui porta si apriva con un suono dolcissimo, e al cui interno l’avventore poteva telefonare indisturbato.

Poi ci sono le cabine telefoniche vere, quelle che ci ricordiamo noi. Erano dotate di terribile doppia porta tipo saloon, che se spinta con eccessiva forza tornava indietro rabbiosa, procurando ferite guaribili in non meno di quindici giorni.

Abilmente collocate nei posti peggio frequentati delle città, le cabine telefoniche garantivano minuti di autentica avventura. Il tempo di comporre il numero e ci si trovava attorniati da una banda di motociclisti ricercati dalle polizie di mezzo mondo, che attendevano la nostra uscita per… è meglio non pensarci.

Costruite con lamiere e plastiche ignoriamo se legali o meno, d’estate raggiungevano la temperatura del vano caldaia di una nave, e d’inverno – per non creare false illusioni agli avventori – non aggiungevano mezzo grado alla temperatura esterna.

E poi c’era lui, il gettone.

gettone telefonico

Il gettone telefonico

Il gettone telefonico, diciamo la verità, è nato già vecchio.

Coniato, nella forma che ricordiamo, dal 1945 al 2001, sembrava sempre, inevitabilmente, almeno di cinquant’anni prima.

Però che emozione. Si infilava nella fessura (una volta indovinato il lato giusto, ricordate? Una scanalatura da un lato, due dall’altro) e permetteva di metterci in comunicazione con chicchessia. Certo, il gettone – che a noi piace ancora associare alle duecento lire – consentiva di dialogare per una manciata di secondi, spesso con una qualità audio non esattamente da home teather, e di solito col disturbo di almeno un’immancabile mosca. Ma che bello, che trasgressivo: si potevano ordinare due etti di prosciutto crudo di nascosto dal resto della famiglia.

Poi sono arrivate le schede telefoniche, e la magia è bell’e terminata. Ci è stata tolta la possibilità di darci arie da spie del Kgb, mentre si infilava la ventesima moneta guardando con aria circospetta al di là del vetro della cabina telefonica.

Non si poteva più esclamare: “Sto finendo i gettoni!”, mentre si cercava di far credere l’impossibile alla persona amata (o, viceversa, mentre si ascoltavano le sue ben poco credibili scuse dopo quell’increscioso comportamento).

Inoltre c’era anche un corto circuito pratico, dato dall’ingresso sul mercato delle schede telefoniche. Per noi ancora poco avvezzi a certe tecnologie, la compresenza delle prime schede per i telefoni pubblici e delle ricariche per i primi telefonini, hanno creato momenti di ineguagliabile imbarazzo.

Si narra di persone che, entrate in una cabina telefonica, hanno digitato sulla pulsantiera il numero corrispondente alla stinga da comporre per attivare la scheda destinata al telefono mobile.

Vacchetti Mobile Cabina telefonica Rosso 4 Piani, Wood,...
  • Misure: cm 64 x 42h180
  • Materiale: legno
  • Mobile portaoggetti nella curiosa forma di una cabina telefonica londinese

La cabina telefonica: perché?

A pensarci bene, oggi che siamo tutti dotati di almeno un telefono mobile, la domanda sorge spontanea: perché? Ovvero: a cosa serviva la cabina telefonica?

Non eravamo ancora nell’epoca delle comunicazioni inessenziali. Anche perché ogni singola telefonata, allora, aveva un suo costo non banale.

Dunque, quale tipologia di telefonata era inibita al chiuso di un’abitazione privata, e doveva essere fatta solo dalle cabine telefoniche?

Non ce lo ricordiamo quasi più. Certo, i telefoni pubblici venivano sfruttati da chi si trovava in un luogo senza abitarvi stabilmente, come i turisti o chi si spostava per motivi di lavoro.

Ma noi, forse perché suggestionati da Superman e da tanti film di spionaggio, amiamo pensare alla cabina telefonica come il luogo delle comunicazioni proibite. Il luogo da cui si telefonava all’amante che risiedeva in Polinesia, da cui si ordivano sommosse e rivolta, da cui si mandava a quel paese il capufficio con la molletta al naso per camuffare la voce.

Oppure, più semplicemente, quelle goffe strutture prefabbricate, che mettevano a repentaglio l’estetica delle città dove venivano installate, erano solo un anticipo di futuro. Ci stavano insegnando, goffamente ma tenacemente, che è possibile telefonare anche senza trovarsi all’interno di un edificio.

Così come oggi ci appare buffo e anacronistico il velocipede: ma senza di lui, cari lettori, non sarebbe esistita la bicicletta.

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Claudio Bagnasco

Claudio Bagnasco è nato a Genova nel 1975 e dal 2013 vive a Tortolì. Ha scritto e pubblicato diversi libri, è co-fondatore e co-curatore del blog letterario Squadernauti. Prepara e corre maratone con grande passione e incrollabile lentezza. Ha raccolto parte delle sue scritture nel sito personale claudiobagnasco.com

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