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Assassin’s Creed Odyssey: che fine hanno fatto gli Assassini?

Assassin’s Creed mi evoca un’immagine ben precisa: una me molto più giovane, seduta sul letto, con un controller in mano e una Xbox 360 accesa. Una me che all’epoca faticava a spegnere la console perché il gioco – il primo della serie – esercitava su di me un fascino che ancora oggi fatico a spiegarmi. Altair e Desmon mi avevano davvero conquistata così come quel mix tra fantasia e realtà che caratterizzava il titolo.

La stessa scena, sullo stesso letto e con la medesima console, si ripetè anche qualche anno dopo. Altair non c’era più ma Ezio Auditore si era rivelato un degno sostituto, un sostituto che per giunta si muoveva nel nostro splendido Paese, circondato da monumenti ed edifici che possiamo vedere e toccare ancora oggi e da personaggi che hanno fatto davvero la storia dell’Italia.

Questo è l’Assassin’s Creed che conoscevo e che ora, mi duole ammetterlo, sembra morto.

La storia non conta più

Non fraintendetemi, Assassin’s Creed Odyssey è indubbiamente un bel gioco, un titolo che ho apprezzato e che ha sicuramente qualcosa da dire. Il problema è nelle prime due parole: non ci sono assassini, non c’è alcuna setta e quindi – per definizione – non è un Assassin’s Creed. Lo so, spiega l’origine dei Frutti dell’Eden, ma questo non basta a renderlo un vero capitolo della saga di Ubisoft.

Ad essere diverso poi è il ruolo rappresentato dalla Storia, quella vera. All’inizio il mondo di Assassin’s Creed era perfettamente integrato con gli eventi realmente accaduti, era ricco di intrecci e sapeva sfruttare in maniera magistrale le nostre conoscenze storiche. Vi ricordate i Borgia, Leonardo da Vinci e Lorenzo de’ Medici? Tutti loro erano dipinti in maniera impeccabile, inseriti in una narrazione che riservava continue sorprese senza per questo tradire i fatti. La sensazione quindi era quella di avere davvero un ruolo nella storia, di essere parte di qualcosa di grande e vero.

Odyssey non è così. Il racconto fatto da Ubisoft non è più saldamente ancorato alla realtà, nonostante ci permetta di conoscere alcuni personaggi realmente vissuti e indubbiamente affascinanti. Qualche scivolone però lo troviamo anche qui. Pensate ad esempio a Pericle. I testi a nostra disposizione lo descrivono come la vera mente dietro la guerra del Peloponneso, uno stratega straordinario capace di prevedere gli eventi persino dopo la sua morte. Il gioco invece lo dipinge come un uomo travolto dalla guerra, un pacifista che si trova in una spiacevole situazione e cerca di gestirla al meglio delle sue possibilità. Un trattamento analogo viene riservato anche a Socrate. Il filosofo del daimon, una delle menti più brillanti dell’Antica Grecia, diventa qui una figura marginale, poco incisiva e soprattutto poco sobria.

Naturalmente non tutto ciò che troviamo in questo Assassin’s Creed Odyssey è da criticare. Anzi, c’è un aspetto che merita di essere premiato: l’attenzione agli usi dell’epoca. Rispetto ai capitoli precedenti infatti troviamo una forte caratterizzazione dei costumi, un’attenzione assolutamente lodevole nella ricostruzione degli edifici, delle statue, dei mercati e dei vestiti. La vita quotidiana diventa quindi centrale e in grado di immergere i giocatori in un’atmosfera unica e fortemente educativa. Certo, non sostituisce un buon libro di storia, ma sicuramente aiuta a capire qualcosa in più.

C’era una volta lo stealth

Ad essere cambiato però non è solo l’elemento narrativo. A rendere Assassin’s Creed meno “Assassin’s Creed”è anche il nuovo gameplay.

Kassandra, la protagonista del gioco, è molto meno Ezio Auditore e più Xena, la  principessa guerriera. Rimanere nascosti e piombare addosso ai nemici dall’alto non è più indispensabile. Ora è possibile affrontare quasi tutti i nemici a muso duro, basta essere pronti a schivare gli attacchi avversari e a contrattaccare con il giusto tempismo. Insomma, niente più stealth estremo o fughe disperate quando si viene individuati. I nuovi “assassini” sono infatti pronti allo scontro diretto, anche di fronte ad un netto svantaggio numerico.

Ad essere sparite sono anche quelle sezioni squisitamente platform, con piccoli enigmi ambientali necessari a proseguire nel gioco. Un vero peccato visto che davano un po’ di varietà alle varie missioni.

Ovviamente per ogni cosa persa ne troviamo una nuova e la novità qui si chiama RPG. Assassin’s Creed Odyssey prende in prestito tantissimi elementi dal mondo dei giochi di ruolo: ci sono le abilità, le armi da potenziare e i pezzi di armatura da trovare, ma anche tante nuove aree da scoprire, quest secondarie da portare a termine e tesori da saccheggiare. Questa scelta aumenta incredibilmente le ore necessarie a completare il gioco, ma il nuovo gameplay spezza anche il ritmo della narrazione e ti obbliga a livellare continuamente per poter proseguire con la storia. Un pattern che porta con sé una conseguenza assolutamente spiacevole: i personaggi non creano più legami intensi con i giocatori. Non ci si affeziona più. Kassandra, con la sua travagliata infanzia e le sue continue battaglie, non è riuscita a catturare la mia attenzione, ad esercitare il fascino di Ezio o a rimanere impressa nella mia mente come Altair.

Possiamo ancora chiamarlo Assassin’s Creed?

Onestamente, no. Assassin’s Creed è morto. È morto perché l’abbiamo ucciso noi. Noi che chiedevamo a Ubisoft qualcosa di nuovo, noi che ci lamentavamo del combat system, noi che volevamo più cose da fare, più territori da esplorare, più personaggi da incontrare.

Assassin’s Creed è ormai un cappello molto ampio che identifica il “gioco storico” del publisher francese. Un’etichetta che ormai è difficile definire “saga” ma che, per fortuna, riesce ancora a regalarci qualche piacevole ora di gioco con i suoi protagonisti, anche se non sono dei veri Assassini.

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Erika Gherardi

Amante del cinema, drogata di serie TV, geek fino al midollo e videogiocatrice nell'anima. Inspiegabilmente laureata in Scienze e tecniche psicologiche e studentessa alla magistrale di Psicologia Clinica, dello Sviluppo e Neuropsicologia.
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