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Gabriele Micalizzi protagonista di #fotointerviste, il fotogiornalismo nelle zone di guerra

max&douglas, il famoso duo di ritrattisti, intervistano il fotogiornalista Gabriele Micalizzi, da molti anni attivo in zone di guerra

Il secondo appuntamento con il format per il nostro canale Twitch, #fotointerviste, ha per protagonista il fotogiornalista Gabriele Micalizzi, da molti anni attivo in zone di guerra. #fotointerviste, disponibile sul nostro canale Twitch e su Tech Princess – Replay, è il nuovo spazio settimanale dedicato alla fotografia, in cui abbiamo l’occasione di conoscere grandi protagonisti del mondo dell’immagine. A condurre sono max&douglas con cui scopriremo curiosità e aneddoti sulla vita di Gabriele Micalizzi.

Nato a Milano nel 1984, Gabriele Micalizzi ha avuto una gioventù “hardcore” come ama definirla lui stesso. A 20 anni è in Australia, senza soldi in tasca, dove lavorava nei campi e dormiva in un furgone. Il tutto per imparare l’inglese. Tappa successiva è la nuova Zelanda, dove Gabriele Micalizzi va a lavorare come tatuatore. La fotografia e la passione per i tatuaggi diventano i suoi due modi di raccontare storie, fino a quando a prevalere è la stessa fotografia. L’incontro con il pluripremiato fotografo Alex Majoli gli cambia la vita: entra nel collettivo Cesura, guidato proprio da Majoli, avendo così la possibilità di confrontarsi ed imparare un mestiere da uno dei più bravi fotoreporter in attività.

Dal 2010 Micalizzi è attivo soprattutto in medio oriente, coprendo le aree di guerra per le maggiori testate italiane ed internazionali. Nel 2016 decide di partecipare alla prima edizione del contest televisivo Master of Photography, vincendolo. Gabriele Micalizzi non è però solo un fotografo di guerra, i suoi reportage spaziano su molti argomenti e negli ultimi anni si è dedicato anche alla fotografia di moda, firmando campagne pubblicitarie per grandi marchi, mantenendo però sempre il proprio stile.

Gabriele Micalizzi protagonista di #fotointerviste

Durante l’intervista, Gabriele Micalizzi ci ha parlato della realtà di un fotografo reportagista, cosa significa entrare in azione, seguire certi tipi di storie e quanto bisogna essere Rock’n Roll per affrontare certe situazioni, soprattutto di conflitto. “Ho iniziato a fare le foto per fotografare i graffiti che realizzavo”, ci racconta Micalizzi, “pullman, metro, treni; le mie opere dovevo essere documentate. Poi ho frequentato la scuola di fotografia; un giorno sono andato in una libreria e ho visto le fotografie dei grandi fotografi, grandi maestri, in posti bellissimi con volti incredibili, e li ho messi a confronto con me stesso, io non avevo mai viaggiato, non avevo visto tanto del mondo. Quindi tutto questo desiderio di vedere mi ha portato a scegliere questo mondo. Però la scelta vera è avvenuta a scuola, dopo il liceo, ed è passato attraverso il fotogiornalismo”.

“Viene tutto fuori dal background che hai e all’attitudine di vita”, ci spiega Gabriele Micalizzi, “io sono partito con i graffiti, andavo allo stadio, ho scelto delle attività in cui dovevo sfogarmi, come persona, sia a livello di espressione che fisico; questa cosa mi ha preparato ad affrontare certe situazioni. Studi tanto per fare questo mestiere, eppure ti devi cacciare nelle situazioni, ti devi buttare, molte volte ti prendi dei rischi, anche se bisogna calcolarli, in questo senso l’esperienza ti fa capire cosa è meglio non fare, cosa è molto pericoloso. Questo è un mestiere che impari sul campo, non c’è nessun tipo di preparazione al mondo che ti può forgiare”.

“C’è una necessità di attitudine in quello che faccio io”, continua Gabriele Micalizzi, “una predisposizione che devi avere, buttarti in un certo tipo di situazioni. Durante uno dei miei primi reportage, a Bangkok nel 2010, mi sono trovato in una manifestazione di notte, di fianco le barricate, che avevano portato avanti le camice rosse, contro il governo. Questo gruppo di manifestanti a un certo punto lancia una granata, ferendo questo signore che mi è caduto addosso. Dopo aver potuto appurare che non era ferito grave, istintivamente l’ho fotografato. Ho capito che quello era il mio mestiere, nonostante l’adrenalina fosse molto alta, io istintivamente mi sono sentito di scattare una foto. Lavorare in zone di conflitto è tutta un’altra cosa, ci vuole pianificazione, ci vuole conoscenza, ci vuole ricerca, conoscenza di geopolitica, geografica, di fazioni, c’è tanto lavoro dietro”.

Bisogna essere Rock’n Roll

“Cè un aspetto di questo mestiere di cui si parla poco ed è essere commerciale”, spiega Gabriele Micalizzi, “essere commerciale di se stessi, sapersi vendere. Io sono figlio di venditori, in casa mia la vendita, la chiacchiera, il modo di porsi, di come apparire sono cose che ho ereditato: sono un comunicatore. Penso sempre all’output quando lavoro, quando scatto, perché è importante saper comunicare quello che fai. Tutto è comunicazione oggi: partire, ovviamente, da una base forte di contenuti e procedere attraverso la comunicazione che non è solo promozione, come anche l’utilizzo dei social, come Instagram“.

“Il lavoro vero è scegliere le storie”, racconta Gabriele Micalizzi, “da fotogiornalista ti puoi specializzare in un territorio, in un luogo. Io sono specializzato in Medio Oriente, come focus la Libia principalmente. Fa parte della mia vita, del mio percorso, ci deve essere una scelta territoriale perché non puoi essere ovunque. Il fotografo vecchia scuola veniva spedito in ogni parte del mondo, dove succedevano gli eventi; in realtà, il mio percorso è focalizzarmi sui miei interessi”.

“Io dico sempre questa frase: non lavoro per i magazine, lavoro per la storia. Mi piace questa frase perché è una missione. Ho cercato di avere un mio linguaggio; quando si pensa alle foto di guerra si pensa a foto forti, di impatto, di morti, devastazione. In realtà io ho una filosofia differente, ovvero raccontare il mondo nella sua schiettezza, con un linguaggio duro, diretto ma con una poetica”.

“Dal punto di vista emotivo ho seguito la situazione della pandemia, ho seguito tantissime storie, tantissime situazioni, ed è differente dallo scenario di guerra”, afferma Micalizzi. “Sicuramente quel che mi ha colpito di più è la paura; le persone si stanno rendendo conto che le informazioni sono importanti, il giornalismo ha un senso se fatto bene. La differenza è che sono riuscito a seguire una storia, dal punto di vista fotografico, per un anno intero. Fondamentale è raccontare storie, il dramma che vivono certe persone, cercando anche di andare incontro a chi guarda le immagini. Come ha fatto Martin Parr, che è riuscito con l’ironia a raccontare quanto siamo grotteschi, infatti è uno dei più grandi autori che abbiamo a livello fotografico”.

Il lavoro vero è scegliere le storie

gabriele micalizzi

“Il momento in cui ho vissuto un’emozione forte, in cui mi sono sentito proprio al centro della storia, è stato quando ero in Egitto, a Il Cairo: c’erano gli anti Mubarak, che manifestavano da giorni in piazza, poi sono arrivati i pro Mubarak e a un certo punto si sono create due fazioni enormi, e io ero li al centro. Sono molto soddisfatto di quella foto: era un foto intensa. Ma c’è da considerare una cosa: la guerra è fotogenica, è facile da fotografare, le cose succedono, non devi creare niente, devi saper dove guardare, e cercare di sopravvivere”.

“Come affermava Luc Delahaye, grandissimo fotografo francese, la macchina fotografica è l’unico filtro tra te e la realtà, quindi a volte può essere uno scudo e ti può riparare, altro volte ti fa vedere le cose meglio di come le vedi normalmente. Tu come fotografo sei un testimone della guerra, le persone che vedi sono esseri umani, l’empatia è normale, e le cose che vedi e che fotografi te le porti a casa. Per molto tempo stai suoi luoghi di battaglia e ne vedi di ogni. La paura è l’unica lancetta che ti può salvare la vita”.

“Nella mia vita professionale”, afferma Gabriele Micalizzi, “ho fatto la gavetta come si faceva una volta, una scuola di fotografia, poi esperienza con vari fotografi e fotogiornalisti, poi l’esperienza di Master of Photography, che per me era importante anche per impormi sul mercato. Ne ho subito colto il potenziale e quel che poteva veicolare ovvero un’educazione visiva fortissima. Una bella esperienza sia far competizione sia stare in televisione, che mi ha dato una spinta fortissima di autocomprensione della comunicazione che potevo avere a livello fotografico, e poi ha allargato l’audience. La televisione ti permette di avere un’audience ampissima”.

Non lavoro per i magazine, lavoro per la storia

“Oggi, dal punto di vista lavorativo, mi capita di fare cose diverse, lavori diversi dal mio percorso. Non mi considero un ritrattista, sono una persona dinamica, non sono bravo sul posato; un anno ho fatto questo lavoro, un progetto personale che porto avanti da anni che si chiama Italians the Myth, che mi ha portato a fotografare gli autogrill, le spiagge in Puglia, e poi in Sicilia dove ho fotografato i matrimoni. Ho imparato un sacco di cose, soprattutto come pormi con le persone. Essere un freelance è un allenamento molto faticoso, ti assorbe”.

“Per quanto riguarda l’analogico”, ci racconta Gabriele Micalizzi, “ultimamente ho lavorato in polaroid, perché per me la pellicola è anche usare il polaroid; tornare in camera oscura è bellissimo, a volte non ci pensi ma è emozionante: la fisicità della foto. La foto è in crisi in questi anni, anche dal punto di vista concettuale, perché non è più fisica. Prima scattavi una foto, la stampavi e la potevi vedere sulla carta. Dava una identità alla fotografia. Il digitale è diverso”.

“Nell’analogico c’è una componente di sensorialità e fisicità diversi; con la pellicola puoi fotografare qualsiasi cosa e viene bene perché ha una pasta incredibile, la pasta del negativo è meglio del digitale. Ti cambia l’approccio, con il digitale scatti in maniera diversa; io sono molto bulimico, scatto molto di pancia. Usando l’analogico ti poni in un altro modo, è molto meditativo, deve essere tutto messo al punto e al posto giusto. Non è altro che un mezzo, e il mezzo non è così importante perché è il risultato che conta; il mezzo è una cosa formale, ti ci devi trovare bene. L’oggettività in fotografia non esiste: è importante, più che le foto che fai, ciò che pensa la gente, anche come banco di prova. Per questo, in generale, non mi pongo limiti, voglio sperimentare, mi voglio divertire”.

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