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Netflix the great hack

Il documentario Netflix “The Great Hack – Privacy Violata” ha rivelato in quali modi alcune aziende – e governi – sfruttino i dati degli utenti.

Il documentario di Netflix “The Great Hack – Privacy Violata”

Gli scandali degli ultimi anni, tra cui spicca quello firmato Cambridge Analytica, hanno portato alla nascita di molte domande riguardanti la privacy dei dati, e come questi ultimi vengano sfruttati da aziende e governi.

A rispondere a questi quesiti è stato “The Great Hack – Privacy Violata”, il documentario di Netflix che ha voluto indagare più da vicino su come le informazioni personali possano essere utilizzate per individuare e modificare le opinioni delle persone più “persuadibili”, ovvero influenzabili tramite social media o propaganda.

Alla base del documentario vi è l’analogia del boomerang, abilmente spiegata dalla segnalatrice di illeciti Brittany Kaiser, secondo cui i dati condivisi dagli utenti verrebbero analizzati, per poi essere nuovamente inviati sotto forma di messaggi mirati ad istigare un cambio di comportamento.

Affrontare la “Guerra dei Dati”

Motivazioni come quelle precedentemente elencate – e mostrate nel documentario di Netflix – potrebbero facilmente creare un clima di diffidenza, rivolta soprattutto verso organizzazioni e piattaforme basate proprio sulla gestione dei dati.

La mancanza di fiducia, però, potrebbe arrivare non a rappresentare una soluzione, ma un ulteriore problema, capace di ostacolare la valorizzazione dei dati stessi!

In questo senso potrebbe quindi essere più utile tentare di identificare le organizzazioni più responsabili, capaci di adottare un approccio ragionevole ed etico alla raccolta e all’utilizzo dei dati, sia a livello del singolo sia collettivo.

L’opinione di Qlik

A fornire la propria opinione riguardo a questa “Guerra di dati”, descritta alla perfezione nel documentario di Netflix, è Qlik, leader nella Data Analytics.

Secondo la società, infatti, per vincere il conflitto sarebbe necessario effettuare tre passi fondamentali:

  1. Un nuovo Digital Social Contract: secondo Qlik i contratti per la regolazione della privacy attuali, come GDPR e il Contract for the Web Project di Sir Tim Berners-Lee, non sarebbero sufficienti, e andrebbero affiancati da quadri normativi più precisi;
  2. Data Literacy: fondamentale per la corretta gestione dei dati è l’alfabetizzazione delle persone, che devono essere in grado di decifrare e contestare le notizie trovate online, in modo tale da poter poi prendere delle decisioni informate e autonome;
  3. Creare una solida piattaforma aperta, capace di gestire ed elaborare dati e contenuti per poi metterli a disposizione delle persone in maniera trasversale, connessa, trasparente, etica e certificata.

Come ultima considerazione, Qlik ricorda come il grande processo di raccolta e gestione dei dati sia soltanto agli inizi e, nonostante l’esplosione favorita dai dispositivi IoT e dall’AI, vada presa con le dovute precauzioni, unite ad un pizzico di sfiducia e spirito critico.


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Maria Elena Sirio

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Videogiocatrice dall'infanzia, innamorata del fantasy e dell'avventura (ma, soprattutto, di Nathan Drake), con una passione per il disegno, il cinema e le serie tv, che tenta di conciliare tutti questi interessi con la facoltà di Biotecnologie.