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Spotify

Come artisti ed etichette possono influenzare l’algoritmo di Spotify
La piattaforma di musica on demand apre agli artisti la possibilità di influenzare il suo algoritmo di promozione


Quella che state per leggere è una notizia davvero eclatante. In questi giorni Spotify ha deciso di provare ad offrire ad artisti ed etichette musicali la possibilità di influenzare il suo algoritmo di promozione. Si tratta di un test, in cui la piattaforma di musica on demand apre alle richieste di promozione da parte di cantanti ed esponenti del mondo discografico. Cosa significa in pratica? Se Fleetwood Mac volesse promuovere la traccia “Dreams” dopo che è diventata virale su TikTok, potrebbe fare una richiesta specifica. In questo caso, l’algoritmo di Spotify potrebbe inserire la canzone all’interno di una sessione radio, oppure semplicemente proporla all’ascoltatore quando entra in riproduzione automatica. Insomma, potrebbero essere le etichette discografiche a decidere cosa farci ascoltare nel corso della giornata.

Spotify, ora gli artisti possono influenzare l’algoritmo della piattaforma

Vogliamo essere in grado di fornire strumenti che aiutino i nostri artisti a sfruttare questi momenti, in modo che possano avere un maggiore controllo del loro successo su Spotify e siano più responsabili della loro carriera“. Così Charleton Lamb, Responsabile del Marketing dei prodotti di Spotify, ha spiegato la scelta della piattaforma di avviare questo test. Ma non si fa niente per niente. E così Spotify, in cambio di questa spinta promozionale extra, pagherà agli artisti “una percentuale di commissione” inferiore ogni volta che il brano viene riprodotto su loro richiesta.

In questo modo, gli artisti e le etichette discografiche sanno che andranno a perdere qualcosa sulle riproduzioni, ma potranno recuperare sulle entrate nel caso in cui la canzone riscuotesse successo e cominciasse ad essere ascoltata dagli utenti di loro spontanea volontà. E se questo risulta utile per i cantanti e per i referenti del mondo discografico, può davvero essere un bene per noi ascoltatori? Oppure gli utenti potrebbero sentirsi infastiditi dall’idea di ascoltare brani “pilotati”?

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Chiara Crescenzi

Editor compulsiva, amante delle serie tv e del cibo spazzatura. Condivido la mia vita con un Bulldog Inglese, fonte di ispirazione delle cose che scrivo.