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L’antitrust italiano contro il Cloud, termini ingiusti per i clienti

L'AGCM bacchetta iCloud, Google Drive e Dropbox

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha analizzato i termini e le condizioni dei tre principali provider di archiviazione cloud. E il risultato non le è affatto piaciuto. L’antitrust infatti bacchetta iCloud, Dropbox e Google Drive per i termini di contratto privato dei servizi cloud, che giudica illegali. Per il Garante, i contratti per l’archiviazione gratuita su cloud sono scritti soprattutto per tutelare le aziende, non i consumatori.

L’antitrust italiano contro i termini dei provider Cloud

Molti utenti non fanno più nemmeno caso a quanti gigabyte di memoria ha il nuovo telefono che comprano: ci pensa il cloud. Lo storage online offre una comodità enorme, permettendo di accedere ai vostri documenti e fotografie da qualsiasi dispositivo. Sempre disponibili, sempre aggiornati. La transizione al cloud l’abbiamo fatta così in fretta e tanto semplicemente, che quasi nessuno di noi si è mai fermato a leggere i Termini e le Condizioni del servizio che utilizziamo. Però ci ha pensato l’AGCM.

Le aziende quando scelgono un provider cloud di solito passano molto tempo a definire le più minuscole clausole del servizio. Ma gli utenti medi usano di solito la versione di base gratuita del servizio, quindi non si preoccupano tanto delle note a margine.

L’antitrust invece segue l’operato di iCloud di Apple, Google Drive e Dropbox ormai da un anno e ha finalmente espresso il proprio parere sui contratti di esercizio . Che giudica ingiusti e sbilanciati (il testo utilizza l’aggettivo “vessatorio”). Perché anche se non paghiamo per il servizio, dovremmo essere tutelati dal contratto.

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Cosa contesta l’AGCM?

Il testo del procedimento è lungo e ricco di dettagli legali (per i quali ci siamo dovuti far aiutare), troppo tecnico per poter essere compreso con facilità. Quindi proviamo a sintetizzarlo anche se non ci assumiamo nessuna responsabilità legale (che è proprio il comportamento contestato ai tre servizi).

Secondo l’Antitrust, tutti e tre i fornitori avrebbero espresso in maniera univoca la rinuncia a qualsiasi responsabilità dei dati salvati nel cloud. Le tre società ritengono di non essere responsabili per qualsiasi perdita di dati. Qualcosa che ritengono di avere il diritto di fare, specie per il pacchetto gratuito. Ma il Garante sottolinea che invece sono responsabili legalmente del servizio che offrono, non importa la cifra pagata (o non pagata). Resta comunque un esercizio commerciale, implementato per espandere il proprio mercato, quindi deve essere tutelato come qualsiasi servizio a pagamento.

Inoltre, tutte le aziende ritengono di poter cambiare i Termini e le Condizioni con il dovuto preavviso e nei limiti del buon senso. L’AGCM contesta che questa disposizione è troppo vaga (solo Dropbox da un numero di giorni minimo per il preavviso) e unilaterale.

A queste critiche fatte a tutte le società, ce ne sono di specifiche. Per esempio, Dropbox non prende responsabilità per la traduzione dei Termini in altre lingue, asserendo che solo il testo inglese fa fede legale. Qualcosa che l’antitrust non trova corretto nei confronti dei clienti italiani.

L’antitrust ai fornitori cloud: i contratti tutelino, anche se gratis

Il punto essenziale della critica dell’antitrust riguarda la distinzione che questi fornitori fanno tra servizi gratuiti e a pagamento. Apple, per esempio, ha contestato questa decisione dicendo che: “Apple non può impegnarsi ad offrire un servizio gratuito sine die e si riserva il diritto di cessare il servizio gratuito, salvo il rispetto degli obblighi di preavviso a tutela degli utenti secondo i Termini e Condizioni del servizio. Infatti, non può essere richiesto a un’impresa di offrire ai propri utenti una funzionalità o un servizio per sempre e gratuitamente”.

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L’AGCM però ha determinato che il contratto di fruizione del servizio, anche nei 5GB gratis inclusi nel pacchetto base, non dovrebbe essere meno tutelato di quello a pagamento. Acquistare “giga in più” amplia un contratto già in essere, non ne apre uno nuovo.

Per questo motivo la distinzione tra utenti paganti e non paganti non dovrebbe dunque sussistere, in quanto il consumatore sottoscrive, in entrambi i casi, condizioni contrattuali che vengono mantenute fino alla cancellazione del servizio, variando tra i due casi unicamente lo spazio di archiviazione messo a disposizione e le connesse condizioni economiche”.

Semplificando all’estremo, Dropbox, Apple e Google non possono fornire meno tutele legali solo perché il piano è gratuito. Perché resta comunque un contratto commerciale, che gli utenti possono ampliare con abbonamenti in seguito.

Il testo non è così esplicito ma sembra che il sottotesto sia che, visto che le società attraggono i clienti con il pacchetto base, per poi farsi pagare quando finiscono lo spazio di archiviazione, debbano tutelare i clienti dall’inizio. Anche quando non ci stanno guadagnando.

Le tre società stanno ancora discutendo i dettagli di questo provvedimento, quindi non ci sono risposte e annunci di cambiamento dei piani. E va sottolineato che già negli ultimi mesi hanno messo in essere modifiche per rispondere alle note dell’AGCM. Ma nei prossimi mesi potremmo vedere qualche novità. Resta da capire se vedremo dei servizi gratuiti meglio tutelati. O semplicemente non vedremo più servizi gratuiti.

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Source
AGCM

Stefano Regazzi

Il battere sulla tastiera è la mia musica preferita. Nel senso che adoro scrivere, non perché ho una playlist su Spotify intitolata "Rumori da laptop": amo la tecnologia, ma non fino a quel punto! Lettore accanito, nerd da prima che andasse di moda.

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