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Community: Perché guardarla?
È un piccolo grande cult davvero imperdibile per un appassionato di serie TV


C’è uno show dell’era recente della televisione che ha avuto una vita produttiva estremamente tormentata, un successo complicato da definire tale e che (forse) non ha ancora finito il suo percorso ma che nonostante tutto questo ha avuto un peso enorme nel modellare l’intrattenimento moderno e possibilmente futuro. Una premessa ambiziosa con cui partiamo oggi in questo Perché guardarla. Ma dopotutto Community è stata una serie estremamente ambiziosa e continua a esserlo anche oggi. Scopriamo perché.

Di preciso di cosa parla Community?

community perche guardarlaTutto parte quando Jeff Winger viene trovato senza una laurea ed è quindi costretto ad abbandonare il proprio lavoro da avvocato senza scrupoli. Si iscrive al Greendale Community College, un’università di basso livello, allo scopo di ottenere il classico ‘pezzo di carta’ e tornare alla sua vita passata.

Il suo piano è però ostacolato da Britta, ex-attivista compagna di corso di Jeff, che l’uomo decide di voler conquistare. Per farlo inventa di avere creato un gruppo di studio, che per un effetto domino diventa sempre più affollato. A questo punto quindi Jeff, Abed, Troy, Britta, Shirley, Pierce e Annie si troveranno fianco a fianco ad affrontare tutte le difficoltà della scuola. E non si parla solamente di studio, progetti di gruppo e esami…

Ora, è abbastanza tipico che uno show, raggiunto un certo numero di stagioni, si allontani dalla propria premessa iniziale, almeno in parte. In una ricerca di idee innovative e fresche nascono episodi speciali e bizzarri, a volte con buoni risultati, altri meno. Pensate a Scrubs, con il suo episodio musical, quello fantasy o ancora quello in cui comparivano i personaggi di Sesame Street. Ecco, questo succede anche in Community, ma già nella prima stagione.

Tutto quello che abbiamo scritto poche righe più sopra è vero. Community parla effettivamente del ritorno all’università di Jeff Winger, del gruppo di studio e così via. Ma quello è solo il pretesto, per poter costruire una serie TV che vuole raccontare tutto il mondo dell’intrattenimento in maniera originale e accattivante, creando uno dei prodotti più bizzarri e anarchici che ci siano.

Sette persone in cerca di autore

Da anni ormai viviamo in un’epoca dove la riflessione sui media, sulla narrazione, sulle barriere che separano la nostra realtà e quella dei racconti è un elemento apprezzatissimo, da critica e pubblico. La rottura della quarta parete non è più un termine per addetti ai lavori e sempre più persone riconoscono questo espediente e lo celebrano. Community però fa qualcosa di più di questo, grazie al personaggio di Abed.

Appassionato di televisione e cultura pop, il ragazzo (magistralmente interpretato da Danny Pudi) è convinto di essere in una serie TV e spesso fa riferimento a questo, parlando di episodi passati, stagioni, colpi di scena non convincenti e così via. Non bisogna però confonderlo con un semplice ‘distruttore della quarta parete’ come Frank Underwood o ancora di più Deadpool.

Abed infatti è convinto (a un certo livello) di essere in una serie TV, ma non ne è consapevole. In questa piccola sfumatura c’è un significato importantissimo, che rende questo personaggio diverso da tutti gli altri. Soprattutto rende più concrete le sue avventure e quelle del resto del gruppo di studio al Greendale Community College.

I suoi amici lo assecondano parzialmente, ma in una maniera concreta e in questo modo (soprattutto nelle prime stagioni bisogna ammetterlo) guadagnano in umanità. Le sette figure quasi stereotipiche al centro di Community passano così da essere personaggi a essere persone. Nonostante questo, tramite i commenti di Abed, riflettono indirettamente sul proprio ruolo narrativo, creando un livello di analisi sul medium più profonda di tanti altri prodotti di questo filone.

Il Greendale Community College ha le sue fondamenta sulla quarta parete

Community ha un rapporto estremamente raffinato con il proprio pubblico. Un gioco continuo fatto di rimandi agli appassionati, strizzate d’occhio e citazioni al fandom. Addirittura in un episodio si integra (e ironizza) su un commento ricevuto su Twitter dall’autore dello show, diventato virale tra i fan. Tutto questo però senza mai davvero rompere la leggendaria quarta parete, anzi.

Per tutto il tempo, Community flirta con il concetto stesso della divisione tra narrazione e vita reale, in un gioco elegante e sinuoso. Questa serie è un grande castello costruito direttamente sul confine, su quella quarta parete che torna tantissimo nelle opere moderne.

Accantonata la sua premessa iniziale, Community si tuffa a piene mani nel raccontare proprio questo: il mondo dell’intrattenimento in tutte le sue sfaccettature. E così raccoglie ogni cliché, ogni linea narrativa, ogni consuetudine e la fa propria, riadattandola, deformandola, facendone parodia ma restando sempre perfettamente aderente a essa. Non è un prodotto che va a distruggere gli stereotipi in sé e per sé, ma è uno specchio che ce li mostra in una forma distillata ed evidente, stimolando nel pubblico e nell’ambiente una continua riflessione.

Ogni regola della narrazione viene messa in discussione, passando tanti generi differenti nel corso delle diverse stagioni. Il tutto senza mai mancare di rispetto al proprio pubblico, ma anzi arrivando a essere sempre più complessa nelle proprie trame e nelle proprie riflessioni articolate.

Community ha lasciato il segno, nonostante tutto

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Questo approccio così curioso (ma anche determinate scelte dei network) ha reso sicuramente complicata la vita dello show. Cancellazioni, salvataggi in extremis, addii e ritorni degli autori, cambi del cast, trasferimenti di piattaforma e molto altro hanno piagato la storia di Community.

Tuttavia, nonostante questo e nonostante il pubblico sia rimasto una nicchia di fedelissimi, è riuscita a lasciare il segno. Tante figure che sono passate da Community sono diventate centrali nell’intrattenimento moderno. Joel McHale, Gillian Jacobs e Alison Brie sono stelle affermate e ancora di più lo sono Danny Pudi, Ken Jeong e soprattutto Donald Glover, anche grazie alla propria carriera musicale come Childish Gambino.

Per non parlare poi di Dan Harmon, che dopo aver creato Community ha dato vita a Rick and Morty, o ai fratelli Russo che si occupavano delle scorribande tra i corridoi del Greendale quando i Marvel Studios li hanno chiamati per dirigere Capitan America e poi gli Avengers nello scontro finale con Thanos.

Insomma, Community è un po’ come The Velvet Underground & Nico. La leggenda narra che questo album abbia venduto pochissime copie, ma chiunque ne abbia comprata una sia diventato un grande musicista o critico musicale. Ecco, le avventure di Jeff, Abed, Britta, Pierce, Shirley, Annie e Troy sono un po’ così, ma fanno molto, molto più ridere. E per tutti questi motivi quindi dovreste guardare Community al più presto.

#andamovie (poi capirete…)

Greendale Community College Maglietta
  • Leggera, taglio classico, maniche con doppia cucitura e orlo inferiore

Mattia Chiappani

Ama il cinema in ogni sua forma e cova in segreto il sogno di vincere un Premio Oscar per la Miglior Sceneggiatura. Nel frattempo assaggia ogni pietanza disponibile sulla grande tavolata dell'intrattenimento dalle serie TV ai fumetti, passando per musica e libri. Un riflesso condizionato lo porta a scattare un selfie ogni volta che ha una fotocamera per le mani. Gli scienziati stanno ancora cercando una spiegazione a questo fenomeno.
                   










 
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