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Dogman: com’è il film diretto da Luc Besson

L’essere umano è l’unica specie narrante al mondo. Non ne esistono altre in grado di raccontare sé stesse e il mondo che le circonda, non c’è qualcuno o qualcosa in grado di restituire al mondo un racconto speculare, personale, impressionista della propria vita. L’uomo come unica specie narrante è in grado di trasferire le proprie storie, di trasferire saggezza, un’eredità, o una magagna, perché no.

Per questo raccontare diventa imperativo, usare il proprio sguardo sul mondo diventa urgente, ed è essenziale ancor di più se al centro delle proprie storie abitano comunità al margine. Vivere al margine non è una scelta di comodo. Anzi, non è neppure una scelta. È una condizione imperiosa, di cui si soffre la sudditanza. E il protagonista di Dogman, il nuovo film diretto da Luc Besson, con Caleb Landry Jones, in concorso alla ottantesima Mostra del Cinema di Venezia, è un uomo che vive al margine, fin dall’infanzia.

Dogman di Luc Besson: ovunque ci sia un infelice, Dio invia un cane

Dogman ci porta nella vita di Douglas, un ragazzo che vive con la propria famiglia canina, più di cento cani con cui condivide una dimora piuttosto angusta. La sua vita è stata disseminata di sofferenze e di dolore, da quando il padre lo ha rinchiuso in una gabbia, quando era bambino, perché stava affamando i loro cani. Ed è proprio li, in quella gabbia, che si stringe un’alleanza, che il suo destino si compie, e Douglas, a causa di colpo di fucile partito dalle mani del padre, rimane orbo di un dito e parzialmente paralizzato. La sua vita comincia in quell’istante, riesce a sfuggire dalla gabbia e ricrea un brefotrofio canino, un luogo in cui vive con la sua unica famiglia possibile, quella che ama e dalla quale viene ricambiato, incondizionatamente.

Douglas dai cani ha imparato tutto. L‘insegnamento più grande che ha appreso dalla sua comunità a quattro zampe è che l’amore è una pratica, una misura, un fare, non un sentimento, non una proiezione, non un’intenzione. Dogman, con il colore sapido della tragedia e le sfumature glaciali del cinecomic, consegna al nostro sguardo una storia senza eroe, in cui gli esseri umani sono proiettili senza meta, che feriscono e determinano, e pur essendo letali e maligni vogliono essere amati e protetti. Ma non sanno farlo, i cani questo sanno farlo, non curandosi e fidandosi, malauguratamente, degli uomini.

Dogman: com’è il film diretto da Luc Besson

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Dogman è il calco del cinema epico, nel senso più storico del termine, in cui a vivere il conflitto con il mondo è un uomo che vive nella consapevolezza di essere nelle mani di un’entità più grande, un tutt’uno col divino; un uomo che vive il suo corpo come una psicanalisi sociale, che è il teatro, e il suo corpo è prestato, vissuto e compiuto nel teatro. Se puoi recitare Shakespeare puoi recitare qualsiasi cosa, afferma Douglas, e quel teatro diventa la maschera che racconta la sua avventura interiore, spessa, sfaccettata, una maschera che non copre le cicatrici, che le esalta con grazia, come accade con Joker, ma senza risa isteriche, senza compiere il male, pur agendolo e vivendoci maledettamente vicino.

Luc Besson dirige un’opera dolente, magnetica, perpendicolare al dolore, in cui non ci sono vincitori, ma tanti bossoli perdenti: c’è la confessione, c’è un Dio che vive negli occhi dei cani, c’è Edith Piaf, il trucco, l’infingimento, la morte, c’è Marilyn Monroe, c’è Louis Aragon: “E quando crede di aprire le braccia la sua ombra è una croce”. Quel finale non si dimentica.

Leon
  • Filmauro
  • Elettronica
  • Reno,Oldman (Attore)

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