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Fedez e il Primo Maggio: fra censura, politicamente corretto e libertà

Quello che è successo al concerto del Primo Maggio ha colpito in modo ondivago e ampio tutta la società civile, a partire dalla politica, ai cantanti, al mondo della televisione e dello spettacolo. Il discorso che Fedez ha tenuto durante la diretta del concertone, seguito poi dalla pubblicazione della telefonata di venerdì sera che si è tenuta tra il cantante e Rai Tre, è stato condiviso sui social in maniera totale e continuativa, scatenando polemiche contrastanti e ancora in corso.

Tutto è cominciato venerdì sera, quando Massimo Bonelli (iCompany) ha chiamato Fedez. Durante la chiamata sono intervenuti Lillo, Massimo Cinque e Ilaria Capitani, vicedirettrice di Rai3. Ne è seguita una discussione molto accesa, in cui i due promotori hanno spiegato a Fedez che il testo del suo intervento, inviato nei giorni precedenti da Fedez agli organizzatori, doveva essere ammorbidito: all’artista è stato chiesto di escludere i nomi e le citazioni dei consiglieri leghisti sugli omosessuali, poiché quelle frasi erano state “dette in altri contesti”, evidenziando quantomeno la necessità di adeguarsi al sistema.

Da li la replica immediata dell’artista, che ha cominciato a definire gli atteggiamenti degli organizzatori e della Rai censori e imbarazzanti. Durante il concerto del Primo Maggio Fedez non ha omesso nulla, denunciando quel che è accaduto nelle giornate precedenti ed esponendo, parallelamente al suo discorso, le problematiche dei vertici di viale Mazzini. 

Fedez e il Primo Maggio: fra censura, politicamente corretto e libertà

Fedez

Fedez ha preso il microfono e dichiarato fin da subito di aver subito il tentativo di censura dalla Rai. Ha poi pronunciato il tanto vituperato monologo, in cui ha affrontato tante tematiche, a partire dal ddl Zan contro l’omotransomofobia, attaccando poi la Lega per le affermazioni omofobe che ha asserito negli anni. L’effetto è stato detonante. Non si è fatta attendere la smentita della Rai, che ha pubblicato una nota in cui ha dichiarato falsa l’accusa di censura. Di risposta, Fedez ha pubblicato sui social un video in cui si può ascoltare la telefonata, dapprima parziale e poi integrale, che dimostra le pressioni subite.

Quel che è accaduto in queste ore, oltre alle numerose dichiarazioni dei leader politici e delle personalità della televisione che hanno espresso vicinanza a Fedez e alla sua denuncia, da Enrico Letta a Sigfrido Ranucci, è la pubblicazione di alcune dichiarazioni di uno dei conduttori del concerto, Lillo, che ha dichiarato: «Nessuno ha parlato di censura, semmai di edulcorare il suo discorso». E ancora: «Il suo intervento era legittimo, ma da esterno mi metto anche nei panni di chi con il suo lavoro mantiene la famiglia». «Non eravamo affatto preoccupati per l’intervento di Fedez ma per il clima di ansia eccessiva che si stava creando, a discapito delle nostre prove».

Cercando di ritornare al senso di tutto questo, è fondamentale a questo punto focalizzarci sull’unica cosa che conta per davvero, e che sembra essere sparita dai radar e dalle discussioni dei media e dei social, ovvero i diritti civili e la legge contro omotransfobia, misoginia e abilismo. Non ci stancheremo mai di dire che le parole sono importanti, talmente tanto che riescono sempre a fendere l’immaginario politico e sociale e a creare mondi, delineando nuovi orizzonti in cui noi tutti abitiamo.

La legge contro omotransfobia, misoginia e abilismo

Negli ultimi giorni si sono susseguite diverse vicende che hanno sottolineato ancora una volta quanto l’urgenza di adoperare le parole giuste non abbia nulla a che vedere con l’asfittica questione del politicamente corretto. In Italia si fa un gran parlare della dittatura del politicamente corretto, qualcosa che non esiste e non è mai esistita, qualcosa di cui si parla in continuazione e a parlarne spesso sono politici, comici e gente comune che, per legittimare i propri discorsi o le proprie parole omofobe, razziste e sessiste, si sentono in dovere di reclamare uno spazio, incivile e discriminatorio, in cui quelle parole possano continuare a essere pronunciate.

Questo è il caso di Pio e Amedeo, che durante il loro programma hanno usato parole ben precise, asserendo che il problema non è nelle parole ma è nella testa, puntando il dito contro tutti gli stereotipi del politicamente corretto, passando per ebrei, neri, donne e omosessuali. Quelle parole hanno generato diverse polemiche e varie reazioni da parte della società civile, dalle associazioni, attivisti. Ovviamente un ipotetico caso di censura – sarebbe bastata una scelta editoriale diversa – qui non è stato mai neppure sfiorato: nessuno ha avuto da ridire, neppure un dubbio è stato sollevato da chi mandava in onda quelle immagini e veicolava quelle parole.

Questo perché quelle parole hanno sempre trovato spazio nel nostro immaginario, e chi le pronuncia non ha mai dovuto realmente pagare un prezzo alto per averlo fatto, anzi. La mediocrità evidente che quelle parole rievocano, passa attraverso una logica di potere di cui l’umorismo e l’ironia sono impregnate. L’umorismo si giudica in base ai rapporti di potere, tra chi quella battuta la fa e la costruisce, e chi la subisce.

La dittatura del politicamente corretto

Se i due comici gettano le basi del loro percorso comico attorno alle donne, agli omosessuali, ai neri e agli ebrei, quindi individui che hanno vissuto e vivono una condizione socialmente di svantaggio, asserendo il modo in cui, secondo la sensibilità dei comici, debbano o non debbano essere definiti e devono o non devono essere chiamati, quelle battute possono essere considerate ironiche? O sono più simili al bullismo e alla discriminazione? Questo ci porta direttamente alla vicenda, di tutt’altra fattura, che ha visto coinvolto Fedez e Rai 3. È insindacabile che dinamiche di quel tipo siano la norma: le pressioni politiche che gravitano attorno a viale Mazzini di certo non sono una novità.

Pressioni che poi portano a situazioni che abbiamo potuto tutti ben osservare e ascoltare, che risultano più simili a dinamiche censorie che a scelte editoriali. La direzione di Rai Tre ha cercato, balbettando, di giustificare quell’intenzione iniziale, ovvero il tentativo di non fare nomi e di non disturbare il potere politico di cui sono espressione e veicolo, come una scelta editoriale. È il caso di porsi una domanda. Quando una scelta editoriale è tale? Quando diventa una dinamica censoria?

Scelta editoriale e dinamica censoria

Già che si chiami “il Sistema” e lo si definisca tale, è grave; che poi si tenti di silenziare un artista che, dal palco più libero e politico che esiste in Italia, vuole rammentare ed esporre le orribili frasi pronunciate da diversi esponenti leghisti nei confronti dei gay, è ancor più grave. La giustificazione che è stata data è la seguente: si può parlare dei diritti, si può parlare dei fatti, ma bisogna tacere delle persone. Come direbbe Nanni Moretti, Continuiamo cosi, facciamoci del male. Anche perché la televisione italiana, come riporta Repubblica, nasce e si afferma a pane e censura, e quanti oggi si scandalizzano quasi certamente ieri l’hanno esercitata e domani potrebbero esercitarla. 

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