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La pandemia della plastica compromette la fauna e l’ambiente

La plastica è un fattore determinante per il cambiamento climatico

É ormai più di un anno che a livello globale siamo diventati dipendenti dalle mascherine, dai guanti in plastica, dalle visiere, dai contenitori per gli alimenti da asporto, dall’imballaggio per gli acquisti online, dopo che l’OMS ha dichiarato l’insorgere della pandemia globale a causa del COVID-19. La pandemia di coronavirus ha scatenato una corsa alla plastica e ha esacerbato e accentuato la tendenza a creare più spazzatura di plastica.

Durante la pandemia vengono adoperate ogni minuto, secondo i dati pubblicati sulla rivista scientifica Frontiers of Environmental Science & Engineering, 3 milioni di maschere facciali, la maggior parte di esse tutte monouso. Secondo gli autori ogni mese nel mondo ne vengono buttate via circa 129 miliardi.

Le mascherine su cui abbiamo fatto affidamento per schermaci dalla trasmissione del virus non sono composte di sola carta: sono anche in polipropilene, la stessa plastica usata per le cannucce o le bottigliette per alimenti. Nel mondo ci sono milioni di mascherine scartate senza praticamente alcuna soluzione per riciclarle: la maggior parte di queste non possono decomporsi nel suolo per migliaia di anni e finiscono per danneggiare la natura e tutti gli organismi viventi.

La pandemia della plastica compromette la fauna e l’ambiente

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Senza un’azione collettiva, dopo aver superato questo periodo pandemico, dovremmo fronteggiare a livello globale un’altra gravissima questione ambientale e non solo, e i dispositivi di protezione individuale saranno al centro di questo problema. 

Nel 2020 sono aumentate le raccolte differenziate domestiche degli imballaggi, anche a causa dell’impennata dell’ecommerce, e il ciclo dei rifiuti è stato colpito duramente. Secondo l’Italia del Riciclo 2020, il rapporto annuale sul riciclo ed il recupero dei rifiuti, realizzato dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile e FISE UNICIRCULAR, con il patrocinio del Ministero dell’Ambiente e di Ispra – che ha messo in luce i trend del settore fornendo una panoramica degli effetti della pandemia sulle attività connesse al riciclo dei rifiuti urbani e speciali in Italia – “tra il 2019 e il 2020 gli impianti di trattamento della frazione organica hanno gestito circa 83.000 t/a (espresse sul secco) di bioplastiche rispetto alle circa 27.000 t/a dell’indagine del 2016/2017.

Si tratta quasi esclusivamente di bioplastica flessibile rappresentata da sacchi per raccolta organico e per oltre il 70% da imballaggi flessibili (shopper e buste ortofrutta) e di altri manufatti compostabili rigidi (catering, imballaggi per food e capsule caffè)”. 

La plastica è un fattore determinante per il cambiamento climatico

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La plastica, la maggior parte della quale non si decompone, è un fattore determinante per il cambiamento climatico. La sola produzione di quattro bottiglie di plastica rilascia le emissioni di gas serra equivalenti a una guida per quasi due km in macchina, secondo il World Economic Forum. Gli Stati Uniti bruciano sei volte più plastica di quella riciclata, secondo una ricerca dell’aprile 2019 di Jan Dell, un ingegnere chimico ed ex vicepresidente del comitato federale per il clima degli Stati Uniti. 

È ormai evidente che i rifiuti prodotti durante la pandemia a maggior ragione compromettono l’ambiente e anche la fauna. La produzione e la presenza di maschere facciali monouso e di altri dispositivi di protezione individuale è ciò che intrappola e compromette la fauna selvatica, almeno secondo quanto riferito da un nuovo studio che documenta gli effetti mortali dei rifiuti pandemici sugli animali nel loro habitat naturale. 

“Sia le maschere che i guanti rappresentano un rischio di impigliamento, intrappolamento e ingestione, che sono alcuni dei principali impatti ambientali dell’inquinamento da plastica”, spiega un team di ricercatori dei Paesi Bassi sulla rivista Animal Biology. “La pandemia non è ancora finita e la quantità di DPI utilizzati può solo aumentare e continuerà a minacciare la fauna selvatica ben oltre il tempo in cui l’accesso a un vaccino diventa disponibile”. Oltre a questo, gli articoli già disseminati si degraderanno in micro e nanoplastiche e rimarranno nell’ambiente per centinaia di anni”. 

Oltre 1,5 miliardi di maschere per il viso potrebbero essere finite nell’oceano solo l’anno scorso

Non si tratta solo di rifiuti sulla terraferma, ma anche negli oceani, e in una quantità importante: oltre 1,5 miliardi di maschere per il viso potrebbero essere finite nell’oceano solo l’anno scorso. A volte gli animali mangiano involontariamente la plastica, come il pinguino di Magellano (Spheniscus magellanicus), trovato su una spiaggia in Brasile con una maschera facciale nella pancia, a volte utilizzano le mascherine e guanti per i loro nidi, come un pettirosso americano (Turdus migratorius) che è stato trovato morto impigliato in una maschera facciale. 

Se queste plastiche, come le maschere per il viso, essenziali per prevenire la diffusione del virus, non verranno smaltite in modo corretto, nel tempo diventeranno motivo di preoccupazione per l’inquinamento del nostro pianeta e di conseguenza impatteranno in maniera sempre maggiore sulla fauna selvatica e sulla salute umana.

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