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Polemix, il nuovo TikTok dei dibattiti online

In questo nuovo social, la "challenge" è esporre la propria opinione e convincere i coetanei che sia quella giusta

Sembra TikTok nell’aspetto ma nei contenuti ricorda più un club dei dibattiti scolastici, o la sessione opinioni e lettere aperte di un quotidiano. Si chiama Polemix ed è un social network “alternativo” negli Stati Uniti, in cui i giovanissimi discutono di temi politici e sociali anche scottanti. Un’app che ha come sottotitolo: “Convince me if you can“. E c’è un gruppo di studenti d’élite che sta cercando di farlo.

Polemix, l’app social dei dibatti online

L’aspetto grafico di questa nuova applicazione social ricorda da vicino TikTok. Una serie di video a scorrimento verticale, che rende semplice passare da un all’altro. Ma a differenza del social delle “Challenge” danzanti, qui la sfida sta nel convincere gli altri della propria opinione.

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In alto nella schermata trovata la scritta con l’argomento della discussione. E non vanno certo per la leggera: “I democratici dovrebbero riempire la Corte Suprema mentre sono al potere?”, “L’editing genetico sugli umani dovrebbe essere legale?”, “Il Covid è stato creato in laboratorio?”. In basso invece trovate due pulsanti: “Rispetto ma sono in disaccordo” oppure “Mi hai convinto”.

Con il discorso sui social media che diventa sempre più polarizzato e polarizzante, i creatori di Polemix hanno voluto dare un luogo dove effettuare dibattiti appropriati e intelligenti. Un posto virtuale che faccia davvero da amplificatore del “mercato delle idee”, invece di servire da piattaforma per attaccati verbali e per diffondere disinformazione. Ma richiede molte regole perché possa funzionare.

‎Polemix
‎Polemix
Developer: Polemix Inc.
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Polemix
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Un gruppo di utenti selezionato

Il gruppo di persone che partecipano a questa discussione sono ancora pochi, anche se stanno crescendo. Ma sono guidati da un attivissimo gruppo di studenti, chiamati Leader. Come racconta nella sua intervista The Verge, l’esperimento di Polemix ha visto 40 giovani studenti selezionati per guidare il dialogo nella comunità. Ci sono studenti che studiano ad Oxford, alla McGill e in altre università e scuole d’eccellenza nel mondo. O come dice la stessa Polemix: “alcuni dei migliori pensatori del mondo” che sono stati “selezionati con grande attenzione fra i leader universatari”.

In sostanza, un gruppo di esperti di dibattiti (che negli Stati Uniti hanno i loro tornei come avviene per il football o il basket). Ma che sono diversi fra loro per etnia, genere, nazionalità. La demografica predominante è però quella di studenti di grandi università, da Cambridge a Yale.

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Anche il co-fondatore e CEO della piattaforma Ian Sielecki ha un background nei dibattiti, quando studiava a Cambridge. Che pensa che i social network possano amplificare questa forma di discorso. “I social network, nel modo in cui operano attraverso i propri algoritmi, forniscono solo i contenuti con cui siete già d’accordo. Quindi vi radicalizzano“. L’idea dietro Polemix invece è di “creare, ispirati dalla magia del dibattere, un paesaggio concettuale dove le persone possono sentire, ascoltare anche l’esterno per design“.

Un modo per far uscire i giovanissimi dalla “bolla dei social” in cui spesso corrono il rischio di finire. Come spiegare l’altro fondatore Ismaël Emelien, ex consigliere di Macron, “Le persone non riescono più ad ascoltare l’altro lato. Questa è la prima cosa di cui abbiamo bisogno di sistemare nella vita reale. Il modo per farlo è avere come target i più giovani”.

Polemix, un social delle idee e dei dibattiti

L’interfaccia di Polemix ricorda moltissimo TikTok, il social media di riferimento per i ragazzi in età da scuola superiore o università. Potete scorrere verso il basso per vedere un altro video di 30 secondi in cui uno di questi ragazzi esperti di dibattito spiega la sua posizione su un argomento.

E non si parla solo di politica. C’è lo sport con domande come “Federer vincerà ancora a Wimbledon?”. Oppure il mondo della tecnologia: “Instagram trasforma le donne in oggetti?”. Scendendo in basso non vedete solo le persone che hanno raggiunto più reazioni ma sentirete opinioni discordanti. A gruppi fino a quattro, da “Hell Yes”, fino a “Hell No”. L’algoritmo infatti tiene conto sia del numero di voti per “Mi hai Convinto” che per “Rispetto la tua opinione ma sono in disaccordo”. In modo da mostrare anche opinioni non popolari.

L’odio è per i “loser”

Tutti i social fanno fatica a gestire le molestie verbali online. E una piattaforma che stimola il dissenso e lo “scontro” fra idee dovrebbe rischiare ancora di più. Ma i fondatori, che hanno adottato lo slogan “Hate is for losers” pensano che l’importante sia mantenere civile il discorso, non importa quanto si sia in disaccordo. “L’idea è di dare il benvenuto a ogni fazione di una domanda controversa. Avremo persone a favore della amministrazione Trump, persone che fanno video per QAnon. Per noi non è un problema, purché ci sia rispetto per le regole di Polemix, quindi non ci sia odio“. La soluzione per la piattaforma quindi è quella di mostrare sempre “anche l’altra fazione che dibatte quei video. Questo è il nostro rimedio”.

Questo crea da subito dei problemi teorici, che non possiamo ignorare. Innanzitutto non c’è rappresentazione numerica nelle opinioni. Alla domanda “Esiste il riscaldamento globale provocato dall’uomo” gli utenti vedranno due persone discutere, quando la percentuale di scienziati che non crede in questo fenomeno è risibilmente bassa. E lo stesso vale per l’utilizzo dei vaccini o moltissimi altri argomenti. Senza contare che nella piattaforma non ci sono “fact-checkers” esterni: chiunque potrebbe portare dati falsi a sostegno della propria opinione.

Per i primi mesi della piattaforma solo i Leader potevano proporre le domande. Ma adesso vogliono aprirle, con qualche limite: entrambi i fondatori sono d’accordo nel dire che non si possa parlare di “scienza razziale”, perché “è abbastanza semplice capire cosa è razzista”.

Forse noi passiamo troppo tempo a scrivere di troll e razzisti online per poter essere speranzosi. Ma la comunità di Polemix sta dicendo che i dibattiti sul social sono sempre interessanti e non virano mai verso l’odio. Una degli utenti (non Leader) arriva a raccontare a The Verge come sia “terapeutico” utilizzare Polemix, dopo aver assistito a litigi e insulti su Instagram e Twitter.

La differenza sembra farla più la comunità che l’algoritmo. E forse gli utenti di Polemix potranno avere successo dove tutti gli altri social falliscono: tenere i troll e gli odiatori seriali lontani. Magari convincendone anche qualcuno a dibattere invece che insultare.

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Source
The Verge

Stefano Regazzi

Il battere sulla tastiera è la mia musica preferita. Nel senso che adoro scrivere, non perché ho una playlist su Spotify intitolata "Rumori da laptop": amo la tecnologia, ma non fino a quel punto! Lettore accanito, nerd da prima che andasse di moda.

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