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Spencer: com’è il film di Pablo Larraín con Kristen Stewart

In film con Kristen Stewart è in concorso a Venezia 78.

Dopo Jackie, struggente ritratto di Jacqueline Kennedy interpretato da Natalie Portman, Pablo Larraín presenta a Venezia Spencer, nuovo biopic volto a rappresentare un’iconica donna e a elevarla rispetto al ruolo di mera moglie di un capo di stato, che stavolta è Lady Diana, impersonata da Kristen Stewart. Ed è proprio da questo evidente filo conduttore che è opportuno partire per analizzare il nuovo lavoro del regista cileno, destinato come sempre a dividere critica e pubblico. Jackie e Spencer: un diminutivo affettuoso, scelto per sintetizzare una dolorosa storia di amore e di perdita, e un cognome da nubile, simbolo della voglia di riappropriazione della propria identità da parte della Principessa di Galles. Due prospettive diametralmente opposte per storie completamente differenti, anche se non mancano i punti di contatto, come la particolare collocazione temporale e il rifiuto di un’accurata ricostruzione storica. Aspetti che diventano terreno fertile per le critiche al regista cileno.

L’obiettivo di Pablo Larraín, in Spencer come in Jackie, non è la fedeltà alla storia, e ce lo ricorda chiaramente sui titoli di testa di questa sua ultima fatica, definita da lui stesso “una favola tratta da una tragedia vera”. Lo scopo del cineasta è quello di tratteggiare attraverso un ristretto lasso temporale (una manciata di giorni a cavallo di Natale in questo caso, addirittura lo spazio di un’intervista per Jackie) lo spaccato di un’esistenza. Spaccato né coerente né preciso, frammentato da Larraín in tante schegge di vita, che toccano le atmosfere del dramma familiare, la paranoia alla Roman Polanski e addirittura la ghost story, grazie al ricorso alla figura di Anna Bolena, altra reale inglese liquidata troppo stesso con pochi frettolosi aggettivi.

Spencer: il doloroso ritratto di una donna in fuga

Siamo a Natale nel 1991, nella residenza della famiglia reale a Sandringham House. Un momento decisivo per la vita di Diana, che pochi mesi dopo avvierà il processo di separazione da Carlo. Sempre più sfibrata dalla rigidità dei protocolli reali, da un’esistenza ovattata che non le appartiene e dal suo infelice matrimonio, la Principessa di Galles comincia a manifestare gravi segnali di insofferenza, che comprendono allucinazioni e bulimia. Pochissime le persone su cui Diana può contare all’interno di questa enorme e fredda residenza, in cui è vietato utilizzare i termosifoni: i figli Wiliam e Harry e la sua assistente personale Maggie (Sally Hawkins), l’unica che cerca di comprenderla. A sorvegliare i movimenti di Diana c’è invece l’austero Gregory (Timothy Spall), intenzionato a fare rispettare i protocolli reali.

Dal punto di vista scenico, Kristen Stewart è perfetta per manifestare il disagio e la fragilità di Diana, che con il passare dei minuti scivola sempre più verso la disperazione più totale. Qualche perplessità in più invece per la particolare cadenza adottata dall’attrice, che in certi frangenti rende le sue battute quasi meccaniche. Criticità che vengono però ampiamente compensate dal magnetismo e dall’espressività di Kristen Stewart, evidente soprattutto nelle toccanti scene che la vedono protagonista insieme ai piccoli William e Harry, vero e proprio nucleo emotivo di questo progetto, insieme alla contrapposizione fra la rigidità della casa reale e il progressismo di Diana. La fantasiosa sfrontatezza di Larraín ci porta in territori inaspettati, che trasformano addirittura la vecchia casa Spencer in una sorta di Overlook Hotel di kubrickiana memoria, dove i fantasmi del passato incontrano le frustrazioni di oggi.

I pochi sprazzi di luce

La totale creatività del regista porta però con sé anche qualche passaggio più discutibile, come i momenti in cui Diana incoraggia implicitamente i paparazzi, in chiaro segno di sfida contro i dettami reali. Una scelta evitabile, dal momento che la tragica fine della Principessa (a cui Spencer non fa mai accezione) è stata causata anche dall’ansia di sfuggire ai flash dei fotografi.

Resta però la sensazione di essere di fronte a una nuovo gioiello di Larraín, perfettamente incastonato nella sontuosa filmografia del regista cileno. Un ritratto volutamente parziale, che in quanto tale si disinteressa delle eventuali mancanze di Diana e delle possibili ragioni della casa reale per concentrarsi sull’insostenibile angoscia di una donna rinchiusa in una gabbia dorata e sul percorso interiore che l’ha portata a liberarsi, purtroppo per poco tempo. Da raffinato cantore dei soggetti femminili, Larraín si concede però anche un’ucronia dal sapore tarantiniano, omaggiando la memoria di Diana con un’ultima spensierata fuga mano nella mano con i suoi William e Harry. L’unico sprazzo di luce in un lacerante dramma umano, che ancora oggi è tangibile prova delle oscurità che si celano dietro l’apparente lucentezza delle famiglie reali.

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