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La recensione di Trainwreck: Woodstock ’99, una docuserie che racconta un fallimento senza mai dare giudizi

Volevamo assistere a tre giorni di pace. Abbiamo vissuto tre giorni di violenza.

Quelli che avrebbero dovuto essere tre giorni di pace, amore e musica – per festeggiare il trentennale dello storico evento di Woodstock 1969 – si trasformarono in tre giorni di violenze e caos. Ma com’è stato possibile tutto ciò? Con Trainwreck: Woodstock ‘99, oggetto di questa nostra recensione, Netflix prova a fare chiarezza su quanto accaduto a Rome (New York), dal 23 al 25 luglio 1999, proponendoci un’interessantissima docuserie in tre episodi. Uno per ogni giorno dell’evento.

Complice un montaggio magistrale, la narrazione è affidata alle immagini originali del festival musicale, commentate da chi vi ha preso parte. Artisti (tra cui Jonathan Davis dei KoRn e Fatboy Slim), spettatori, addetti ai lavori e persino gli stessi organizzatori. Tutti, con punti di vista diversi, raccontano le esperienze, le emozioni e l’enorme delusione di un evento che avrebbe dovuto celebrare la pace, e che invece fu caratterizzato dalla violenza.

Woodstock ’99: cos’è andato storto?

Senza indugiare troppo sulla questione artistica, l’ottimo documentario diretto da Jamie Crowford analizza il contesto sociale di quel 1999. Rispetto ai movimenti hippie di 30 anni prima, quelli che fecero la fortuna della Summer of Love del primo Woodstock, i giovani del 1999 erano mossi esigenze ben diverse. Film come American Pie e Fight Club ben rappresentano la cultura giovanile di fine millennio, e i facinorosi adolescenti americani erano più interessati a far casino e fornicare che a promuovere la pace nel mondo.

Come sempre però, non è un solo elemento a creare instabilità in un composto chimico. La lineup degli artisti, la mancanza di sovrastrutture adeguate, il caldo torrido e i costi eccessivi di acqua e cibo all’interno della venue, portarono già durante la prima sera a evidenti malcontenti tra gli oltre 400 mila spettatori. La bomba stava per esplodere.

La vera forza di questa produzione Netflix sta nelle sue testimonianze dirette. Solo così riusciamo ad apprendere della distanza che c’era tra gli organizzatori dell’evento (tra i quali anche Michael Lang, promoter del primo Woodstock 1969) e la folla stessa. Nel mezzo ci sono tutti gli altri: staff, sicurezza, stage manager e addetti ai lavori vari. Persone che hanno assistito, spesso impotenti, all’escalation di violenze che terminò con l’intervento degli agenti in assetto antisommossa.

La recensione di Trainwreck: Woodstock ’99 – Cronache di un disastro

Senza mai fornire agli spettatori un palese giudizio sulle oggettive responsabilità di quanto occorso, Trainwreck: Woodstock ’99 ci offre un biglietto in prima fila per lo spettacolo dello scarico delle responsabilità. I facinorosi violenti danno la colpa all’organizzazione. Quest’ultima invece se ne lava le mani, asserendo che gli artisti (Fred Durst dei Limp Bizkit su tutti) abbiano fomentato la folla ad assumere atteggiamenti violenti.

Allo stesso modo gli addetti ai lavori sottolineano la totale incapacità gestionale di chi ha creato il mix esplosivo perfetto: una folla di giovani senza controllo; nudità e testosterone che, come droghe e alcol, erano totalmente fuori controllo; una scaletta di artisti scriteriata e l’incapacità di gestire un evento di tale portata.

A fare da sottofondo alle immagini di una folla fuori controllo c’è ovviamente la musica, inserita perfettamente nel documentario. Questa detta i tempi di quanto vediamo sullo schermo, creando una miscela di adrenalina, foga, momenti drammatici e attimi rabbiosi. Rabbia che prova anche lo stesso spettatore, nell’assistere, impotente, ad atti vili avvenuti spesso sotto la luce del sole cocente che batteva su quella torrida frazione di New York.

Le violenze verso le infrastrutture non furono infatti le uniche registrate. Nel corso di Woodstock ’99 ci furono almeno cinque casi conclamati di violenza sessuale a danni di giovani donne e persino di ragazze minorenni. Alcune di queste si consumarono in gruppo, nell’enorme folla sotto al palco principale. A ciò si aggiungono gli innumerevoli casi di molestie, visibili nei numerosi video delle esibizioni.

Da questo punto di vista Trainwreck: Woodstock ’99 si comporta come una bellissima canzone di Fabrizio De Andrè: non offre mai giudizi, ma ci racconta una storia. Dando voce ai personaggi, ognuno con la propria idea. La docuserie lascia allo spettatore la possibilità di scegliere a chi addossare le responsabilità di questo fallimento organizzativo e sociale. Del resto un documentario ha lo scopo di informare, non giudicare.

Quando Woodstock si vestì da capitalismo

Più volte, nel corso del documentario, si pone l’accento sulla natura capitalistica dell’evento, in netta controtendenza rispetto alla sua versione originale. Woodstock 1969, come il suo sequel del 1994, non generò profitti, a causa di una gestione “amatoriale” dell’evento. Per l’edizione 1999 gli organizzatori non potevano permettersi un altro fiasco economico.

L’evento diventò così un vero e proprio festival del capitalismo. Il budget per infrastrutture sanitarie e sicurezza venne tagliato. Il risultato fu che le oltre 400 mila persone accorse si ritrovarono a dover fare file interminabili per le poche docce e bagni chimici presenti. Per ottimizzare i profitti, i diritti sul cibo furono venduti a società terze, che disponevano così del totale controllo dei prezzi di food e beverage.

Gli spettatori vennero dissanguati economicamente, lasciati ad affogare nel proprio sudore e, letteralmente, nelle proprie feci. L’acqua dalle poche fontane libere venne presa d’assalto e, ben presto, diventò contaminata da batteri, provocando diversi malori. Tutti questi elementi contribuirono a generare il clima di violenza che culminò con la rivolta dell’ultima sera.

Tirando le somme della nostra recensione: com’è Trainwreck: Woodstock ’99?

Volendo cercare il pelo nell’uovo, va detto che il documentario approfondisce ben poco l’aspetto artistico. Un appassionato di musica si aspetterebbe una docuserie che esalta l’incredibile scena musicale del 1999, che sul palco di Woodstock diede la sua massima espressione. Certo vediamo immagini delle esibizioni dei Red Hot Chili Peppers, Limp Bizkit, KoRn, Jewel, Bush, Kid Rock e James Brown, senza tuttavia mostrarci nulla di tantissimi altri nomi di rilievo che hanno preso parte all’evento. I Rage Against The Machine sono a malapena citati, e neanche una parola sui Metallica, i Megadeath o Elvis Costello.

Tuttavia ciò accade per un motivo: Trainwreck: Woodstock ’99 non vuole essere un documentario sulla musica. Al contrario. Esso si pone come un viaggio all’interno di un’occasione mancata. La cronaca di un disastro annunciato. Il fallimento di chi ha voluto vendere la celebrazione di un determinato ideale ad una generazione che aveva altre esigenze.

Trainwreck: Woodstock ’99 è apprezzabile per la sua tridimensionalità. Non accontentandosi mai di mostrare e condannare le violenze in modo banale, il documentario indaga costantemente sulle ragioni che hanno spinto determinate persone a comportarsi in un certo modo. Tre puntate che tengono lo spettatore incollato allo schermo, per quella che è una vera masterclass di come andrebbero raccontate storie di questo tipo.

Marco Brunasso

Scrivere è la mia passione, la musica è la mia vita e Liam Gallagher il mio Dio. Per il resto ho 30 anni e sono un musicista, cantante e autore. Qui scrivo principalmente di musica e videogame, ma mi affascina tutto ciò che ha a che fare con la creazione di mondi paralleli. 🌋From Pompei with love.🧡

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