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Untold: Rissa in NBA, com’è il documentario Netflix

Untold: Rissa in NBA è disponibile nel catalogo Netflix.

Il 19 novembre 2004 è passato alla storia dello sport come il giorno del malice at the Palace (malvagità al Palace), la peggiore rissa mai avvenuta su un campo NBA. A 45 secondi dal fischio finale e a partita già chiusa in favore degli Indiana Pacers sui Detroit Pistons, un inutile fallo di gioco di Ron Artest innescò una violenta reazione di Ben Wallace e una conseguente rissa fra i cestisti in campo. Proprio quando la baruffa sembrava sedata, uno spettatore lanciò una bibita allo stesso Ron Artest, colpendolo mentre era sdraiato sul tavolo destinato ai segnapunti. Irrefrenabile la reazione del giocatore, che salì sugli spalti per farsi giustizia da solo, innescando un’ulteriore rissa fra giocatori e spettatori. Una notte di follia e paura, che rivive in Untold: Rissa in NBA, primo di una serie di documentari Netflix di Chapman e Maclain Way dedicati a vicende sportive dimenticate dai più.

Le conseguenze di quella sera non si sono esaurite con le squalifiche ai giocatori (146 partite totali), con i mancati stipendi agli stessi per un totale di 11 milioni di dollari e con le conseguenze penali per alcuni di loro. Da quel giorno, sui campi NBA ci sono protocolli più rigidi di sicurezza, che prevedono anche una riduzione della vendita degli alcolici sugli spalti, una maggiore presenza della polizia e alcuni accorgimenti per ridurre le possibilità di contatto fra giocatori e spettatori. I creatori, già autori dell’ottima miniserie Netflix Wild Wild Country, e il regista Floyd Russ non si concentrano tanto sulle conseguenze a lungo termine dell’evento, quanto piuttosto sui retroscena sportivi e personali che hanno portato al malice at the Palace. In una sorta di The Last Dance al contrario, viviamo così l’amara cronaca di un mancato trionfo e della dissoluzione dell’epica sportiva.

Untold: Rissa in NBA, l’amara cronaca di un fallimento umano e sportivo

Untold: Rissa in NBA mette al centro del palcoscenico i protagonisti di quella triste serata, lasciando che siano loro a indirizzare il racconto. Il chiaro intento del documentario è ristabilire le giuste distanze sulla vicenda, contrastando la narrazione dell’epoca che attribuì ai giocatori degli Indiana Pacers la parte dei cattivi della situazione. Con dovizia di immagini e testimonianze, Chapman e Maclain Way restituiscono uno scenario ben diverso, che vede colpevoli in parti uguali i giocatori delle due squadre e soprattutto il pubblico, uscito pressoché immacolato all’epoca. In quest’ottica, ad avere il maggior peso nella narrazione sono Ron Artest, Stephen Jackson e Jermaine O’Neal di Indiana e Ben Wallace di Detroit, cioè i giocatori che hanno ricevuto il maggior numero di giornate di squalifica.

A colpire è soprattutto la sincerità di Ron Artest, che anche sulla scia di questo episodio ha cambiato legalmente il suo nome in Metta World Peace. L’ex cestista apre il cuore ai registi e alla telecamera, soffermandosi senza alcuna remora sui suoi problemi psicologici e sulla sua deficitaria gestione della rabbia. Fra le altre cose, la sua testimonianza contribuisce a mettere sotto un’altra prospettiva il suo gesto di sdraiarsi sul tavolo dei segnapunti nel momento di massima tensione, interpretato all’epoca come una mera provocazione, mentre invece, secondo le parole del giocatore, si trattava di un disperato tentativo di tenere sotto controllo la sua mente, consigliatogli dallo psichiatra che l’aveva in cura.

Ma mentre Artest si è ripreso sportivamente dalla vicenda, conquistando anche un titolo con i Los Angeles Lakers, è Jermaine O’Neal a mostrare gli strascichi più pesanti, almeno sul campo. L’ex giocatore, lanciato all’epoca verso le vette della lega, non è mai uscito veramente dal Palace of Auburn Hills dove è avvenuto l’episodio e ha navigato nella mediocrità per il resto della sua carriera.

Tra parquet e realtà

Untold: Rissa in NBA indugia sugli spettatori violenti che hanno contribuito a fare deflagrare la serata, mostrando inoltre la chiara volontà da parte dei vertici NBA di colpire i giocatori colti in flagrante e di non mettere mai sul tavolo degli imputati il pubblico. Pur senza mai giustificare in alcuna maniera la condotta violenta dei cestisti, il pregevole lavoro di ricerca dei registi evidenzia infatti le chiare provocazioni a cui i giocatori sono stati sottoposti, offrendo un ritratto lucido e veritiero di una vicenda ancora oggi scomoda.

Fra le pagine di questa brutta vicenda di sport, resta sicuramente impressa quella di Reggie Miller, bandiera degli Indiana Pacers lanciati verso il titolo in quella annata. Dalle sue parole e dalle sue espressioni si percepisce ancora il rimpianto per quell’occasione buttata al vento, culminata col suo ritiro a fine stagione senza quella vittoria tanto agognata. Untold: Rissa in NBA si rivela così un viaggio fra le macerie sportive e umane di un gruppo di uomini sempre al limite, nella vita e sul campo. Giusto quindi che i registi indugino in uno dei momenti più toccanti del documentario sulle immagini della demolizione del palazzetto che fu teatro dell’evento. Una scena altamente simbolica, davanti alla quale capiamo che forse finalmente giustizia è stata fatta e che quei fantasmi intrappolati nel Palace of Auburn Hills sono ora liberi da un fardello troppo pesante da portare.

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