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Case italiane scomparse: Autobianchi, dalle biciclette alla A112 | Auto for Dummies

Autobianchi, la storia della Casa elegante e popolare, tra Bianchina e Y10

Benvenuti ad Auto For Dummies, la rubrica di techprincess che racconta i segreti e la storia del mondo dell’auto in maniera semplice. Oggi iniziamo un piccolo viaggio all’interno dell’industria automobilistica italiana. Spesso si sente dire che l’Italia ha una delle traduzioni automobilistiche più longeve ed importanti della storia dell’automobile, e oggi vogliamo farvi conoscere i marchi italiani che oggi non esistono più, partendo da una Casa di enorme successo in Italia e in Europa, Autobianchi. Nata come produttrice di biciclette, la Autobianchi ha avuto modelli leggendari nella sua storia, terminata tristemente alla fine degli anni ’90. Ma come è nata la Autobianchi? E cosa produceva? Scoprirete tutto oggi insieme a me: preparate le cinture, si torna indietro nel tempo.

I primi passi di Bianchi nel mondo dell’auto, al fianco delle mitiche biciclette di Fausto Coppi

Per capire cosa si celi dietro un nome storico come quello di Autobianchi, dobbiamo tornare indietro di parecchi decenni, più precisamente al 1885. In questa data infatti nacque la Fabbrica Italiana Velocipedi Edoardo Bianchi, dal nome del suo fondatore che iniziò la produzione di velocipedi (o biciclette) a Milano quasi 140 anni fa. La Bianchi è stata ed è ancora oggi il produttore di biciclette più antico del mondo ancora esistente, legando il proprio nome alle imprese sportive di Fausto Coppi negli anni ’40 e ’50.

A fianco della fortunata produzione ciclistica, però, Edoardo Bianchi volle affiancare quella di automobili e motocicli. Così, nel 1899, la Bianchi diventà Fabbrica Automobili e Velocipedi Edoardo Bianchi. La produzione automobilistica fu piuttosto fortunata, tanto che nel 1914 la Bianchi produsse ben 1.000 autovetture, un numero molto alto per l’epoca. La Casa milanese ebbe successo anche nel campo delle competizioni, con Tazio Nuvolari e Alberto Ascari che corsero e vinsero poco prima della Seconda Guerra Mondiale al volante di vetture Bianchi.

La svolta però arrivò proprio con lo scoppio del secondo conflitto mondiale. Le fabbriche Bianchi milanesi, soprattutto quella principale di Viale Abruzzi, vennero bombardate e dilaniate dalle operazioni Alleate, mettendo in ginocchio la Casa lombarda. Bianchi però seppe rialzarsi, concentrandosi sui prodotti che richiedevano meno spazio e meno materiali per essere costruite: le motociclette. Nacque così la Bianchina, piccola moto leggera da 125 cm3, e il ciclomotore Aquilotto. Le automobili, però, erano troppo costose ed esose da produrre, e Bianchi scelse di mantenere in produzione solo gli autocarri, come il Fiumaro e il Visconteo.

L’accordo con FIAT e Pirelli nel dopoguerra: nasce la Autobianchi

La svolta però arriva nel 1955, quando il Direttore Generale della Bianchi, Ferruccio Quintavalle, deciso a risollevare la produzione automobilistica della sua azienda, propose un accordo a FIAT e Pirelli, due colossi della produzione automobilistica italiana. L’ambizioso progetto di Quintavalle puntava a riportare Autobianchi tra i top player nel panorama automobilistico europeo, per mezzo della nascita di una società paritetica.

Questa alleanza alla pari permetteva a Pirelli di allargare il proprio raggio di azione nel mondo delle automobili, e a FIAT di attirare una nuova clientela con auto più ricercate e particolari delle sue utilitarie. E invece la Bianchi cosa ci guadagnava? L’enorme vantaggio nell’alleanza con questi due colossi per Bianchi fu l’accesso a tecnologie, personale e materiali di livello assoluto, e la possibilità di poter accedere a meccanica e telai già sviluppate a prezzi davvero minimi.

E fu così che l’11 gennaio del 1955 nacque la nuova società, l’Autobianchi. Un distacco importante rispetto alla Casa originale Bianchi, con il preffisso Auto che indicava l’autonomia del nuovo marchio, distaccato dalla Bianchi principale. Un distacco che poi si andò ad ufficializzare solo 3 anni dopo la nascita della Casa. Nel 1958, infatti, a meno di un anno dal lancio della prima automobile prodotta dalla Autobianchi, la Bianchina, Bianchi decise di lasciare la sua partecipazione alla società. Bianchi così vendette la sua quota e lo storico stabilimento di Desio a FIAT e Pirelli, che rimasero le due proprietarie del marchio Autobianchi.

Ma che auto produceva la Autobianchi? La scelta di chi voleva qualcosa di più ma… in piccolo, come la Bianchina

Una volta uscita dall’equazione la Bianchi, FIAT e Pirelli si presero carico interamente del progetto Autobianchi. La sede legale e operativa della Casa venne spostata nel nuovo Grattacielo Pirelli di Milano nel 1960, e il piano di FIAT per la Casa milanese prese sempre più piede. Ma qual era il piano di FIAT? Che tipo di automobili produceva la Autobianchi?

Fin da subito, FIAT ebbe tutto l’interesse a creare delle automobili che non fossero in diretta concorrenza con le sue proposte. I modelli Autobianchi dovevano si essere sviluppati ed equipaggiati con tecnologie FIAT, ma era fondamentare dare loro un altro sapore, un’altra fascia di mercato. Vista la spartanità dei prodotti FIAT dell’epoca, la Casa torinese scelse di creare una nicchia che non c’era. Automobili piccole ed ancora economiche, ma curate e ricercate, con un prezzo leggermente più alto di una FIAT ma con soluzioni più lussuose ed estrose.

Per capire perfettamente che cosa produceva Autobianchi dobbiamo pensare alla sua eredità arrivata fino ad oggi, la Lancia Ypsilon. Non è un’automobile di lusso: è piccola ed economica, ma più curata e ricercata della media. Non parliamo quindi di modelli pronti a fare la guerra a Lancia e Alfa Romeo, ma a vetture che volevano portare un simile livello di cura e attenzione ma tra le piccole utilitarie con meno di 1.0 litro di cilindrata.

E il primo prodotto di Autobianchi va esattamente in questa direzione: la mitica Autobianchi Bianchina. Legata per sempre al personaggio cinematografico di Fantozzi, la Bianchina era in tutto e per tutto una FIAT 500… in giacca e cravatta. Il motore era lo stesso 479 cm3 da 15 CV, la base meccanica era la stessa, ma la linea era da vettura più grande. Bianchina era infatti dotata di un terzo volume posteriore, di un abitacolo più spazioso e, nelle versioni “Trasformabile”, di un tetto apribile in tela che arrivava fin sotto il lunotto.

Il prezzo era di 565.000 lire, circa il 15% in più di una Nuova 500. Nonostante questo, però, la SAVA, la banca di proprietà FIAT, permetteva una rateizzazione in 30 mesi molto vantaggiosa. Le finiture di maggior pregio, l’estetica curata, la qualità costruttiva maggiore e un’estetica decisamente più matura della piccola Bianchina ne decretò un ottimo successo. Furono oltre 300.000 le Bianchina prodotte tra il 1957 e il 1969, anno in cui fu sostituita dalla Autobianchi 500 Giardiniera, ovvero la versione wagon della 500.

Gli anni ’60: Autobianchi diventa il laboratorio di FIAT: Primula e A111 le prime a trazione anteriore

Dopo il successo della Bianchina, FIAT vide una opportunità imperdibile per il giovane marchio milanese. In quel periodo infatti FIAT era “schiava” dei suoi modelli più celebri, ovvero 500, 600 e 1100, e non era concepibile modificare in alcun modo le ricette vincenti di questi modelli. Il marchio Autobianchi, invece, con la sua aura di “Casa lussuosa e all’avanguardia” era perfetta per diventare il laboratorio tecnico e creativo di FIAT. La Casa di Desio era la perfetta candidata per portare al debutto tecnologie nuove e coraggiose, che un marchio conservatore come FIAT mai avrebbe potuto lanciare.

Nacque così nel 1963 la seconda automobile di Casa Autobianchi, la Stellina. Si trattava di una piccola spider con motore posteriore derivato dalla FIAT 600, carina e sbarazzina. La sua vera particolarità non era però il posizionamento, bensì la sua carrozzeria: la Stellina è infatti la prima automobile italiana di serie con carrozzeria in vetroresina. Il successo della Stellina fu limitato, con poco più di 500 unità prodotte tra il 1963 e il 1965, ma ha il merito di essere la prima Autobianchi coraggiosa. Dopo di lei arrivò un’automobile che ebbe decisamente più fortuna, la mitica Primula. La Primula, declinata in diverse carrozzerie (2/3/5 porte e Coupé), è l’auto che ha cambiato la storia FIAT. Perchè? Il motivo è semplice: fu la prima auto progettata e realizzata dalla Casa torinese dotata di trazione anteriore. E chi poteva aver progettato un modello così importante se non il mitico Dante Giacosa?

E fu proprio Giacosa uno dei più vivi sostenitori della trazione anteriore, completamente ostracizzata però dai dirigenti FIAT. Questo rifiuto totale per questa disposizione meccanica arriva dagli anni ’30, quando il prototipo di FIAT 500 Topolino a trazione anteriore andò a fuoco in un test con Giovanni Agnelli a bordo. Il mondo però si muoveva verso questa soluzione, e Giacosa lo sapeva. La Primula fu il primo, riuscitissimo progetto FIAT con la trazione anteriore, prodotto in ben 75.000 esemplari. La Primula è stata poi la base di partenza per le grandi compatte FIAT del futuro come Ritmo, Tipo e così via.

Una volta preso il primo slancio, Autobianchi diventò il trampolino di lancio per le future tecnologie del Gruppo FIAT. Un esempio lampante di questo fu la prima (e unica) berlina Autobianchi, la A111. Per sostituire la vetusta berlina 1300 a metà anni ’60, Giacosa pensò ad una berlina di medie dimensioni a trazione anteriore. FIAT però continuò per la sua strada, scegliendo la 124 nel 1966. Giacosa allora decise di proseguire con il suo progetto adattandolo al giovane marchio milanese, e dare vita nel 1968 alla prima berlina di lusso a trazione anteriore, la Autobianchi A111. Grossa berlina con linee squadrate e rigorose, la A111 era raffinata e curata, ma il successo (anche a causa della linea troppo poco italiana) fu inferiore alle potenzialità del progetto.

Il successo stratosferico della Autobianchi A112, la MINI Italiana: 20 anni di carriera su strada e nei rally

Prodotta tra il 1968 e il 1972, la A111 fu la prima automobile Autobianchi dopo l’acquisizione totale di FIAT. Nel 1967, infatti, Pirelli si defilò dal progetto, lasciando la paternità della Casa milanese alla sola FIAT. Il risultato di questa acquisizione totale? L’inizio di un progetto che segnerà completamente l’intera storia di Autobianchi, la A112. Il progetto X1/2 partì a metà degli anni ’60, e nacque per sconfiggere un nemico che arrivava da Oltremanica, la britannica MINI. In Italia e in Europa, la MINI era una delle piccole auto più vendute. Piccola, stilosa, con una guida divertente e incredibilmente pratica, la creatura di Alec Issigonis dal 1959 mieteva successi.

FIAT, nel mercato delle automobili medio-piccole intorno al litro di cilindrata, aveva solo la vetusta 850, basata sulla vecchia 600. La 850 non era in grado di lottare ad armi pari con la stilosa e divertente MINI. Come risolvere il problema? Creare una MINI all’italiana. In realtà, una MINI made in Italy già esisteva: le piccole inglesi venivano infatti prodotta anche in Italia da Innocenti, che realizzò una vettura ancora più curata e lussuosa della versione made in UK. Era quindi fondamentale riuscire a creare una vettura compatta bella da vedere, bella da guidare e curata nei dettagli.

Il risultato finale fu la mitica Autobianchi A112. Prodotta per quasi 20 anni, dal 1969 al 1986, in ben 8 serie, la A112 fu l’auto che fece capire a FIAT che la trazione anteriore era davvero il futuro. Compatta e spaziosa, la A112 era dotata dei classici motori FIAT ad aste e bilancieri, di un’impostazione chic e sportiva allo stesso tempo e di una linea riuscitissima frutto della collaborazione tra Dante Giacosa, progettista della A112, e Marcello Gandini. Il successo di A112 era dovuto anche alla dotazione completa, che permetteva di avere sedili in tessuto, moquette, contagiri, vetri atermici e poi, nelle serie successive, anche radio, alzacristalli elettrici e fari supplementari, ma non solo.

Insieme all’indole chic e curata di A112, incarnata dalle versioni Elite, Elegant ed LX, c’era l’anima sportiva della piccola milanese. Come con MINI, infatti, presto ci si accorse della validità del progetto A112 in quanto a piacere di guida. Stabile, agilissima e diretta, la A112 era perfetta per diventare una piccola bomba. E infatti nel 1971 nacque una vettura leggendaria, la Autobianchi A112 Abarth. Dotata di motore da 58 CV (nel 1973 portato a 70 CV) e di assetto realizzato ad hoc per lei dalla leggendaria Casa torinese Abarth, la A112 con lo scorpione fu a tutti gli effetti la prima Hot Hatch italiana. La versione Abarth fu molto amata e contribuì al successo del modello, ma con questa base la A112 diventò anche un’icona dei rally.

Piccola, economica e facile da guidare, la A112 Abarth diventò la scelta perfetta per partecipare a rally, gare in salita e cronoscalate. La popolarità della Abarthina nel mondo delle competizioni convinse FIAT a creare il Trofeo A112, un monomarca organizzato dalla Casa che aveva come obiettivo quello di trovare e lanciare nuove promesse. Tra i campioni del Trofeo, si imposero tra gli altri due giganti del rally italiano, Attilio Bettega e Gianfranco Cunico.

La Autobianchi Y10, l’ultimo ballo della Casa di Desio

Dopo il successo della incredibile A112, Autobianchi aveva un’occasione d’oro per cementare il suo ruolo di Casa elegante ma abbordabile, prima rivale di MINI in Europa. In 17 anni di carriera, infatti, Autobianchi produsse 1.254.178 A112 e oltre 121.000 Abarth, rendendo la A112 il modello più venduto nella storia della Casa. Con il lancio della nuova FIAT Panda nel 1980, poi, FIAT aveva tra le mani una piattaforma molto moderna, capace di ospitare anche la trazione integrale e estremamente apprezzata. E fu proprio su questa base che nacque l’ultima Autobianchi della storia, l’indimenticata Y10.

Il problema della piattaforma Panda, però, è che il focus principale di FIAT non fu quello di realizzare un’auto piacevole da guidare, bensì un’auto pratica e pragmatica. Questa mancanza di un “pedigree” sportivo, unita all’estetica scelta per il modello, molto squadrata e tipicamente anni ’80, rese la nuova vettura un’auto molto diversa dalla precedente A112. La discrepanza fu tale che Autobianchi decise di affiancare per due anni, 1985 e 1986, la produzione di A112 e Y10, per non scombussolare i clienti.

In quel momento, poi, Autobianchi decise di diventare una “piccola Lancia“, puntando tutto su confort, finiture e soluzioni di pregio. In quel momento, la Y10 diventò una piccola ammiraglia da città. La linea squadrata era molto curata, e all’interno tra moquette, sedili in velluto Missoni, radio, clima, vetri elettrici, computer di bordo e tanto altro la rendeva desiderata dalle donne tanto che dagli uomini. Vista la sua grande raffinatezza, Y10 diventò il simbolo delle parti Bene delle grandi città, un simbolo degli anni ’80 floridi e pieni di speranza. E fu proprio in questo clima che nacque lo slogan con cui ancora oggi è ricordata: l’Auto che piace alla gente che piace.

Curata, completa e dotata di uno stile squadrato ma aerodinamico frutto della matita di Tom Tjaarda, con il particolarissimo bagagliaio nero opaco di serie su tutte le versioni, Y10 ebbe un enorme successo di vendite. Nonostante la perdita della sua aura sportiva (ripresa dalla “tiepida” Y10 Turbo, non proprio memorabile), la Autobianchi Y10 si impose in Italia e in Europa, totalizzando tra il 1985 e il 1995 circa 1,1 milioni di esemplari prodotti.

Il presente: la Y10 diventa Lancia Y, e Autobianchi sta ancora dormendo. E le biciclette?

E proprio in Europa si vide per la prima volta il vero problema di Autobianchi: la sovrapposizione con Lancia. In Europa, il marchio Lancia aveva la nomea di auto curate e lussuose ma abbordabili. Autobianchi, che puntava allo stesso segmento di mercato ma su auto più piccole, era invece pressochè sconosciuta. Così, FIAT decise di vendere già la A112 e poi la successiva Y10 con il marchio Lancia fuori dall’Italia.

Una mossa che riuscì a potenziare le vendite delle piccole milanesi, che godevano anche della diffusa rete di vendita Lancia europea, ma che fu anche la rovina del marchio. In più, FIAT nei primi anni ’90 si rese conto che i siti produttivi sul territorio italiano erano davvero troppi, e decise di chiudere i meno redditizi. In quest’ottica, lo stabilimento di Desio dedicato alla sola Y10 venne chiuso nel 1992. Per i restanti 3 anni di carriera, la Y10 fu errante, prodotta tra lo stabilimento Alfa Romeo di Arese e quelli FIAT di Mirafiori e Pomigliano d’Arco.

Per la sostituta della Autobianchi Y10, FIAT decise di lanciare la nuova Y direttamente con il marchio Lancia. Nel 1995 venne così abbandonato il brand Autobianchi, che da allora è ibernato in uno stato di eterna attesa. Le piccole FIAT lussuose diventarono così interamente Lancia, ormai dal 1969 nella Scuderia FIAT, con la Ypsilon che prosegue questo filone, fruttuoso ancora oggi.

Per quanto riguarda Autobianchi, nel 2002 il Comune di Desio decise di smantellare totalmente l’ex-stabilimento della Casa. Le operazioni si conclusero nel 2003, e ora al suo posto troviamo il Polo tecnologico della Brianza, un complesso di edifici industriali e logistici. E la Bianchi? Il marchio produttore di biciclette esiste ancora, ma è ora in mani svedesi dal 1997, da quando è entrata a fare parte della Cycleurope. La produzione dei modelli più popolari non è più italiana, mentre i modelli di punta sono ancora made in Italy.

Quale sarà la prossima Casa protagonista?

Da quasi 30 anni, quindi, Autobianchi è un marchio non utilizzato da FIAT, che nel frattempo ha cambiato diverse volte fisionomia ed è ora parte del mega-gruppo Stellantis. Chiuso quindi, ma di proprietà di una azienda viva e dinamica: c’è quindi una speranza di rivederlo? Sinceramente no: tra i marchi ancora in uso del Gruppo si contano oltre 14 aziende. Lo spazio per Autobianchi, quindi, semplicemente non c’è più. Non ci resta allora che ricordare le mitiche A112 e Y10, vere e proprie pietre miliari dell’auto all’italiana.

E con questa nota agrodolce chiudiamo anche la puntata odierna di Auto for Dummies. Speriamo che questo viaggio nel glorioso passato dell’automobile italiana vi sia piaciuto. Per oggi chiudiamo qui, ma vi diamo appuntamento alla prossima puntata per conoscere un altro marchio italiano ormai chiuso, ma ancora vivo nella nostra memoria. Quale sarà? Avete dei suggerimenti? Fatecelo sapere qui sotto nei commenti: noi ci vediamo venerdì prossimo. Dove? Sempre qui su techprincess. Ciaoo!

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Giulio Verdiraimo

Ho 22 anni, studio Ingegneria e sono malato di auto. Di ogni tipo, forma, dimensione. Basta che abbia quattro ruote e riesce ad emozionarmi, meglio se analogiche! Al contempo, amo molto la tecnologia, la musica rock e i viaggi, soprattutto culinari!

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