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Birdwatch Twitter

Birdwatch, Twitter lancia il suo programma di fact-checking
Twitter si prefigge l'obiettivo di sviluppare una comunità chiamata a identificare i tweet contenenti informazioni errate o fuorvianti


Dopo i famigerati eventi di Washington e il successivo ban dell’ex Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, Twitter corre ai ripari per porre un freno alla diffusione di fake news sulla piattaforma. Un progetto ambizioso e dai nobili intenti, chiamato Birdwatch, chiaro riferimento ai milioni di cinguettii postati quotidianamente sulla piattaforma, spesso con contenuti inesatti o volutamente falsi. Con Birdwatch, Twitter si prefigge l’obiettivo di sviluppare una comunità di fact-checking, chiamata a identificare i tweet contenenti informazioni errate o fuorvianti e ad aggiungere note che forniscano agli utenti del social network maggiori informazioni e un contesto preciso ai post più controversi. Come si evince da un post sul blog del Vice Presidente Keith Coleman, lo scopo di Twitter è quello di  costruire una collettività simile a quella di Wikipedia, capace di auto regolamentarsi e di evitare qualsiasi manipolazione esterna.

Birdwatch, Twitter lancia il suo programma di fact-checking

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Birdwatch punta sulla trasparenza e sull’autorevolezza. Twitter ha infatti già reso pubblico il sistema di ranking di Birdwatch e a breve consentirà a chiunque il download delle varie note inserite dagli utenti. Inoltre, la piattaforma beneficerà di algoritmi e personale dedicati, che avranno il compito di vigilare sul sistema di fact-checking e di evitare che gruppi organizzati prendano il sopravvento su un’informazione corretta ed equilibrata. Non sarà quindi possibile distorcere notizie ed eventi attraverso l’attività coordinata di un insieme di account, ma servirà invece il consenso di un vasto e diversificato gruppo di collaboratori, sottoposti a loro volta a rigidi controlli incrociati.

Per il momento, e presumibilmente per tutto il periodo di test, le note pubblicate su Birdwatch sono disponibili su un sito esterno a Twitter, ma l’intenzione del social network è ovviamente quella di integrarle quanto prima nella piattaforma, in modo da elevare i propri standard di sicurezza e affidabilità rispetto a quelli dei concorrenti. Ma chi può diventare fact-checker di Birdwatch? Proprio come la già citata Wikipedia, Twitter ha intenzione di rendere la comunità di Birdwatch più aperta possibile. Durante la prima fase di test, potranno partecipare solo i cittadini degli Stati Uniti, a cui basterà però fornire un numero di telefono e un indirizzo email verificati, attivare l’autenticazione a due fattori e non aver violato le regole di Twitter nel recente passato.

Birdwatch, Twitter contro le fake news

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Con questa mossa, Twitter compie un deciso passo in avanti sul fronte della lotta alla disinformazione e all’odio online. La scelta di attribuire alla stessa community il potere di auto regolamentarsi, pur con dinamiche e regole accuratamente studiate, pone Twitter su un gradino superiore rispetto alla stragrande maggioranza degli altri social network, che hanno invece scelto entità esterne come metro per l’autorevolezza dei contenuti postati dagli utenti. Ma tutto questo può bastare a contrastare la montante radicalizzazione di idee e contenuti sul web?

Il futuro dell’informazione sui social

Da una parte, questa pur lodevole iniziativa appare ancora insufficiente, sia per lo scarso deterrente verso azioni meschine o truffaldine, sia per la capacità, tutta da verificare, di tenere sotto controllo la moltitudine di post che transita ogni giorno su Twitter. Al tempo stesso, quello di Birdwatch è un esempio virtuoso nel campo di un approccio più etico e rispettoso ai social network, che potrebbe innescare una positiva competizione fra le piattaforme su questi aspetti. Le procedure miglioreranno, gli algoritmi saranno affinati, e con loro forse saranno gli stessi utenti a prendere maggiore coscienza delle proprie azioni online e a utilizzare i social network in maniera più consapevole e tollerante.


Lucia Tedesco

Giornalista. Collaboro con diverse testate digitali, occupandomi di società, cultura digitale e cinema. Ho fondato un portale cinematografico, Lost in Cinema.