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Guerra e fake news: ma noi a quale conflitto stiamo assistendo?

Il problema, non certo nuovo, della manipolazione delle notizie

Abbiamo scritto in diversi articoli del ruolo centrale che i social stanno avendo nel raccontarci la guerra russo-ucraina.

Novità che porta con sé dei vantaggi, in primis quello di mettere a disposizione degli utenti di tutto il mondo un flusso ininterrotto di notizie, non mediate, spesso provenienti dalla quotidianità di chi il conflitto lo vive in prima persona.

Ma certamente i social non sono neutri. Clamoroso è l’atteggiamento di TikTok, che sembra essere passato da voce del dissenso a strumento pericolosamente vicino al governo di Mosca.

Il problema delle informazioni false o manipolate non è mai stato attuale come in questo momento. Lo abbiamo già analizzato sotto diversi punti di vista. Ma quella che è mancata, finora, è un’analisi complessiva del rapporto tra guerra e fake news. Noi, in definitiva, a quale conflitto stiamo assistendo? Quanto c’è di vero in ciò che le piattaforme social ci mostrano? E anche per un utente esperto è davvero facile distinguere il falso dal vero?

Guerra, fake news e propaganda

Lo spunto ci viene offerto da un  post pubblicato su Instagram da Factanza.

Che ripercorre alcune clamorose fake news sulla guerra russo-ucraina, tutte elaborate da Mosca con la stessa strategia. Quella cioè di far ricadere sull’Ucraina la responsabilità di fornire al mondo notizie infondate sul conflitto.

D’altronde, ci era già sembrata paradossale la legge anti fake news voluta da Putin, che punisce con pene sino a 15 anni di reclusione chiunque diffonda false informazioni sulla guerra. Quando in verità la legge vuole colpire chi si mostri critico verso l’offensiva militare russa contro Kiev.

Orson Welles Ufo
1938: Orson Welles registra lo sceneggiato radio “La guerra dei mondi”

Alcuni esempi di manipolazione al quadrato

Factanza mostra poi alcuni esempi di quella che potremmo definire “manipolazione al quadrato”.

Uno dei più clamorosi è quello di un video circolato qualche giorno fa. Raffigurante un ipotetico cittadino ucraino che viene truccato con sangue finto, per mostrare le conseguenze di una guerra che in realtà non esisterebbe o avrebbe un impatto assai meno violento di quello narrato dall’Occidente.

Bufala di Kiev? No, bufala di Mosca: il video rappresentava il trucco di un attore di una serie televisiva ucraina girata prima dell’invasione russa dell’Ucraina.

Altro filmato: un giornalista parla in primo piano, e sullo sfondo ci sarebbero svariati sacchi contenenti cadaveri. Tuttavia, uno di questi comincia a muoversi. Ecco: né i morti né la guerra esistono e l’Ucraina sta mentendo al mondo.

Non è così. Il video in questione si riferiva a una protesta contro il cambiamento climatico, che si è svolta a Vienna.

Il gioco dell’emotività

Il rapporto tra guerra e fake news gioca sull’emotività, e lo fa in due modi. Il primo e più superficiale è quello di confidare nel fatto che i fruitori, profondamente turbati da quanto vedono e sentono, accettino supinamente l’informazione, e tendano a diffonderla ancor prima di averla verificata.

Ma c’è poi un livello più subdolo. Se anche si fosse capaci di filtrare le notizie, e volta per volta si confrontassero le fonti e si approfondisse l’argomento, resterebbe comunque una sensazione generale di spaesamento, di dubbio di fondo rispetto a tutto ciò che ci viene proposto. Atteggiamento che rischia di rompere il patto di fiducia istituito tra gli utenti e gli organi di stampa qualificati.

E c’è un altro aspetto da considerare.

La guerra, le fake news, Orson Welles e l’invasione dei marziani

Walter Quattrociocchi, docente di Informatica alla Sapienza di Roma e responsabile del Data and Complexity for Society Lab, ha detto che “l’emotività è il business model delle piattaforme social”.

Una delle cause è probabilmente da ricercare nel fatto che i social sono strumenti recenti. Ed è poi nuovissimo il loro utilizzo non più ludico ma come veri e propri media informativi.

Viene in mente il clamoroso caso di Orson Welles, che nel 1938 aveva trasmesso alla CBS uno sceneggiato radiofonico, “La guerra dei mondi”.

Pur trattandosi di finzione, moltissimi furono gli americani che credettero all’invasione degli extraterrestri. Perché? Perché il genio di Welles aveva piegato la radio a un utilizzo nuovo e meno canonico. Per rendere ambigua la comunicazione, infatti, Welles aveva interrotto vari programmi musicali inserendo brevi annunci sulla presunta invasione aliena.

Ieri come oggi: un “vecchio” strumento utilizzato in modo nuovo, e il pubblico va in tilt.

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La guerra e le fake news: un connubio recente?

Ma non si pensi che in guerra si diffondano fake news solo da oggi.

La propaganda è sempre stata un potentissimo mezzo nelle mani degli attori di un conflitto.

In un’interessantissima intervista, lo storico Gastone Breccia spiega quanto sia difficile, anche per i professionisti, soppesare l’attendibilità di una fonte. Addentrandosi poi nell’intricato rapporto tra guerra e fake news, Breccia cita tra gli altri Hiram Johnson, un politico progressista statunitense, che nel 1917 ha detto: “Quando scoppia una guerra, la prima vittima è la verità”.

Le cose, continua lo storico, si sono assai complicate nel ventesimo secolo, quando i conflitti hanno iniziato a consumarsi in larga parte al di fuori dei confini regolari (e regolati dal Diritto internazionale).

E all’inevitabile domanda su come fare a difendersi dal proliferare della disinformazione, Breccia risponde così: “Per non navigare a vista è stato elaborato dai ricercatori della Meriam Library della California University un test identificato con l’acronimo CRAAP: Currency-Relevance-Authority-Accuracy-Purpose (cioè Attualità-Rilevanza-Autorevolezza-Precisione-Scopo). Questo strumento applica una serie di parametri con i quali distinguere le fonti e le informazioni. Pensato per un uso universitario, è uno strumento adatto per muoversi nel mare magnum di Internet.”

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