fbpx
Attualità

Lavorare in ufficio influenza la nostra creatività?

Abbiamo bisogno di luoghi fisici per essere creativi?

Gli eventi del 2020 hanno costretto a una trasformazione dell’operatività. Abbiamo dovuto imparare ad adattarci al lavoro a distanza, a connessioni digitali. Ma questo è sostenibile? Oppure la creatività in qualche modo necessita di spazi fisici per poter essere concreta? Insomma, l’idea dello smart working è da sposare e potenziare anche al rientro dell’emergenza sanitaria o bisognerà fare un passo indietro verso gli uffici?

Smart working: c’è un impatto sulla creatività?

Proprio su questo tema verteva la presentazione di Carlo Ratti, architetto di livello internazionale, nonché professore al MIT di Boston, direttore del Senseable City Lab e fondatore del CRA design and innovation office, che si è tenuta nell’ambito dell’evento digitale The Future of Creative Design, organizzato da WORTH Partnership Project. Un’occasione per riflettere in maniera concreta e scientifica con chi studia il tema da tempo.

Già nel 2016 infatti dalle colonne dell’Harvard Business Review Ratti si interrogava sulla necessità degli uffici in un mondo di lavoro digitale. E in qualche modo questo pensiero parte da ancora più lontano. Quando Le Corbusier, celeberrimo architetto e urbanista, negli anni ’30 ragionava sull’organizzazione degli spazi teorizzava la separazione tra i quattro scopi principali: abitativo, ricreativo, lavorativo e trasporto.

Con il tempo questa si è dimostrata una strada non ottimale. Già negli anni ’60 Jane Jacobs spingeva per un avvicinamento tra le diverse funzioni, che riducesse le distanze tra gli spazi. In tutto questo negli ultimi anni è entrata a gamba tesa la rivoluzione digitale. Le possibilità offerte dalla tecnologia hanno teso a rendere sempre meno divisi gli ambiti, permettendo di lavorare in nuovi spazi.

Un caso che è particolarmente significativo proposto da Carlo Ratti riguarda proprio il campus del MIT. La presenza di una connessione Wi-Fi nella struttura, tra le prime ad adottarla in maniera massiccia, ha distribuito molto di più gli studenti, aprendo a nuove vie. Non solo, ma l’evoluzione tecnologica ha permesso anche di realizzare un altro grande sogno dell’architettura: poter analizzare le abitudini umane in relazione allo spazio in maniera scientifica. Questo grazie alla possibilità di tracciare spostamenti e operatività in maniera massiccia e diretta grazie alle connessioni.

carlo ratti worth keynote speaker
Carlo Ratti, architetto e keynote speaker di The Future of Creative Design

Il più ambizioso esperimento sociologico di sempre

Come impatta in tutto questo il COVID-19? La risposta è semplice: l’emergenza sanitaria è diventata da un certo punto di vista “il più ambizioso esperimento per prevedere e misurare l’impatto positivo degli spazi fisici sull’attività umana“. Lo studio presentato da Ratti ha infatti analizzato le comunicazioni nei diversi dipartimenti del MIT, alla ricerca di possibili cambiamenti nelle abitudini nel passaggio a un ambiente totalmente digitale. E l’impatto c’è stato.

Per comprenderlo è importante definire la differenza tra connessioni forti e deboli. Non stiamo parlando dell’intensità del segnale Wi-Fi, ma di relazioni interpersonali. C’è infatti una differenza chiave tra i rapporti che sussistono tra membri di uno stesso gruppo e quelli di gruppi diversi, rispettivamente connessioni forti e deboli.

Entrambe hanno un valore in sé e sono rilevanti per un’operatività ottimale. Se infatti le relazioni nello stesso team permettono di creare progetti più solidi, hanno anche il rischio di creare le cosiddette echo chambers, che rendono il lavoro meno efficace. Creare legami anche all’esterno permette di avere nuove prospettive, nuove idee e nuovi sguardi sul mondo. Insomma, sono proprio le connessioni deboli a favorire la creatività ed è su queste che lo smart working impatta di più.

È infatti impressionante notare come, analizzando i dati, si noti immediatamente una drastica diminuzione nella nascita di nuovi rapporti di questo tipo con il passaggio a un ambiente di lavoro digitale. Spariscono infatti gli incontri casuali, quelle “chiacchiere alla macchinetta del caffè” a cui abbiamo fatto riferimento nel titolo. Diventa più difficile uscire dalla propria cerchia di conoscenze e quindi non nascono nuove amicizie e quindi non ci sono nuovi punti di vista nel gruppo e quindi la creatività soffre.

Lo smart working ha impattato sulla politica statunitense?

pausa caffè ufficio smart working

Ratti ha sottolineato in chiusura del suo intervento come questo sia uno studio ancora in corso, per cui bisogna prendere con le molle qualsiasi conclusione. Tuttavia vale la pena sottolineare come non sia solo una questione legata all’ambito lavorativo.

Il dialogo all’interno delle bolle (che come abbiamo raccontato in un altro articolo è indirettamente favorito dagli strumenti digitali) porta anche a una polarizzazione delle opinioni. È interessante quindi rileggere alla luce di queste considerazioni gli eventi degli ultimi mesi, a partire da quelli che riguardano la politica statunitense. Non sarebbe corretto addossare la profonda spaccatura creatasi tra i due schieramenti solamente all’assenza di spazi fisici. Non è sicuramente a causa dello smart working e della mancanza dei discorsi alla macchinetta del caffè che l’elettorato si è così tanto polarizzato. Però a questo punto non si può escludere che sia stato uno dei fattori.

Offerta

Mattia Chiappani

Ama il cinema in ogni sua forma e cova in segreto il sogno di vincere un Premio Oscar per la Miglior Sceneggiatura. Nel frattempo assaggia ogni pietanza disponibile sulla grande tavolata dell'intrattenimento dalle serie TV ai fumetti, passando per musica e libri. Un riflesso condizionato lo porta a scattare un selfie ogni volta che ha una fotocamera per le mani. Gli scienziati stanno ancora cercando una spiegazione a questo fenomeno.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Back to top button