fbpx
CulturaTech

Il mondo digitale può sovrapporsi a quello reale?

Come si può rapportarsi a un mondo che giorno dopo giorno si fa sempre più virtuale? Siamo ancora lontani dagli ambienti simulati della fantascienza come quelli immaginati in Ready Player One, ma è indubbio che negli ultimi mesi le nostre vite si siano spostate sempre di più in uno spazio digitale. E sebbene un domani le ragioni che hanno dato un’accelerata a questa trasformazione dovrebbero sparire, il processo è in atto da tempo. Ma quanto davvero le videoconferenze e gli incontri digitali sono sovrapponibili alle esperienze reali?

Le videoconferenze come protesi del reale

Qualche sera fa abbiamo avuto la possibilità di assistere a un incontro (appropriatamente digitale) organizzato su questi temi dalla Casa della Psicologia. A discuterne, il professore di Psicobiologia dell’Università di Parma Vittorio Gallese, la filosofa Maura Gancitano e Giuseppe Riva, professore di Psicologia della comunicazione all’Università Cattolica di Milano. Il ruolo di moderatori è stato di Anna Giulia Curti, membro del Comitato Scientifico della Casa della Psicologia, e di Davide Baventore, vice-presidente OPL.

Nel corso della serata gli ospiti hanno offerto differenti punti di vista sull’argomento. Naturalmente l’obiettivo non era tanto trovare una risposta definitiva, né completamente polarizzata, quanto ragionare sul rapporto tra digitale e reale, partendo da spunti vari.

Un concetto interessante che è emerso è quello della visione prostetica. Il professor Gallese ha sottolineato come siamo già abituati a percepire come reale ciò che vediamo tramite altri strumenti. Non abbiamo ad esempio esperienza diretta dei batteri, ma riusciamo a vederli tramite un microscopio, senza avere dubbi sulla loro effettiva esistenza. Similmente tramite un software di videoconferenze possiamo vivere un legame con un’altra persona. Ma è evidente come sia comunque diverso da una presenza reale.

A giocare un ruolo in questa differenza potrebbe essere il concetto di luogo. Gli spazi che abitiamo hanno un impatto diretto sul nostro cervello e sulla nostra memoria, contribuendo a creare la nostra identità. Le videoconferenze però non sono luoghi e non riescono ad avere lo stesso effetto, creando una distorsione nella nostra visione.

Il problema della dialettica sui social (e in digitale)

videoconferenze realta digitale psicologia smart working donna

Gancitano ha citato le parole del sociologo Jürgen Habermas, considerato uno dei padri dell’etica del dialogo, per sottolineare le differenze tra la razionalità discorsiva e quella dei social network o comunque digitale. Se la prima cerca di trovare una mediazione, di fare incontrare tramite il dibattito prospettive diverse e distanti, non accade lo stesso con le conversazioni online.

La tendenza degli ambienti digitali (supportati in parte dagli algoritmi) è quella di creare ambienti chiusi. Siamo spinti a incontrarci e ritrovarci tra simili, all’interno della nostra bolla. Questo ostacola le possibilità di dialogo, rendendo sempre più difficile trovare forme di apertura.

In questo senso, le conversazioni diventano sempre più conflittuali. Basandosi su una comunicazione che diventa immediata e rapida, che non è più disposta a un ascolto approfondito, il digitale tende a negare la possibilità di un confronto sano. Non si incontra più chi ha un’opinione differente dalla propria e quando questo avviene, la reazione istintiva è quella di chiudersi o, in alternativa, di aggredire.

Questo aspetto della struttura dei social network ha anche un risvolto particolarmente negativo sulla creatività. L’assenza di incontro tra prospettive differenti nuoce al pensiero originale e gli effetti si notano. Quello che il 2020 ha portato è stata sì una produttività elevata, almeno per i settori che hanno continuato a operare durante le restrizioni, ma al lato opposto si è vista una contrazione della creatività. Insomma, siamo più attivi, ma meno capaci di inventare.

Videoconferenze e oltre, un palliativo necessario ma non eterno?

ready player one scena protagonista oasis

In questo discorso bisogna poi entra a gamba tesa la realtà, incarnata dall’emergenza sanitaria. Risulta evidente come gli strumenti di videoconferenze e tanti altri supporti simili siano stati uno strumento fondamentale per mantenere l’attività durante i duri mesi del lockdown. D’altro canto però risulta interessante riflettere su quale potrebbe essere la direzione futura, quando si arriverà al tanto vociferato new normal.

Naturalmente, come si diceva più sopra, non è possibile trovare una risposta definitiva, ma sarà un dialogo da portare avanti a lungo nei prossimi mesi. Il processo di trasformazione è iniziato da lungo tempo e gli eventi recenti lo hanno meramente accelerato, ma l’esperienza attuale ci fornirà elementi chiave per capire dove fermarlo.

Forse un primo punto di arrivo su cui si può concordare è che videoconferenze, smart working, eventi digitali siano strumenti utili ad arricchire l’esperienza reale, facendo da complemento a essa dove non può arrivare. Tuttavia abbiamo imparato che la tecnologia non può sostituire completamente la nostra realtà. Almeno, non al momento.

E voi cosa ne pensate? Credete che possa davvero esistere un giorno una tecnologia capace di sostituirsi alla nostra realtà?

Offerta

Mattia Chiappani

Ama il cinema in ogni sua forma e cova in segreto il sogno di vincere un Premio Oscar per la Miglior Sceneggiatura. Nel frattempo assaggia ogni pietanza disponibile sulla grande tavolata dell'intrattenimento dalle serie TV ai fumetti, passando per musica e libri. Un riflesso condizionato lo porta a scattare un selfie ogni volta che ha una fotocamera per le mani. Gli scienziati stanno ancora cercando una spiegazione a questo fenomeno.

Ti potrebbero interessare anche:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Back to top button