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Tamagotchi: storia di un (intramontabile) mito

Quando è nata, che diffusione ha avuto e che fine ha fatto la bizzarra miniconsole che sta per compiere venticinque anni

Tamagotchi. O, come si diceva il Italia, “il” Tamagotchi. Una buffa console tascabile a forma di uovo che obbligava il povero adolescente di turno a non far morire di fame una sorta di animaluccio virtuale. Un gioco, insomma, che aveva tutte le caratteristiche per fallire in poche settimane.

Non è andata esattamente così, dal momento che Tamagotchi ha venduto oltre 82 milioni di copie in tutto il mondo, sta per compiere venticinque anni, continua a essere prodotto e oggi è anche un ambitissimo oggetto da collezione. Ripercorriamone storia e mito.

La nascita di Tamagotchi

Era il 23 novembre 1996 quando l’azienda giapponese Bandai ha messo in commercio (nella propria nazione) Tamagotchi. Poco più di cinque mesi e il 1 maggio del 1997 il gioco sarebbe sbarcato in tutto il mondo.

Il nome

Due domande hanno attanagliato almeno una generazione: perché Tamagotchi si chiama così, e come può venire in mente di inventarsi un gioco simile?

Liquidiamo subito la prima delle due questioni. Il nome, geniale neologismo anglonipponico, unisce le parole tamago (in giapponese uovo) e l’inglese watch, orologio.

Tamagotchi

Cos’è, perché è nato

Il nome stesso spiega già il gioco. Si tratta di una piccola console, a forma appunto di uovo, con un piccolo schermo e tre pulsanti. Il possessore di Tamagotchi deve prendersi cura di un animaletto virtuale, nutrendolo ma anche educandolo e soddisfacendo una serie di suoi bisogni, dallo stadio di uovo all’età adulta.

Le opzioni per garantire una lunga e lieta esistenza virtuale all’animaletto sono svariate. E, una volta morto di vecchiaia (o per incuria), Tamagotchi può essere resettato: ed ecco un altro uovo da far crescere.

L’idea è venuta nel 1995 da Akihiro Yokoi, allora direttore di Wiz, azienda giapponese di giocattoli.

Un successo clamoroso

Il successo è stato enorme, soprattutto nel primo quinquennio dal lancio. Una delle ragioni principali può essere data dal fatto che, con Tamagotchi, bambini e adolescenti potevano giocare a fare le mamme e i papà. L’ovetto stava in una tasca, e lo si poteva estrarre in ogni occasione (compreso, ahinoi, durante l’orario scolastico) per badarvi un po’.

Ironia a parte, alla base del boom di Tamagotchi si trovano anche questioni sociali e psicologiche assai più profonde. Qui accenniamo solo al fenomeno degli hikikomori, sempre più radicato nella cultura giapponese. Gli hikikomori sono giovani che rifiutano la vita sociale, scegliendo la solitudine assoluta (e che spesso si confinano nella propria cameretta).

Oltre agli 82 milioni di console vendute in tutto il mondo, Tamagotchi ha influenzato la cultura giovanile di massa. Sono usciti più di una decina di videogiochi a tema. Manga, anime e giochi da tavolo si sono sprecati. E in Giappone ha furoreggiato persino una serie televisiva.

Dopo il boom

Si ingannerebbe chi pensasse che la mania di Tamagotchi è da relegare al passato. Di certo, siamo ormai lontani dai numeri che hanno segnato gli anni dell’esplosione del fenomeno. Ma come ogni moda (o mito) che si rispetti, anche il Tamagotchi ha avuto un punto apicale a cui sta seguendo un’onda lunga, destinata a estinguersi con estrema lentezza.

Evatchi

I nuovi Tamagotchi

Bandai non ha mai smesso di produrre l’animaletto virtuale. Anzi, facendo molta attenzione all’evolversi del costume e delle nuove tecnologie, ha adattato di volta in volta il suo prodotto alle passioni del momento.

Per esempio, nel 2008 è uscita la versione a colori del gioco, e nel 2013 è stata la volta di Tamagotchi L.I.F.E., app per iOS e Android.

È del 2019 la nascita del piccolissimo Tamagotchi On, dotato di display Lcd a colori da 2,5” pollici e in grado di sincronizzarsi tramite Bluetooth con l’app.

Nel 2020 ecco un’applicazione che trasforma l’Apple Watch in Tamagotchi, e sempre lo scorso anno Bandai ha lanciato una versione del gioco in cui l’altrettanto mitica Hello Kitty aiutava il possessore della console a far crescere al meglio l’animaletto virtuale.

Tamagotchi oggi

Non finisce qui. Nel 2021 Bandai mette sul mercato Evatchi, il cui nome segnala il connubio tra Evangelion e Tamagotchi. L’animaletto è infatti stavolta ispirato a Neon Genesis Evangelion, serie televisiva anime di culto: chi si è accaparrato un Evatchi avrà avuto il privilegio di accudire addirittura un angelo (virtuale).

E non dimentichiamoci dell’enorme successo dei CryptoKitties, che nel 2017 hanno dato il la alla cosiddetta criptoarte, l’arte basata sulle criptovalute. Ebbene, il gioco in questione era del tutto simile a Tamagotchi.

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Oggetti da collezione

Gli animaletti virtuali da sfamare e coccolare continuano dunque a essere prodotti, e a seguire le evoluzioni del mercato.

Ma quanto valgono oggi i primi Tamagotchi? Il costo medio di un vecchio esemplare supera agilmente i 300 euro, ma quelli della primissima edizione possono valere anche uno zero in più. Mentre in Giappone non si è mai arrestata la ricerca di Tamagotchi bizzarri o rari, pagati profumatamente. E c’è chi ancora si sfida in gare di longevità dell’animaletto. Sapendo che, almeno nell’universo dei giochi, se mi muore basta un reset per ricominciare daccapo.

Claudio Bagnasco

Claudio Bagnasco è nato a Genova nel 1975 e dal 2013 vive a Tortolì. Ha scritto e pubblicato diversi libri, è co-fondatore e co-curatore del blog letterario Squadernauti. Prepara e corre maratone con grande passione e incrollabile lentezza. Ha raccolto parte delle sue scritture nel sito personale claudiobagnasco.com

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