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The Last of Us: com’è la serie HBO tratta dal celebre videogioco

The Last of Us andrà in onda su Sky e Now a partire dal 16 gennaio, in contemporanea con gli Stati Uniti.

Al momento del suo arrivo negli scaffali dei negozi di videogiochi di tutto il mondo nel 2013, The Last of Us ha immediatamente alzato l’asticella qualitativa dell’intero settore, applicando le dinamiche action-adventure già esplorate da Naughty Dog con Uncharted e scolpendo nell’immaginario collettivo un memorabile racconto di amore e dolore, ambientato in un mondo falcidiato da una pandemia capace di trasformare la stragrande maggioranza degli esseri umani in feroci e contagiosi mostri.

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Dieci anni dopo, in un panorama dell’intrattenimento completamente mutato e sulla scia di una reale pandemia attraversata dall’intera popolazione mondiale, The Last of Us diventa una serie televisiva altrettanto ambiziosa, in onda a partire dal 16 gennaio su Sky Atlantic e Now, in contemporanea alla programmazione statunitense.

La firma è di quelle più prestigiose. La produzione è infatti di HBO, che dopo aver contribuito alla serialità televisiva con pietre miliari del calibro de I Soprano, Six Feet Under e Game of Thrones, fino ad arrivare ai recenti successi di Euphoria e The White Lotus, va alla ricerca di un nuovo show di punta da affiancare a House of the Dragon. Dopo aver potuto gustare in anteprima i nove episodi che compongono la prima stagione di The Last of Us, possiamo indubbiamente affermare che ci sono tutte le premesse affinché ciò avvenga.

Inoltre, grazie al contributo in sceneggiatura e direzione creativa di Neil Druckmann (già alla guida del videogioco) e Craig Mazin (già alla guida dell’acclamata miniserie Chernobyl), lo show riesce nel non facile intento di dare rinnovato lustro agli adattamenti da videogame, coniugando il puro intrattenimento con pregevoli picchi emotivi. Il tutto con un attenzione ai dettagli e al world building più unica che rara nell’asfittico panorama seriale contemporaneo.

The Last of Us: quando sei perso nell’oscurità, cerca la luce

The Last of Us

La storia riprende abbastanza fedelmente quella del primo capitolo videoludico, con alcuni piccoli cambiamenti che non mancheranno di sollevare critiche da parte della componente più intransigente e conservatrice del fandom. Nel 2003 (dieci anni prima dell’ambientazione originale) ha luogo una pandemia dal fungo Cordyceps, che muta in maniera tale da attaccare gli esseri umani e trasformarli in creature simili agli zombie, continuamente alla ricerca di altre persone da aggredire e infettare. In questo scenario da incubo, si muove Joel Miller (Pedro Pascal), padre single della giovane Sarah impegnato nella lotta per la sopravvivenza mentre la situazione degenera velocemente. Durante la loro fuga, la ragazza viene però colpita a morte da un soldato, lasciando Joel solo e in preda alla disperazione.

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Vent’anni dopo, ritroviamo l’uomo nei panni di cinico e disilluso contrabbandiere, impegnato a reperire armi e oggetti di prima necessità insieme alla socia e compagna Tess (Anna Torv). La società è faticosamente governata dalle autorità militari, a cui si contrappongono piccoli gruppi indipendenti e soprattutto il gruppo delle Luci, vera e propria milizia ribelle. Proprio le Luci permettono l’incontro fra Joel ed Ellie (Bella Ramsey), quattordicenne orfana apparentemente immune al patogeno, e perciò potenzialmente fondamentale nella battaglia per la ricerca di un antidoto al Cordyceps. Incaricato di trasportare Ellie fuori dalla zona di quarantena, Joel stringe un rapporto sempre più profondo con lei, trovando così un flebile raggio di luce e speranza in un mondo che sembrava ormai abbandonato all’oscurità e alla mestizia.

The Last of Us: efficace sintesi e brillanti digressioni

Ancora memori della delusione di The Stand, secondo catastrofico adattamento televisivo del capolavoro di Stephen King L’ombra dello scorpione (anch’esso incentrato su un’umanità decimata da una pandemia), già dopo i primi minuti di The Last of Us proviamo un sentimento di soddisfazione misto a sollievo, scaturito dall’evidente cura per gli scenari e per le scenografie profusa in questo show, accompagnata da una sceneggiatura intelligente e raffinata. Già i primi episodi riescono a raggiungere un obiettivo tutt’altro che scontato per un’operazione di questo tipo: riportare alla mente dei videogiocatori le atmosfere cupe e disperate che contraddistinguono il gioco, e contemporaneamente trasportare gli spettatori che non hanno mai giocato a The Last of Us (verosimilmente la maggioranza) in questo fosco scenario, dove domina la diffidenza e la morte si nasconde a ogni angolo.

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Purtroppo, la maggioranza delle produzioni originali delle svariate piattaforme ci ha purtroppo fatto abituare a racconti tirati per le lunghe, colmi di digressioni inutili e tediose. The Last of Us ci restituisce invece il piacere della lentezza, trasformando il canovaccio più semplice e lineare di tutti (i personaggi devono recarsi dal punto A al punto B) in una base di partenza per parentesi, biforcazioni e ripetuti salti temporali, capaci di chiarire il passato e la personalità dei protagonisti ma allo stesso tempo di farci innamorare di personaggi secondari e dei germogli di umanità che fioriscono sulle macerie. È questo il caso del terzo splendido episodio, che nello spazio di 76 minuti introduce nuove personaggi e mette in scena uno struggente rapporto sentimentale, solo apparentemente slegato dalla trama principale. Un lavoro di sintesi e spessore che annichilisce le narrazioni ipertrofiche e ridondanti dominanti nel panorama seriale contemporaneo.

The Last of Us: dal videogame alla televisione

Il filo che lega le trame secondarie e il doloroso incrocio di destini che caratterizza The Last of Us è ovviamente il rapporto fra Joel ed Ellie. Le sterili polemiche sulla scelta degli interpreti finiscono ben presto in secondo piano, grazie alle formidabili prove di Pedro Pascal e Bella Ramsey. Libero dall’elmo che caratterizza il suo Din Djarin in The Mandalorian, Pedro Pascal lavora di sottrazione, dando vita a un personaggio indurito dalle tragedie che l’hanno colpito ma capace di aprirsi lentamente alla vita grazie a Ellie. Dal canto suo, Bella Ramsey si affranca dalla Ellie videoludica, mettendo in scena una ragazza ancora più impulsiva e grintosa, in aperto contrasto con la cautela che contraddistingue Joel.

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Il loro è un rapporto nato per caso, ma impossibile da interrompere. Grazie alla ragazza, Joel ha l’opportunità di scoprirsi nuovamente padre e mentore; da orfana, Ellie può invece avere un genitore putativo da cui farsi guidare. A rendere i due ancora più affini e complementari è il divergente punto di vista sulla pandemia: l’uomo ha visto crollare letteralmente sotto i suoi piedi il mondo in cui era cresciuto; la ragazza invece non ha mai conosciuto una società diversa da quella pandemica, quindi per lei ogni lascito del passato è una nuova scoperta su una società che non esiste più. The Last of Us lavora efficacemente su questi temi, dando il giusto spazio alla contemplazione e alla riflessione, ma approfondendo anche la psicologia dei personaggi attraverso dialoghi curati e mai banali.

Le altre ispirazioni della serie

The Last of Us

Come nel videogioco, il terzo protagonista di The Last of Us è indubbiamente il mondo circostante. In questo senso, emergono con chiarezza le influenze di The Road di Cormac McCarthy (brillantemente adattato nell’omonimo film di John Hillcoat) e Io sono leggenda di Richard Matheson, ma anche quella di Non è un paese per vecchi (sia nella versione letteraria di McCarthy che in quella cinematografica dei Coen), che affiora soprattutto nel cinismo e nella spietatezza di una società completamente deflagrata. A cambiare rispetto all’opera videoludica sono inevitabilmente le dinamiche: gli scontri con gli ormai iconici clicker erano una presenza costante del videogioco e conferivano una sfumatura prettamente action alla trama, mentre nella serie televisiva sono molto più diradati, in nome di una narrazione che ha invece tutte le caratteristiche del road movie. Un aspetto che potrebbe infastidire i fan del videogioco, ma ineludibile nell’adattamento per un media completamente diverso.

Come nel già citato The Mandalorian, anche in The Last of Us c’è un’evidente contaminazione con il western, richiamato dagli sconfinati spazi che attraversano i protagonisti, dalla morale sacrificata in nome della sopravvivenza e dalla divisione dei superstiti in fazioni con interessi e ideali del tutto discordanti. E in ogni western che si rispetti, non può mancare una colonna sonora capace di accompagnare l’azione e dare enfasi ai momenti più emozionanti suggestivi. Incombenza brillantemente soddisfatta dal compositore due volte premio Oscar Gustavo Santaolalla, già autore del commento musicale del videogioco.

Fra intrattenimento e autorialità

The Last of Us

The Last of Us riesce a trovare un difficilissimo punto di incontro fra la fedeltà al materiale videoludico originale e un approccio autoriale alla serialità televisiva, evidenziato anche dalla scelta di affidare la regia di alcuni episodi a cineasti del calibro di Ali Abbasi (Border – Creature di confine, Holy Spider) e Jasmila Žbanić (Il segreto di Esma, Quo vadis, Aida?). Ci troviamo spesso di fronte a scene pressoché indistinguibili da quelle del videogame, anche dal punto di vista delle inquadrature, ma l’azione del gioco è compensata dalla volontà di incunearsi fra le pieghe del racconto ed esplorare le personalità dei personaggi, tradendo il materiale di partenza quando necessario.

Anche se gli omaggi e le citazioni al videogame si sprecano, non mancano sostanziali differenze rispetto al gioco, fra cui l’assenza delle letali spore come meccanismo di diffusione del contagio, già annunciata in sede di campagna promozionale, il diverso contesto che ha portato all’esplosione della pandemia e il maggior peso specifico di alcuni personaggi secondari. Dettagli che confermano la bontà del lavoro di adattamento e rendono evidente la forza di questo racconto, capace di emozionare, commuovere e sconvolgere su PlayStation, su carta (si veda il prequel a fumetti The Last of Us: Il sogno americano) e da oggi anche sul piccolo schermo.

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Ci sarà tempo per stabilire se siamo davvero di fronte al nuovo punto di riferimento della serialità contemporanea, anche grazie a una più che probabile seconda stagione che eventualmente riprenderà gli eventi di The Last of Us Parte II. Dopo la conclusione di The Walking Dead, il filone apocalittico televisivo ha però indubbiamente un nuovo brillante esponente, capace di farci riflettere su chi siamo e soprattutto su chi potremmo diventare.

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Marco Paiano

Tutto quello che ho imparato nella vita l'ho imparato da Star Wars, Monkey Island e Il grande Lebowski. Lo metto in pratica su Tech Princess.

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