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Uber aumenta i prezzi, ma non i compensi per gli autisti

Con il mondo che si avvia verso un lento ritorno alla normalità, anche le piattaforme per i taxi ricominciano a respirare. La voglia di socializzare, la ripresa del turismo e l’abolizione del coprifuoco, con la possibilità di partecipare a eventi fino a tarda notte, portano a un aumento di richieste per le principali piattaforme del settore, come Uber, Lyft o l’italiana Wetaxi, che proprio in questi giorni ha raggiunto un importante accordo con Trenitalia. La ripresa della domanda ha portato a un aumento dei prezzi delle piattaforme per i taxi. Ossigeno puro per le aziende, che però non sempre si traduce in un aumento dei compensi per la principale forza lavoro del settore, cioè gli autisti.

A fare luce sulla condizione degli autisti è una puntuale inchiesta del The Guardian, che restituisce un quadro decisamente desolante. L’autista Uber Robert Eaton, del Nevada, ha dichiarato in proposito che la maggior parte delle sue prestazioni lavorative si sviluppano in turni da 16 ore, che vanno da mezzogiorno alla 4 del mattino. Nonostante l’aumento dei prezzi del gas e del costo della vita nella sua zona, i suoi compensi medi non solo non sono aumentati, ma si sono addirittura ridotti, con l’aggiunta di nuove regole sfavorevoli per gli autisti, come l’aumento dei tempi di cancellazione o la riduzione della paga minima per i viaggi lunghi. A compensare le perdite, ma solo sulla carta, sono stati introdotti dei bonus sui risultati difficilmente raggiungibili, che non fanno che aumentare la competizione fra gli autisti, all’utopico inseguimento di guadagni extra.

Uber aumenta i prezzi, ma non i compensi per gli autisti

Un’altra testimonianza arriva da Ken Parks, autista Uber del Tennessee, secondo il quale un aumento del prezzo di una corsa da 10 a 30 dollari porta a un maggiore guadagno da parte del conducente di soli due o tre dollari. Uno squilibrio su cui il lavoratore rincara così la dose: «Gli stipendi dei conducenti non sono direttamente legati all’aumento dei prezzi, quindi finiamo per ottenere l’estremità corta del bastone. Stanno addebitando tassi di aumento ai passeggeri e gli autisti vedono Uber prendere oltre il 50% della tariffa».

Sulla stessa lunghezza d’onda Zambri Hull, autista a tempo pieno per Uber a Pittsburgh, Pennsylvania: «Sto guadagnando meno ora che durante la pandemia. Ho guidato tutta questa pandemia e i salari erano migliori dallo scorso giugno a marzo. Da questo maggio tanti autisti stanno tornando al lavoro ma non ci sono abbastanza passeggeri. I prezzi sono diminuiti per i conducenti, mentre sono aumentati per i passeggeri. Dove stanno andando tutti i soldi extra? Chissà, di sicuro non nelle nostre tasche».

La condizione dei lavoratori della gig economy

Anche il Washington Post ha cercato di fare luce su questo risvolto della gig economy, portando a una risposta su Twitter da parte di Dara Khosrowshahi, CEO di Uber il cui compenso si è ridotto dai 42,4 milioni del 2019 ai 12,2 del 2020. Khosrowshahi ha seccamente smentito quanto riportato dagli autisti, affermando, pur senza scendere nei dettagli delle cifre, che a un aumento del 27% delle tariffe è seguito un incremento del 37% dei compensi per i lavoratori. Nel 2019 e nel 2020, Uber ha riportato rispettivamente perdite di 8,51 miliardi e 6,77 miliardi di dollari.

Anche se in Italia le piattaforme per i taxi non hanno lo stesso successo che riscontrano all’estero, anche a causa della resistenza da parte degli stessi lavoratori del settore, ci sono i presupposti per squilibri analoghi. La crescente attenzione verso i lavoratori della gig economy, vessati da ritmi massacranti e paghe mortificanti, sta però portando a leggi e iniziative per la tutela di driver e rider, in modo tale che il progresso e i servizi siano accompagnati dal benessere psico-fisico di chi li permette.

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