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Un saluto a Youtubo

Se c’è una verità che la nostra contemporaneità ha reso ineffabile e puntuale è la celebrità, l’idea di celebrità come apice casuale, come una commistione di creatività, fortuna ed epicità dell’assurdo. Una verità che risuona come un’eco direttamente dalla mente di Andy Warhol che asserì che nel futuro tutti sarebbero stati famosi nel mondo per 15 minuti. Un tempo limitato in cui lo spotlight dell’attenzione pubblica si posa su di te, ed è una luce che spesso non è solo accecante, ma anche tossica. 

Nelle ultime ore è diventata virale la notizia della morte di una star di YouTube, Omar Palermo, meglio noto come «Youtubo anche io». Palermo, 42 anni, è deceduto il 18 agosto in una clinica di Laurignano, nel Cosentino, dove stava seguendo un periodo di riabilitazione. Youtubo anche io aveva, ed ha, un seguito enorme ed era celebre per i suoi video in cui si lanciava in vere e proprie sfide culinarie e in cui trangugiava enormi quantità di cibo.

Con 500 mila iscritti sulla sua pagina social e con oltre 66 milioni di visualizzazioni, Palermo non è solo il protagonista di ore e ore di video mukbang, tipologia di video sul food in cui il protagonista mangia abbondanti quantità di cibo conversando con il pubblico, ma è soprattutto il protagonista di un’assurda anomalia che riguarda il Web e soprattutto le piattaforme che ospitano questo tipo di broadcast, piattaforme come YouTube, TikTok e Instagram, che vivono profonde contraddizioni strutturali. 

La quaestio specifica non è il trash, non sono i meme, neppure il pubblico che osserva ciclicamente e ipnoticamente l’assurdo carnevale del web, che si fortifica e si suggella di visioni antieducative e nocive. Il problema non è neppure la bontà, la mitezza e l’atteggiamento serafico di Omar Palermo. Il nodo gordiano è negli spazi usati, abusati e incontrollati in cui questi video sono lanciati e lasciati in pasto al pubblico, che se ne nutre come un veleno, un veleno che però non è letale per chi guarda ma per chi viene guardato. 

Omar Palermo, meglio noto come «Youtubo anche io»

Perché nel 2021 è ancora possibile assistere alla spettacolarizzazione di un abuso, di un disordine? Nessuno è qui per tentare goffamente di fare diagnosi o pensare a quali siano state le ricadute psico-fisiche di quei video e della loro diffusa notorietà. Ciò che è noto è che Omar Palermo due anni fa ha smesso di fare video; a causa di una caduta è stato ricoverato in una clinica specializzata e aveva perso 45 chili.

Quindi in qualche modo il suo collegamento con quelle piattaforme era stato quantomeno reciso, e il suo percorso riabilitativo era il segno, l’espressione di un comportamento nocivo che su in quegli spazi aveva avuto una risonanza enorme. Omar Palermo non è solo stato un meme vivente, una persona da osservare con malcelata repulsione, era ed è una persona complessa, vittima di grassofobia, la cui fama controversa non ha trovato spazio o possibilità di risolversi in maniera positiva. 

È inutile sentirsi in colpa per aver guardato in modalità binge watching i suoi video, e sentirsi di aver contribuito alla sua radicale ascesa, se così possa essere definita. È utile porsi più di qualche domanda su cosa sia giusto, adatto, etico poter osservare sulle piattaforme, sui social, che permettono a un uomo di assumere posture alimentari poco difendibili, che permettono che quegli atteggiamenti siano ripetuti, reiterati, e spendibili altrove, e che soprattutto non permettono a una donna di poter mostrare il proprio seno, perché il capezzolo femminile è considerato un’oscenità, contrariamente a quello maschile che non è mai stato sanzionato socialmente.

Un saluto a Youtubo, o del come sui social si abiti a discapito di se stessi

I profili di molte attiviste, di persone che veicolano informazioni sul sex work, sull’aborto, sulla disabilità, anche su questioni politiche e sociali, vengono limitati, vengono eliminati i profili, colpiti dallo Shadow Ban, o vengono colpiti da un abbassamento del ranking dei post, che determina la scomparsa dai feed dei follower, come la sociologa Silvia Semezin, l’antropologa Giulia Zollino e l’attivista e atleta Sofia Righetti

Questo perché i principi con cui sono stati scritti gli standard della community di Instagram, di YouTube, spesso non sono principi democratici, ma sono principi aziendali. Quello che ci auguriamo è che questa tendenza venga interrotta, e che la triste dipartita di Omar Palermo diventi una sveglia per chi si trova in posizioni apicali all’interno delle piattaforme e dei social. Essendo gli stessi una componente fondamentale delle nostre vite ed essendo il riflesso e l’espressione di chi li governa, ovvero di pochi uomini bianchi, etero, cis e abili, con un privilegio che chi quegli spazi li abita, evidentemente, non ha. 

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