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Come è cambiato: il bikini

Oggi, 5 Luglio, si celebra un anniversario molto importante per la nostra storia culturale, oltre che per quella della moda. Si festeggiano, infatti, i 75 anni del bikini, uno dei capi d’abbigliamento più rivoluzionari di sempre. Proprio per questo, abbiamo deciso di dedicare la nostra rubrica di oggi al costume da bagno femminile, che nel corso dell’ultimo secolo ha subito un’evoluzione tutt’altro che irrilevante.

Bikini, l’origine di un capo rivoluzionario

Per quanto alcune testimonianze dimostrino che il costume da bagno femminile esistesse già ai tempi dell’Antica Roma, il bikini moderno è nato ufficialmente il 5 Luglio 1946. Una data precisa, che corrisponde al giorno in cui per la prima volta Michelle Bernardini – una ballerina di nudo del Casino de Paris – indossò il capo disegnato da Louis Réard. Il primo vero e proprio bikini dell’epoca moderna: un capo piccolo e succinto, ideato da un sarto francese con una formazione da ingegnere automobilistico. E questo già vi rende chiaro quanto possa essere strana la storia di questa straordinaria invenzione. Ma partiamo dal principio.

Nel 1940 il francese Louis Réard ereditò da sua madre un negozio di lingerie femminile. Uno stravagante lascito per un ingegnere, se non fosse che riuscì a trasformare questa occasione nella migliore della sua vita – e di quella di altre milioni di donne -. Rimasto colpito da una delle più audaci creazioni del fashion designer Jacques Heim, che lanciò sul mercato “Il costume da bagno più piccolo del mondo“, Réard progettò un capo ancora più minimale, tanto da lasciare scoperto anche l’ombelico (una rarità per l’epoca). Un due pezzi composto da quattro triangoli di tessuto che riportavano la stampa di una pagina di giornale.

bikini Michelle Bernardini

L’ennesima intuizione geniale del francese, che sapeva che la stampa avrebbe parlato della sua creazione. Altrettanto geniale la scelta del nome “Bikini”, che si ispira ad un atollo nel Pacifico – le Isole Bikini, per l’appunto -, dove gli Stati Uniti portavano avanti esperimenti nucleari per testare gli effetti dell’esplosione dell’atomica sulle navi militari. E così, ben convinto della sua invenzione, il francese scelse questo nome perchè credeca che il costume avrebbe avuto lo stesso effetto esplosivo nella società del tempo.

D’altronde, non è certo un caso che la sola modella reperita da Louis Réard fosse la diciannovenne Michelle Bernardini, una spogliarellista che non ebbe alcun problema a mostrarsi seminuda al concorso di bellezza delle Piscine Molitor di Parigi. E, come potete immaginare, il bikini della ragazza fu accolto con enorme successo, soprattutto dal pubblico maschile. Non a caso, furono oltre 50 mila le lettere di congratulazioni che arrivarono al sarto francese. E quasi un centinaio le proposte di matrimonio riservate alla Bernardini. Insomma, un grande successo. Oltre che l’inizio di una grande storia.

Un successo altalenante

Dopo la presentazione di Michelle Bernardini, il bikini era sulla bocca di tutti. Eppure le donne degli anni Quaranta non avevano ancora trovato il coraggio di indossare un capo tanto audace. Soprattutto in Europa, dove era stato definito “peccaminoso” dal Vaticano e addirittura bandito da Spagna, Portogallo, Italia e Belgio. E non furono da meno gli Stati Uniti, dove in molti Paesi fu proibito almeno fino al 1959. Eppure, a metà degli Anni Cinquanta qualcosa cominciò a cambiare.Nel 1956 Brigitte Bardot sdoganò l’uso del bikini indossandone uno sul set del film “E Dio creò la donna”. E da quel momento in poi furono le Dive del cinema a fare da portavoce del successo del capo inventato da Louis Réard.

Nel 1962, infatti, Ursula Andress sfoggiò un due pezzi mozzafiato nel film “007 Licenza di Uccidere”. Un costume total white che vanta addirittura una pagina su Wikipedia, e che nel 2001 è stato battuto all’asta al prezzo di 61500 dollari. Un capo che segnò un’epoca, e che convinse sempre più donne a cedere al suo fascino. Negli anni a seguire, il costume da bagno cominciò a comparire ovunque: nelle spiagge, nella cartellonistica pubblicitaria e persino sulla copertina di Playboy. L’invenzione di Réard non era più solo un capo d’abbigliamento, bensì il simbolo di un’importante rivoluzione culturale e sessuale. E le donne amavano indossarlo anche per questo.

bikini Ursula Andress

Nel 1965, infatti, il Time dichiarò che ben il 65% delle ragazze erano solite indossare un bikini. Un dato importante, che segna non solo il successo di un capo d’abbigliamento, ma anche un’enorme conquista da parte del genere femminile. Non c’è da dimenticare, infatti, che agli inizi del Novecento erano ancora in vigore sanzioni salate per le donne che mostravano qualche centimetro di pelle scoperta più in più. Pertanto, la sola possibilità di poter scoprire l’ombelico era già da considerare una conquista incredibile. E il bikini delle star del cinema era solo l’inizio di un lungo processo che ha portato le donne a scoprirsi sempre di più.

La rivoluzione (sessuale) del monokini

La rivoluzione sessuale era oramai cominciata da un bel po’, e i moti femministi degli anni Sessanta/Settanta facevano sentire le donne più sicure di sè e più padrone del proprio corpo. Ed è proprio sullo sfondo di queste vicende che lo stilista austriaco Rudi Gernreich, nel 1964, disegna il suo primo monokini. Un termine ideato per indicare un costume composto di un solo pezzo dalla vita altissima, ma tagliato poco sotto al seno, lasciandolo così scoperto. Il primo accenno di quella enorme rivoluzione culturale che avrebbe portato al topless.

monokini
Credits: LIFE

Infatti, nonostante il capo di Gernreich non abbia riscosso così tanto successo dal punto di vista commerciale, è stato senza dubbio utile per portare avanti quella rivoluzione cominciata da Réard circa 20 anni prima. Eppure, proprio come accadde al sarto francese, neppure Gernreich riuscì a trovare una donna disposta ad indossare il suo monokini. Durante il servizio fotografico organizzato a Montego Bay (Bahamas), tutte e cinque le modelle assoldate si rifiutarono di indossare il costume. Tanto che il fotografo chiese ad una prostituta locale di posare per gli scatti. Eppure, nonostante questo inconveniente, lo stilista si decise a lanciare sul mercato la sua personale rivisitazione del bikini.

Nel Giugno del 1964, il PR Manager del Condor Nightclub di San Francisco regalò ad una delle ragazze del club un monokini da indossare per il suo spettacolo. E così, in una sola notte, Carol Doda divenne la prima ballerina in topless di tutti gli Stati Uniti. Ma a lei ne seguirono tante altre, in tutti i club di Broadway St. di San Francisco. Così tante da portare avanti una vera e propria rivoluzione femminista, culturale e sessuale al tempo stesso. E così, il monokini riuscì a raggiungere l’apice del suo successo negli anni Settanta, seppur rivisitato anche in epoche più moderne da modelle del calibro di Kate Moss e Laetitia Casta.

Insomma, possiamoa anche dire che dalla sua origine ad oggi il bikini non sia cambiato affatto. In fondo, si tratta pur sempre di due pezzi di tessuto che subiscono solo qualche rivisitazione quanto a stili e colori. Eppure, quello che davvero è cambiato è ciò che il costume da bagno femminile rappresenta. La libertà di indossare ciò che si vuole. Ed anche quella di scoprire qualche centimetro di pelle in più. Insomma, il bikini non è solo un costume. È il simbolo di una rivoluzione. E oggi si merita davvero i nostri più sentiti auguri di compleanno.

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Chiara Crescenzi

Editor compulsiva, amante delle serie tv e del cibo spazzatura. Condivido la mia vita con un Bulldog Inglese, fonte di ispirazione delle cose che scrivo.

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