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Boss Level: com’è il film con Frank Grillo, Mel Gibson e Naomi Watts

Il film è arrivato su Amazon Prime Video dopo numerosi rinvii.

Negli ultimi anni, il cinema e le serie televisive si focalizzano sempre più spesso sul loop temporale. Un concetto fisico che diventa anche un meccanismo narrativo, dando agli sceneggiatori molte possibilità in più per sviluppare le loro storie, come testimonia uno dei capostipiti del filone, cioè Ricomincio da capo con Bill Murray. Recentemente, abbiamo visto il loop applicato alla fantascienza (Looper ed Edge of Tomorrow), all’horror (la saga di Auguri per la tua morte), al teen movie (Prima di domani), alla serialità (Russian Doll di Netflix) e persino alla commedia, nel notevole Palm Springs – Vivi come se non ci fosse un domani. Da qualche giorno, su Amazon Prime Video possiamo vedere un’altra declinazione del loop temporale in Boss Level, film di Joe Carnahan con protagonisti Frank Grillo, Mel Gibson e Naomi Watts, che innesta questa dinamica su un action movie dalle atmosfere videoludiche.

Boss Level: fra videogame e fantascienza

Il protagonista della storia è Roy Pulver (Frank Grillo), veterano delle forze speciali costretto a rivivere continuamente la stessa giornata, che culmina con la sua morte. I suoi unici punti di riferimento sono l’ex Jemma (Naomi Watts), a cui è ancora emotivamente legato, e il Colonnello Clive Ventor (Mel Gibson), spietato megalomane coinvolto in un misterioso esperimento governativo. Il prologo con musica e grafica squisitamente 8-bit anticipa l’essenza di Boss Level, che in fondo non è altro che un videogame con personaggi in carne e ossa, coinvolti in dinamiche familiari a ogni gamer.

La voce narrante di Roy ci introduce alla sua paradossale esistenza, che comincia con il suo 139esimo tentativo di superare gli ostacoli mortali che gli si pongono davanti. Se l’associazione con il numero di vite con cui si deve terminare il livello di un videogioco non fosse già chiara, ci pensano gli eventi di Boss Level a esplicitarla. Il protagonista si ritrova infatti suo malgrado coinvolto in inseguimenti, sparatorie, acrobazie e scontri armati contro personaggi stereotipati e sopra le righe, simili a quelli che affollano i principali videogiochi d’azione. Lo stesso Mel Gibson, come suggerisce il titolo, è il vero mostro di fine livello con cui deve confrontarsi Roy per riprendere in mano la sua vita, non prima di avere eseguito con tempismo e destrezza le mini sfide che il destino ha in serbo per lui.

Il gioco messo in scena da Joe Carnahan funziona a meraviglia, grazie a una gestione efficace del ritmo e delle sequenze d’azione, a un Mel Gibson superbamente gigioneggiante nella parte del villain e a un Frank Grillo abile a donare al suo personaggio sia la necessaria credibilità dal punto di vista fisico e atletico, sia uno spessore psicologico sufficiente a creare empatia nello spettatore.

Ripetere il presente per comprendere il passato

Come tutte le opere basate sul loop temporale, anche Boss Level si basa su una dinamica semplice e chiara. A dispetto dell’atmosfera giocosa e divertita, il senso dell’opera è quello di utilizzare una continua ripetizione del presente del protagonista per farlo scavare nel suo passato, e di conseguenza fargli comprendere gli errori che l’hanno portato fino a trovarsi nell’attuale situazione. Da questo punto di vista, Boss Level mostra qualche debolezza in più. Joe Carnahan si dimostra un regista più di azione che di sentimenti, che fatica a donare enfasi ai momenti più emotivamente coinvolgenti e a rendere credibili il rimpianto, l’amore e la voglia di rivincita. Una caratteristica che stona più dello scarso approfondimento sull’intrigo che coinvolge il protagonista, proprio perché lontana dall’anima stessa di Boss Level.

Nonostante questi difetti, Joe Carnahan riesce nell’intento di intrattenere, strizzando l’occhio ai videogiocatori della prima ora. In quest’ottica, convincono anche i numerosi riferimenti alla sala giochi e a videogame di culto come Altered Beast e Street Fighter, che per una volta non sono semplici easter egg inseriti a forza nella narrazione, ma elementi funzionali a una storia che ha nel proprio DNA l’arte videoludica. Una sincerità di fondo che nobilita un’opera rimasta in stallo (non solo per via della pandemia) per più di tre anni dopo la fine delle riprese e che anche a causa di questi contrattempi distributivi sconta il peccato di arrivare troppo tardi e di narrare storie che altri hanno narrato prima e meglio.

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