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Google e Facebook contro gli editori australiani

Una proposta di legge sull’editoria australiana potrebbe costringere Google e Facebook a pagare per i contenuti dei siti d'informazione

Il giornalismo potrebbe essere davanti a una svolta storica per il proprio futuro, grazie alla strenua battaglia in corso fra i giganti del web e il governo dell’Australia. Come vi abbiamo raccontato in precedenza, una proposta di legge sull’editoria australiana potrebbe costringere a breve Google e Facebook a pagare per i contenuti provenienti da siti d’informazione. Una mossa forte e coraggiosa, volta a salvaguardare le aziende e i lavoratori di un settore che, in Australia come nel resto del mondo, negli ultimi anni è stato letteralmente falcidiato, anche a causa delle attività delle grandi aziende tech. Si stima infatti che, per ogni 100 dollari spesi in Australia per la pubblicità online, 53 vadano a Google e 28 a Facebook, mentre tutte le altre realtà messe insieme sono costrette a spartirsi i 19 dollari rimanenti.

Messa alle strette dalla mossa del governo australiano, che potrebbe costringerla a pagare diversi milioni di dollari in royalties agli editori o – in caso di rifiuto – in salatissime multe, Google ha minacciato di sospendere i propri servizi in questo stato, a partire dal celeberrimo motore di ricerca per arrivare poi alla fondamentali mappe e a YouTube. Anche di fronte a questa contromossa, il governo australiano ha mantenuto invariata la propria posizione, portando a reazioni opposte da parte di Google e Facebook.

Google e Facebook contro gli editori australiani

Facebook e Google jedi blue
Foto di Rami Al-zayat

Da una parte, il colosso di Mountain View si è seduto al tavolo a trattare. Come riportato da vari media, il ministro del Tesoro australiano Josh Frydenberg ha manifestato soddisfazione e ottimismo per lo stato della trattativa con Google, dichiarando quanto segue: «Credo che abbiamo fatto reali progressi  nelle ultime 48-72 ore. Penso che vedremo alcuni accordi commerciali significativi, che potrebbero essere di reale beneficio per il panorama dei media nazionali. Vedremo i giornalisti ricompensati finanziariamente per la produzione di contenuti originali».

Di ben altro tenore la risposta da parte del social network creato da Mark Zuckerberg. Nonostante un tweet di poche ore fa dello stesso Frydenberg, che diceva testualmente «Questa mattina ho avuto una discussione costruttiva con Mark Zuckerberg di Facebook. Ha sollevato alcune questioni in sospeso con il codice di contrattazione dei media del governo e abbiamo deciso di continuare la nostra conversazione per cercare di trovare una via da seguire», la BBC riporta che da qualche ora gli utenti di Facebook in Australia non hanno più la possibilità di leggere e condividere notizie attraverso il più conosciuto e utilizzato social network del mondo. E non è tutto. A quanto pare, Facebook ha disattivato anche alcune pagine particolarmente importanti per i cittadini australiani, come quelle delle forze di polizia, dei servizi d’emergenza e dei dipartimenti di salute e meteorologia.

Una proposta di legge sull’editoria australiana potrebbe costringere Google e Facebook a pagare per i contenuti dei siti d’informazione

La risposta del governo australiano non si è fatta attendere. «Facebook deve riflettere molto attentamente su cosa questo significhi per la sua reputazione e per la sua posizione», ha tuonato il ministro delle comunicazioni Paul Fletcher. A rincarare la dose in proposito è Elaine Pearson di Human Rights Watch, organizzazione non governativa internazionale focalizzata sulla tutela dei diritti umani: «Facebook sta agendo come un governo oppressivo, limitando e censurando severamente il flusso di informazioni degli australiani». Dal canto suo, Facebook ha pubblicato un post sul suo blog ufficiale, dove sostanzialmente conferma le decisioni descritte poc’anzi e rivendica il consistente flusso economico generato in Australia lo scorso anno, dichiarandosi costretto a seguire questa strada.

Nel momento in cui scriviamo, non siamo in grado di prevedere quale sarà la conclusione di questa diatriba sempre più aspra. Siamo però certi che gran parte del futuro del giornalismo, irrinunciabile guardiano della democrazia e dell’informazione, passi dalla strenua lotta di un novello Davide (il governo australiano) contro Golia, rappresentato in questo caso da Google e Facebook, e da tutti i giganti del web che generano imponenti profitti lasciando le briciole ai creatori di contenuti.

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