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Masters of the Universe: Revelation, il ritorno di He-Man su Netflix

Kevin Smith riesce nell'impresa di svecchiare un franchise con 40 anni di storia alle spalle.

Per chi ha vissuto l’infanzia e l’adolescenza nel corso degli anni ’80, è praticamente impossibile non essersi mai imbattuti in Masters of the Universe e nei suoi personaggi simbolo He-Man e Skeletor. Un franchise cross-mediale e sorprendentemente longevo, che nasce nel 1981 sotto forma di linea di giocattoli della Mattel, desiderosa di recuperare l’occasione perduta con il rifiuto a produrre la linea di action figure basate su Star Wars. Il mondo fantastico di Eternia e i suoi personaggi hanno dominato l’immaginario del periodo, conquistando anche i fumetti, i videogiochi, il cinema con lo scialbo I dominatori dell’universo e soprattutto la televisione con la serie animata He-Man e i dominatori dell’universo, andata in onda per più di due anni e 130 episodi totali. Proprio da questa serie riparte oggi Netflix, proponendo ai suoi abbonati la serie sequel/reboot Masters of the Universe: Revelation, sviluppata da un nerd d’eccezione come Kevin Smith.

Masters of the Universe: Revelation, più reboot che sequel

Questo ambizioso progetto della piattaforma di streaming deve confrontarsi con diverse problematiche. La più importante è sicuramente l’inevitabile cambio del mondo e dei gusti del pubblico nell’arco di 40 anni, ragion per cui molte operazioni nostalgia odierne si rivelano dei clamorosi fiaschi. La seconda è la necessità di parlare a un pubblico che va dagli adolescenti di oggi a quelli che lo erano all’inizio degli anni ’80, con l’ulteriore difficoltà di riallacciare le fila di un racconto di cui tutti hanno sentito almeno una volta parlare, ma che in pochi conoscono o ricordano con dovizia di particolari. La terza e più subdola problematica è il pubblico nerd a cui Masters of the Universe: Revelation si rivolge. Una platea ricca acculturata in diversi ambiti, ma da sempre restia al cambiamento e alle rielaborazioni dei propri punti di riferimento.

Con un coraggio più unico che raro per una produzione di questo tipo nell’epoca odierna, Kevin Smith si approccia a Masters of the Universe: Revelation con la stessa mentalità che contraddistingue la sua produzione cinematografica fin dai tempi di Clerks: massimo rispetto per il materiale trattato, controbilanciato da una voglia altrettanto potente di scardinare i pilastri su cui essa si poggia. I primi 5 episodi distribuiti (sui 10 totali) di Masters of the Universe: Revelation seguono fedelmente questo schema, trasformando quello che sulla carta è un sequel di He-Man e i dominatori dell’universo in un vero e proprio reboot di questo universo, che inevitabilmente sta provocando numerose polemiche fra i fan della prima ora.

Masters of the Universe: Revelation scuote le fondamenta della saga

Già nel primo episodio della serie, le dinamiche narrative sono completamente stravolte rispetto alle attese di gran parte del pubblico. A causa di eventi che non vi anticiperemo, i due volti per eccellenza della saga He-Man e Skeletor sono relegati a un ruolo di secondo piano nel racconto, almeno dal punto di vista del minutaggio. I loro ruoli di portabandiera delle rispettive fazioni che vogliono mettere le mani sull’iconico castello di Grayskull sono così presi da due donne, cioè Teela ed Evil-Lyn, peraltro già importanti nella serie originale. Niente di meglio per scatenare il peggior conservatorismo e il malcelato sessismo di molti fan, letteralmente sul piede di guerra per un presunto stravolgimento di una saga di cui evidentemente ricordano solo le caratteristiche più machiste dell’eroe di Eternia Adam/He-Man.

Polemiche pretestuose, che tolgono attenzione dal notevole lavoro di Smith sui personaggi considerati secondari, che in Masters of the Universe: Revelation sono approfonditi col chiaro intento di metterli sullo stesso piano dei volti più celebrati. Un’operazione di svecchiamento che si riflette anche sui disegni, di ottima fattura ma allo stesso tempo fedeli allo stile della serie originale, e sulla stessa narrazione, che comprensibilmente si discosta dallo stile autoconclusivo degli episodi di He-Man e i dominatori dell’universo per abbracciare una narrazione orizzontale, scandita da episodi brevi (poco più di 20 minuti) e ben ritmati.

L’apice di Masters of the Universe: Revelation arriva proprio con il quinto episodio, che purtroppo è anche l’ultimo disponibile al momento. Dopo aver rimescolato le carte dei due schieramenti che si contendono il dominio di Eternia, proprio quando si avvicina una restaurazione delle gerarchie della serie, Smith ci stupisce nuovamente, lasciandoci con un colpo di scena tanto beffardo quanto di portata storica per questo universo fantasy.

Conferme e colpi di scena

In attesa di poter assaporare i 5 episodi rimanenti (la cui data di uscita non è ancora stata ufficializzata), non ci resta quindi che lodare la prima parte di questo progetto, che riesce nel non facile intento di riportare sulla cresta dell’onda un franchise che per la generazione Netflix era morto e sepolto. Proprio i più giovani sono uno dei pochi punti deboli di Masters of the Universe: Revelation, che si prende molte libertà sull’introduzione dei personaggi e del mondo in cui si muovono, dando per scontato che lo spettatore sappia già di cosa si sta parlando. Un ripasso della mitologia della saga è quindi consigliato a tutti i potenziali spettatori della serie Netflix, che potrebbero faticare non poco a cogliere tutti i riferimenti e le connessioni di questo reboot.

Doverosa una menzione per il sontuoso cast vocale di Masters of the Universe: Revelation. A prestare la voce a Skeletor è un perfetto Mark Hamill, che dopo il doppiaggio di Joker nelle serie e nei videogiochi dedicati a Batman dona enfasi e profondità a un altro iconico villain. Le due vere e proprie protagoniste della serie Teela e Evil-Lyn sono invece doppiate da due pezzi di storia della televisione recente, cioè Sarah Michelle Gellar e Lena Headey, scolpite nella mente degli spettatori di tutto il mondo per i loro ruoli dell’eroina Buffy e di Cersei Lannister ne Il Trono di Spade. Una scelta non certo casuale, che sottolinea una volta di più lo sforzo di Smith e dei suoi collaboratori in direzione di una narrazione più moderna, inclusiva e paritaria.

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