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The Elephant Man di David Lynch – Il filo nascosto

Per il nuovo appuntamento con Il filo nascosto, parliamo di David Lynch e del suo struggente The Elephant Man.

«Io non sono un elefante! Io non sono un animale, sono un essere umano! Un uomo… un uomo!». In questo disperato sfogo c’è l’intero senso di The Elephant Man e della vita del suo protagonista John Merrick, emarginato e bistrattato dalla società della Londra vittoriana per i gravi ed evidenti danni causati al suo fisico dalla sindrome di Proteo. Una storia struggente e lacerante, basata sulla vera storia di Joseph Merrick (chiamato per anni John a causa di un errore di trascrizione nelle sue prime biografie) e portata brillantemente in scena nel 1980 dal 34enne David Lynch, al suo secondo film dopo Eraserhead – La mente che cancella. Ed è proprio la visione di questo cult, all’epoca sempre più diffuso nel circuito underground, a convincere il produttore esecutivo (non accreditato) Mel Brooks ad assegnare il film a questo giovane e stralunato regista.

Un’unione di anime diverse e apparentemente incompatibili fra loro: un maestro della commedia farsesca come Mel Brooks e un regista che con la sua opera prima aveva già esibito il suo stile onirico e visionario alle prese con un racconto drammatico e lineare, incentrato sulla commovente esistenza di quello che oggi possiamo considerare uno dei più celebri e amati freak della storia del cinema. Dopo esserci concentrati nel precedente appuntamento della nostra rubrica Il filo nascosto su Freaks di Tod Browning, memorabile riflessione cinematografica sui cosiddetti fenomeni da baraccone, ci dedichiamo dunque a The Elephant Man, capace di dialogare con questa pietra miliare della settima arte e di allargarne il discorso, puntando severamente il dito anche contro la borghesia e la sua ipocrisia.

The Elephant Man: il commovente inno alla diversità di David Lynch

The Elephant Man

Nella Londra di fine Ottocento, lo stimato dottore Frederick Treves (Anthony Hopkins) fa casualmente la scoperta di Joseph Merrick (John Hurt), uomo affetto da una grave deformità al cranio e costretto a esibirsi in improvvisati show dallo spregevole Bytes, di cui è sostanzialmente uno schiavo. Treves si interessa al caso di Merrick, la cui patologia deriverebbe dal fatto che la madre è stata calpestata da un gruppo di elefanti in Africa durante la gravidanza; riesce quindi a farlo ricoverare nel suo ospedale per studiarlo più approfonditamente. Mentre il rapporto fra medico e paziente si fa sempre più intenso, emergono alcune criticità, come la paura delle infermiere nei confronti di Merrick o l’atteggiamento dei vertici ospedalieri, contrari a tenere ricoverato a vita un paziente incurabile.

Proprio quando la dimissione di Merrick sembra inevitabile, l’uomo declama ad alta voce il ventitreesimo salmo della Bibbia, dimostrando le sue capacità cognitive, affiancate da un’ottima cultura di base. È l’inizio di una nuova parabola nella vita di Merrick, che attira l’attenzione della Regina Vittoria, delle istituzioni e della celebre attrice teatrale Madge Kendall (Anne Bancroft), letteralmente conquistata dalla mente dell’uomo. Nonostante tutto questo, l’ignoranza della fetta più malvagia della società e la sempreverde paura nei confronti del diverso non tardano a fare nuovamente danni.

The Elephant Man e l’immagine

The Elephant Man

Per David Lynch tutto nasce dall’immagine, e a seguire dall’immaginazione di qualcosa che non c’è, o che forse semplicemente non riusciamo a scorgere. Tutto questo è evidente anche in The Elephant Man, apparentemente lontano dai torbidi Cuore Selvaggio e Strade perdute, dalla doppiezza d’animo alla base di Twin Peaks e dagli inquietanti labirinti della mente in cui abitano Mulholland Drive e Inland Empire, al contrario coerente con la poetica sfuggente ma sempre fedele a se stessa del cineasta americano. Sono Lynch al 100% i due inserti onirici che aprono e chiudono The Elephant Man, tratteggiando con sinistra eleganza il percorso di una vita intera. Un’esistenza segnata dalla deformità, come ci mostra lo spaventoso e surreale incontro della madre con un gruppo di elefanti, che nell’epilogo trova l’insperata pace proprio attraverso un nuovo ideale incontro con la figura materna, figura ai margini nel film ma sempre presente nella vita del protagonista.

Dopo aver imparato a conoscere gli incubi che albergano nella mente di Lynch e la loro capacità di irrompere nel quotidiano, rivedere The Elephant Man crea una sensazione di sinistra familiarità, data da quel bianco e nero raffinato e allo stesso tempo teatro di inquietudini (lo stesso di Eraserhead – La mente che cancella), da volti apparentemente inoffensivi che mutano improvvisamente in ghigni malefici (impossibile non pensare ancora a Mulholland Drive) e da immagini suggestive ed evocative, capaci di definire un’intera esistenza.

È questo il caso del già citato incipit, che dialoga direttamente con la magistrale sequenza della nascita di Bob in Twin Peaks – Il ritorno, o della struggente scena in cui Merrick manifesta l’essenza di una vita fatta di privazioni attraverso il suo lavoro su un modellino di una cattedrale dalla sua angusta e isolata stanza («Io devo affidarmi alla mia immaginazione per quello che da qui non vedo»).

La malignità insita nell’animo umano

Da sublime indagatore dell’animo umano, David Lynch tratteggia con The Elephant Man alcune delle caratteristiche che lo contraddistinguono. La più evidente è ovviamente rappresentata dallo stesso Merrick, pregevole esempio di come la vera essenza di una persona vada ben al di là del proprio aspetto fisico. Dopo aver celato alla nostra vista per mezz’ora la testa deforme di Merrick, escludendola dalle inquadrature o imprigionandola dentro un sacchetto, il regista mette sempre più in secondo piano la sua patologia, concentrandosi invece sulla sua raffinatezza e sulla sua bontà d’animo, magistralmente espresse da John Hurt, autore di una memorabile prova pur sepolto sotto chili di trucco.

Come nel già citato Freaks di Tod Browning, emerge inoltre chiaramente la malignità insita nell’essere umano, ben delineata dalle numerose persone che cercano di trasformare Merrick in un’attrazione clandestina o di deriderlo per il suo aspetto, e affiancata da un sapiente utilizzo della cornice londinese, costantemente avvolta da nebbia, fumi e inquietanti contrasti di colore, quasi in continuità con le ambientazioni dei mostri della Universal. Accanto al male più puro e riconoscibile, serpeggia però un’ipocrisia invisibile ma altrettanto disgustosa. Dopo aver vissuto una vita da mostro, costringendosi addirittura a celare la sua invidiabile cultura, Merrick diventa oggetto di uno sfruttamento di segno opposto, con gli esponenti dell’alta borghesia che fanno letteralmente a gara per dimostrarsi più solidali nei confronti del protagonista, col malcelato fine di sfruttare la moda del momento e di ottenere un vantaggio sociale.

Una riflessione più attuale che mai, soprattutto in epoca di pink, black e rainbow washing mascherati da reale interesse nei confronti della diversità da diverse multinazionali, per meri scopi commerciali.

La morale di Treves

The Elephant Man

A distinguersi da queste dinamiche è proprio Treves, vera e propria voce narrante morale di The Elephant Man. Anche se col passare dei minuti si rivela una delle poche persone realmente interessate alla salute fisica e mentale di Merrick, il dottore attira l’attenzione su di lui in maniera analoga a quanto faceva Bytes, rendendosi protagonista di roboanti presentazioni e cercando di suscitare attenzione nei confronti del suo paziente stimolando la pancia del suo variegato pubblico. Non è un caso che Lynch ci presenti il personaggio di Anthony Hopkins in maniera similare a quanto si farebbe con un sedicente mago di un circo intento a presentare il suo show.

A differenza delle altre persone che cercano di sfruttare Merrick in maniera più o meno evidente, Treves si accorge del suo approccio eticamente sbagliato, e progressivamente diventa sempre meno medico e più amico del protagonista, interessandosi sempre più al suo reale benessere e non alla sua popolarità. Nasce così un rapporto intenso e spontaneo, che dà vita ad alcuni dei dialoghi più commoventi di The Elephant Man e costituisce il motore narrativo dell’intero terzo atto del film, in cui il rapimento di Merrick e le sue tragiche disavventure con la componente più rozza del popolo si intrecciano con il deterioramento delle condizioni fisiche del protagonista e con l’avvicinamento di una inevitabile fine.

Il finale di The Elephant Man

Nell’epilogo di The Elephant Man emerge ancora una volta il David Lynch più limpido e puro, quello che 19 anni più tardi troverà il proprio apice in Una storia vera. «La prego, la prego. Lei non ha alcuna colpa, Signor Treves! Io sono felice ogni ora del giorno, amico mio, anche se sapessi che morirei domani. La mia vita è bella, perché so di essere amato. Io sono fortunato, e non potrei dirlo se non fosse stato per lei», dice Merrick con la sua parlata esitante, tipica di chi per tutta la sua vita si è sentito colpevole per il solo fatto di esistere. Un momento struggente, enfatizzato dalla successiva scena, in cui da grande ammiratore del teatro Merrick ha finalmente la possibilità di accedervi, prendendosi una meritata ovazione da parte del pubblico presente.

«È finito», dice Merrick osservando il suo modellino, prima di mettersi a letto per l’ultima volta, nella posizione classica per una persona sana, a lui preclusa per la conformazione del suo cranio. Una conclusione amara, che Lynch riesce però a trasformare in poesia, sfruttando ancora l’immagine e l’immaginazione: dopo una vita fatta di delusioni e sofferenze, ma anche di sincere e appaganti amicizie, Merrick può chiudere serenamente gli occhi per sempre, ricongiungendosi con la madre che non ha mai dimenticato, che gli sussurra dolcemente le parole «Mai. Oh, mai. Niente morirà mai. L’acqua scorre. Il vento soffia. La nuvola fugge. Il cuore batte. Niente muore», tratte da Niente morirà mai di Alfred Tennyson.

Il più dolce omaggio possibile all’esistenza del vero Joseph Merrick, liberamente romanzata da David Lynch in The Elephant Man ma ugualmente rappresentativa delle battaglie che i cosiddetti diversi hanno compiuto e compiono ogni giorno per non farsi negare il diritto di esistere.

The Elephant Man e gli Oscar

«Da qui a dieci anni Gente comune sarà la risposta a un gioco di società; ma la gente andrà ancora a vedere The Elephant Man», disse Mel Brooks nel 1981, dopo che The Elephant Man non riuscì a trasformare in Oscar nessuna delle 8 nomination ricevute, in un’edizione dominata da Gente comune di Robert Redford. In molti associarono questo sfogo all’invidia e alla ripicca di un uomo di cinema deluso dall’esito della notte più prestigiosa dell’anno. Oggi possiamo tranquillamente affermare che aveva ragione su tutta la linea.

“Vede, la gente ha paura di quello che non riesce a capire. Ed è difficile anche per me capire, perché vede, mia madre era… bellissima.”
John Merrick

The Elephant Man

Il filo nascosto nasce con l’intento di ripercorrere la storia del cinema nel modo più libero e semplice possibile. Ogni settimana un film diverso di qualsiasi genere, epoca e nazionalità, collegato al precedente da un dettaglio. Tematiche, anno di distribuzione, regista, protagonista, ambientazione: l’unico limite è la fantasia, il faro che ci guida è l’amore per il cinema. I film si parlano, noi ascoltiamo i loro dialoghi.

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Un commento

  1. Raro leggere uno scritto così bene approdondito e di rara eleganza e pregnanza. Soprattutto raro leggere qualcuno che spieghi Lynch in modo assolutamente consapevole. Complimenti ha chi ha scritto

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