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Fotografia

Andrea Pacella ospite di #fotointerviste

Ritorna sul canale Twitch di Tech Princess #fotointerviste, l’appuntamento più amato dagli appassionati di fotografia. Questa settimana i due artisti dello scatto, max&douglas, hanno intervistato Andrea Pacella, Director of Global Marketing and Communication di Leica Camera AG.

Andrea Pacella è nato a Milano nel 1965 e ha sempre coltivato la passione per la fotografia, co-fondatore del Lucca Digital Photo Fest (oggi Photolux), ha collaborato all’organizzazione di festival e mostre fotografiche in tutta Italia. Al suo attivo ci sono diverse pubblicazioni su libri e riviste italiane ed internazionali ed ha partecipato anche a molte conferenze sulla storia della fotografia del XX° secolo. Nel 2013 diventa Head of Marketing di Leica Camera Italia, la divisione italiana, ricoprendo anche gli incarichi di direttore della Leica Galerie Milano e della Leica Akademie Italy; dal 2019 Andrea Pacella si sposta presso il quartier generale di Leica Camera AG a Wetzlar dove attualmente ricopre la carica di Director of Global Marketing and Communication.

Andrea Pacella ospite di #fotointerviste

Durante l’intervista Andrea Pacella ci ha parlato della sua passione per lo scatto, ci ha spiegato come diventare fotografi e come una passione possa trasformarsi in un lavoro. “Riuscire a fare nella vita quello che ti piace, trasformare la tua passione in lavoro, o anche appassionarti al tuo lavoro, rende le giornate molto migliori. La fotografia è una passione che ho conosciuto quando avevo 22 anni; ho cominciato a scattare foto durante i viaggi, con una Leica”.

“Con quella macchina bene o male ho imparato a scattare fotografie, poi ho frequentato la scuola Ufficiali a Roma, e cercavano un fotografo. Ho capito che era sicuramente più piacevole scattare foto rispetto alle esercitazioni, e ho fatto un racconto di quella che è la vita degli ufficiali. Ho cominciato ad appassionarmi, a studiare, e da li i primi esperimenti in camera oscura, il bianco e nero, e poi sono approdato alla Leica, quando decisi di comprare la prima in un negozio di Milano”. 

“Leica è un brand talmente ricco di storia; sicuramente ieri come oggi, è un modo di fotografare diverso, più lento, con delle limitazioni tali che ti aiutano ad ottenere qualcosa di diverso, però devi metterci tantissima voglia e tantissima esperienza. Ha bisogno di un tempo; la macchina deve essere lo strumento più neutro, tecnicamente per quello che ti serve, perché la creatività viene da te. Quando compri una Leica è più complesso, ti limita, però è una limitazione che ti aiuta; io uso solo un obiettivo che ti aiuta ad avvicinarti e ad allontanarti dal soggetto”.

Andrea Pacella e i maestri della fotografia

©Andrea Pacella

“Secondo me, i fotografi professionisti, che hanno dai 45 anni in su, che hanno cominciato a fotografare su pellicola, a fotografare in un altro mondo con la messa a fuoco, in cui dovevi ragionare sul negativo, e che avevano questo background, sono riusciti a fare una transizione intelligente al digitale; sono i fotografi che oggi riscuotono maggior successo, mentre molti giovani ci arrivano in maniera diversa”. 

“Senza sovrastrutture mentali, oggi arrivano più liberi e meno preparati tecnicamente, si affidano troppo a tutto ciò che la macchina dà in automatico, non pensano che è vero che puoi correggere tutto in seguito ma forse è meglio anche ragionare sulla composizione. I grandi maestri servono anche a questo. Se guardi Cartier-Bresson, se studi la composizione, è perfetta, fatta con le diagonali, anche più freddamente. Se guardi le foto di Meyerowitz, la street photography non è tanto focalizzarsi su una cosa strana, o che sta succedendo, ma riuscire a mettere insieme elementi diversi che ci sono solo nella tua foto, e che in quell’istante si compongono in una maniera particolare, ed è ciò che fa la foto tua”. 

“In fotografia ci sono tante linguaggi, tante lingue, anche alcune che non capisco ma che rispetto, come tanta fotografia concettuale. Riesco ad apprezzare lo sforzo di chi la fa in quel modo ma è logico che la mia lingua fotografica è la street photography, che è quella che riesco a leggere più facilmente, ed è quella su cui riesco a dare un giudizio. Io non ho paura di dire se un fotografo di street è più o meno bravo dal mio punto di vista, perché è una lingua che ho studiato in maniera approfondita. Mi piace molto la fotografia di architettura, neo territorialista; io ho conosciuto Gabriele Basilico, che mi ha arricchito tantissimo, più come persona che come fotografo, e la sua vicinanza mi ha fatto capire come la fotografia ha tantissime lingue che replica quella che è la vita”. 

Fotografia come linguaggio

©Andrea Pacella

“Quando hai tempo di passare con Salgado, con Bruce Davidson, sono esperienze che ti arricchiscono tantissimo, e che ti fanno amare ancora di più la fotografia, perché riesci a capire meglio il perché certi fotografi hanno fatto certe foto. Tutti i grandi fotografi con cui ho avuto a che fare li ho trovati delle grandi persone al di là della fotografia, non mi è mai capitato una grande delusione, mi è successo con dei fotografi paradossalmente meno celebri”. 

“Io considero il più grande fotografo dal mio punto di vista Richard Avedon, un uomo che ha avuto un modo di vedere la fotografia davvero straordinario; gli abbinerei l’umanità e la curiosità di Joel Meyerowitz, che è un fotografo strepitoso, che ha sempre cambiato, ha cominciato con la street, poi è passato alla città, al paesaggio, poi allo still life, un uomo che si è sempre evoluto; poi ci metterei la follia e la genialità di William Klein; forse aggiungerei un altro elemento, ovvero la generosità e la signorilità di Piergiorgio Branzi. Quando a Milano abbiamo fatto la sua mostra fotografica, una delle pochissime che sono state fatte sulla sua fotografia, è stata una delle cose che mi ha più soddisfatto nella mia carriera. Credo che come fotografo sia il meno conosciuto e meno il valutato, ed è una persona di una bellezza straordinaria”. 

“C’è stato un momento di passaggio, ci sono stati fotografi che sono stati bravi a sfruttare un periodo storico particolare; ad esempio poter vivere gli anni ’60 e gli anni ’70 per un fotografo documentarista è stato un opportunità incredibile perché lo facevi in un momento in cui la televisione non era sempre presente. C’erano testate come Life in cui il valore del fotografo era valorizzato”.

La fotografia documentaristica

© max&douglas

“La generazione di mezzo invece, che in molti campi non è stata molto capace di ottenere dei risultati, in uno dei campi in cui è riuscita meglio è la fotografia di moda. Ci siamo trovati nel boom della moda, la Milano da bere, in quel mondo siamo riusciti a costruite una forte professionalità; nella parte della fotografia documentaristica meno perché c’è stato l’intervento della televisione. Oggi c’è una cosa che vede: un mondo di fotografi giovani che ti propongono fotografie assolutamente senza senso, senza un progetto, senza una spiegazione”. 

“Nella fotografia documentaristica ritengo che oggi ci siano degli esempi straordinari come Luca Locatelli, che è un intelligenza straordinaria non solo nel momento dello scatto ma anche nel processo del pensare allo scatto, che riesce a far capire che la foto non è solo una foto ma un’espressione di un progetto. Per avere questo tipo di successo non è interessante la bellezza della foto ma l’attualità del progetto”. 

“Secondo me questo è quello che va cercato, e che i ragazzi dovrebbero cercare di fare oggi per crearsi una carriera nella comunicazione visuale. Avere consapevolezza e per farlo bisogna studiare. Se c’è un modo per cominciare una carriera di fotografo è essenziale studiare, andare all’università, prendere una laurea in psicologia, in filosofia, in ingegneria, in fisica. Perché studiando non imparerai a far meglio le foto, e comunque per quello con la tecnologia di oggi ci vuole poco, ma imparerai a capire cosa fotografare e perché fotografarlo”. 

Fotografia e consapevolezza

“Secondo me quello che manca oggi nella fotografia è tanta consapevolezza. Credo che oggi dovremmo smettere di parlare smartphone e di parlare di smartcamera, perché i telefoni e le prestazioni del telefono sono le ultime cose su cui ormai si pone l’attenzione. Ormai quando si presenta un telefono, come l’iPhone 12, è come se stessero presentando una macchina fotografica. La differenza tra la macchina fotografica e lo smartphone è la consapevolezza: con lo smartphone fai una foto perché capiti in una scena, mentre quando ti metti al collo una macchina fotografica e fai il gesto consapevole di portare la macchina al tuo occhio sei già in uno stato mentale diverso perché stai cercando la foto”. 

“La differenza tra la fotografia con lo smartphone e con la fotocamera è come la differenza tra il cinema e la televisione: la fotografia con lo smartphone è come la televisione, sto facendo vedere quel che succede adesso, il cinema è narrazione, io devo avere uno script, una sceneggiatura, un’inquadratura, devo costruire quello che voglio raccontare. Ed è quello che è la fotografia. Si parte sempre da una sceneggiatura e quindi è consapevolezza”. 

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