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Le 5 auto prodotte su licenza più strane di sempre | Auto for Dummies

Auto su licenza, i cinque modelli più strani di sempre | Auto for Dummies

Bentornati ad Auto for Dummies, la rubrica che vi racconta i segreti meno conosciuti del mondo dell’auto. L’altra volta vi abbiamo parlato delle differenze tra auto su licenza, joint-venture e CKD. Vi abbiamo citato alcuni esempi di tutti e tre i tipi di costruzione di un nuovo modello, e se vi siete persi la puntata della settimana scorsa vi consiglio di riprenderla: troverete il link in fondo alla pagina. Oggi invece vogliamo raccontarvi di cinque auto prodotte su licenza strane, incredibili e improbabili, cinque storie da raccontare in una serata al pub con gli amici. Pronti a sorprendervi?

Alfa Romeo Dauphine, quando il Biscione parlava francese

Partiamo subito col botto, facendo venire un colpo a tutti i nuovi appassionati del marchio Alfa Romeo, raccontandovi della prima auto su licenza assurda di oggi: Alfa Romeo Dauphine. Prima di spiegarvi di cosa si tratti, facciamo un breve passo indietro. Siamo negli anni ’50, e Alfa Romeo si sta diffondendo in Italia e in Europa grazie alle sue eccellenti vetture, Giulietta e 1900 su tutte. Entrambe queste due automobili però avevano un grosso difetto: una cilindrata “alta”.

Auto-su-licenza-Lancia-Appia

Negli anni ’50, infatti, la tassazione e i costi di bollo e assicurazione erano regolati sulla cilindrata del motore. Per questo andavano per la maggiore vetture con motori da 500, 600 o massimo 900 cm3. Nella sua gamma, Alfa Romeo aveva nella Giulietta 1.3 la più piccola cilindrata, lasciando quindi il mercato delle berline da 900, 1.000 o 1.100 alle rivali FIAT e Lancia. Anche se oggi sembra incredibile, Alfa, FIAT e Lancia erano rivali per la supremazia sul mercato italiano, e quindi la Casa milanese aveva bisogno di un’auto di piccola cilindrata per opporsi a 1100 e Appia.

Auto su licenza Alfa Giulietta 1955

Il costo di progettazione di un nuovo motore e di un’auto più piccola di Giulietta erano però davvero alti, e così Alfa Romeo (allora ancora di proprietà Statale, tramite il mitico ente dell’IRI) siglò nel 1958 un accordo con Renault. La Casa francese, che produceva con successo vetture di queste dimensioni, non riusciva a sfondare nel mercato italiano, a causa dei dazi doganali comminati alle automobili prodotte fuori dall’Italia. Con questo accordo, quindi, furono tutti contenti. Renault potè entrare in maniera concorrenziale nel mercato italiano, mentre Alfa Romeo riuscì a contrattaccare le rivali FIAT e Lancia.

Auto su licenza Alfa Dauphone

La prima Renault ad essere prodotta negli Stabilimenti del Portello fu la protagonista di oggi, la berlina Dauphine. La Dauphine, lanciata nel 1956, era un’auto estremamente tradizionale: aveva infatti motore e trazione posteriore, per massimizzare lo spazio interno (la trazione anteriore era ancora privilegio di pochi, come la Citroen DS), e una linea molto classica e tondeggiante, diversa da quella delle sportive e bellissime Alfa Romeo. Nonostante questo, la Renault-Alfa Romeo Dauphine venne prodotta al Portello, con una linea di montaggio affiancata a quella di Giulietta. Le differenze tra la Renault e l’Alfa Romeo Dauphine erano pochissime. Dei fari posteriori differenti, un tessuto per i sedili ripreso da Giulietta e il logo Dauphine_Alfa_Romeo posto prima sui passaruota anteriori e poi, dopo il restyling del 1963, sul cofano motore.

Auto su licenza Alfa Romeo Dauphine Logo

Il motore era un classico 4 cilindri ad aste e bilancieri con cilindrata di 850 cm3 e circa 40 CV, identico alle Renault d’Oltralpe. La differenza maggiore con le Dauphine francesi, però, era l’impianto elettrico, a 12 V contro i 6 della versione francese e prodotto dall’italiana Magneti-Marelli. Affiancata poi nel 1963 dalla “sorella” Ondine, dotata di un motore da 1049 cm3 e qualche miglioria in più, Alfa Romeo interruppe la produzione nel 1964, dopo circa 70.000 esemplari prodotti. La sostituta? La Alfasud, ma in mezzo ci fu spazio per un’altra Renault “alla milanese”, la mitica Renault 4. Ma questa, è un’altra storia.

BMW Isetta, la folle italiana che salvò la Casa di Monaco

Da una Casa italiana che produce un modello estero all’esempio opposto, quello di BMW. Siamo di nuovo negli anni ’50, e la Casa bavarese non se la sta passando per nulla bene. Nonostante sia un pensiero quasi impossibile da digerire per gli appassionati odierni, il secondo Dopoguerra fu il periodo più difficile della storia dell’ora superpotente Casa di Monaco.

Auto su licenza BMW 501
Già nel 1951 le BMW avevano il doppio rene enorme: vedendo la 501, X7 e Serie 4 tremano…

Gran parte dei problemi nacque dal ruolo ricoperto da BMW nella Seconda Guerra Mondiale. BMW infatti nasce come azienda produttrice di motori per aerei (BMW infatti è un acronimo che sta per Bayerische Motoren Werke, ovvero Fabbrica Bavarese di Motori), e tutti gli aerei della Lutwaffe erano spinti da propulsori BMW. Questo suo enorme coinvolgimento portò la conversione di tutti gli stabilimenti adibiti alla produzione di vetture convertiti per sopperire all’enorme domanda di motori per la flotta aerea nazista. Con la fine della guerra, però, gran parte degli stabilimenti fu bombardato, e solo una parte potè essere riadibito alla produzione civile. Con gli scarsi mezzi a disposizione di BMW, che aveva investito tutto nella produzione di motori, la Casa puntò subito alle più semplici motociclette, che portarono una prima boccata d’aria.

Auto su licenza BMW Isetta frontale

L’unico stabilimento automobilistico rimasto in piedi però era quello di Einsenach, in Germania Est, irraggiungibile da Monaco, Germania Ovest. I primi modelli BMW del dopoguerra prodotti nella riadattata fabbrica di Monaco furono le rimaneggiate 501 e 502, “rimasugli” della produzione anteguerra rimodernati, che portarono un po’ di ossigeno a BMW ma non quanto necessario per sopravvivere. La Germania era poi un Paese molto diverso, dove delle grosse berline come 501 e 502, grandi e costose, non avevano più spazio. La bancarotta era ogni giorno più vicina. Nel 1954, la Casa di Monaco cominciò una disperata ricerca di un’auto super-economica da produrre per motorizzare la Germania, che si stava lentamente rialzando. L’occasione arrivò al Salone di Ginevra di quell’anno. La Casa italiana ISO presentò alla kermesse svizzera la Isetta, una vera e propria microcar: piccola, semplice e super-economica.

Auto su licenza BMW Isetta

Spinta da un motore di derivazione motociclistica, era dotata di tre sole ruote, rendendola di fatto un motociclo. Questo tipo di auto in Germania godeva di importantissimi vantaggi fiscali: per questo, Case come Messerschmidt e Heinkel si diffusero con le loro microcar. In Italia, però, la Isetta non convinse: troppo piccola e priva di vantaggiosi sgravi fiscali. BMW allora fiutò l’affare, e chiese e ottenne la licenza per produrre la Isetta a Monaco. Il risultato? La BMW Isetta, conosciuta in tutto il mondo come “bubble car“. Il motivo si capisce immediatamente guardandola: è davvero una bolla su ruote. Dotata di una sola enorme porta anteriore che occupa tutto il frontale, offre due, strettissimi posti e un volante e pedali collassabili, per permettere al guidatore di salire a bordo.

Auto su licenza BMW Isetta retro

Il motore è un monocilindrico di derivazione motociclistica da 250 e poi da 300 cm3 e ben 12 o 13 CV nella successiva 300. Nonostante il suo nome fosse BMW 250 e poi 300, era nota in tutto il mondo come Isetta, e nonostante i soli due posti e lo spazio ridottissimo per cose e persone fu un vero successo. BMW riuscì a vendere 161.000 Isetta tra il 1955 e il 1963, e con i soldi ottenuti dalla vendita riuscì a ripartire, ad uscire dalla crisi e diventare la potenza mondiale che conosciamo oggi.

KIA Elan, dalla Lotus alla Corea

Facciamo un salto nel futuro di 40 anni, arrivando agli anni ’90. La prossima auto su licenza di oggi è davvero poco conosciuta, ma merita di essere raccontata. Tutto ha inizio in Gran Bretagna, e più precisamente a Hethel, nel Norfolk. Qui c’è la sede della Lotus, leggendaria Casa inglese che ha dedicato la sua intera vita alla produzione di automobili sportive ed emozionanti. Dopo la morte di Colin Chapman, nel 1984, però, la Casa inglese non ha passato dei bei momenti. Tra passaggi di mano più o meno leciti e più o meno efficaci, all’inizio degli anni ’90 Lotus aveva perso la bussola.

Auto su licenza Lotus Esprit

La Esprit, sportiva resa leggendaria dalla partecipazione al film di 007 Solo per i tuoi occhi, e la Excel, dimenticata sportiva nata nel 1982, erano piuttosto vetuste e poco attraenti per il mercato dell’epoca. Serviva un’auto più moderna, più al passo coi tempi, capace di tenere testa alla Mazda MX-5. La piccola sportiva giapponese, lanciata sul mercato nel 1989, si ispirava proprio alle sportive inglesi del passato. E come la Elan prima serie, l’obiettivo era offrire una guida divertente ad un prezzo competitivo.

Auto-su-licenza-Lotus-Elan

Lotus, che in quel momento era passata sotto il controllo di General Motors, decise di produrre una sportiva compatta, riprendendo il mitico nome Elan. Un’estetica a cuneo molto anni ’90, interni tecnologici (per l’epoca) e un motore 1.6 di derivazione Isuzu turbo da 170 CV, potente ma soprattutto affidabile. Sembrava ci fossero tutti i presupposti per un successo, ma in Lotus scelsero una soluzione inedita, e mai seguita dopo di lei, che segnò il suo destino: l’adozione della trazione anteriore. Un sacrilegio mai perdonato dagli appassionati Lotus, che non si capacitavano dell’assenza della trazione posteriore. I nuovi acquirenti, invece, furono allontanati dal prezzo salato e da una qualità costruttiva tutt’altro che perfetta. Dopo il lancio nel 1989, GM cancellò il modello già nel 1992, dopo soli 5.500 esemplari prodotti. Venne poi revitalizzata nel 1994 da Romano Artioli, nel frattempo diventato proprietario Lotus, che costruì altre 800 Elan fino al 1996.

Auto-su-licenza-KIA-Elan-frontale

Ma Lotus, quando manda in pensione un modello, non lo fa mai definitivamente. Già nel 1973, infatti, la Lotus Seven fu mandata in pensione, ma la piccola Casa Caterham acquistò i diritti, e costruisce da allora su licenza la Caterham Seven. La stessa cosa successe nel 1996, con Lotus che cedette i diritti ad un’altra Casa, che aveva un disperato bisogno di farsi conoscere e apprezzare. Questa volta però l’acquirente non fu Caterham, bensì la coreana KIA. Si, avete sentito bene: KIA. La Casa che oggi ottiene incredibili numeri di vendita in Europa e Nord America nel 1996 era desiderosa di farsi conoscere, offuscata dalla più grande (e allora rivale) Hyundai. Così, per conquistare il pubblico, KIA acquistò i diritti della Elan e lanciò per il solo mercato sud coreano la KIA Elan.

Auto su licenza KIA Elan

Dal punto di vista estetico, le modifiche sono davvero poche. A parte il destabilizzante logo KIA sul frontale, in mezzo ai due fari a scomparsa, e in coda, KIA personalizzò i fari posteriori, derivati da quelli della Alpine GTA, con nuovi fari più… moderni, diciamo. La più grande novità però stava sotto il cofano, con il 1.6 Isuzu sostituito da un 1.8 aspirato da 154 CV made in KIA. KIA Elan venne venduta anche in Giappone come Vigato, e prodotta dal 1996 al 1999. Dopo 1.056 esemplari prodotti, KIA disse addio alla Elan, che ad oggi rimane l’unica KIA roadster a due posti secchi.

Pyeonghwa Hwiparam, la FIAT Siena che piace a Kim

Se la storia della Elan sud coreana vi ha stupiti, rimarrete senza parole dopo aver scoperto della quarta auto su licenza di oggi. Rimaniamo sempre in Corea, ma ci spostiamo nel Paese più irraggiungibile e criptico del mondo, la Corea Del Nord. La Repubblica Democratica Popolare di Corea, come sappiamo, è governata da una dittatura comunista con a capo la famiglia Kim. Dominata dalla filosofia della Juche, traducibile come Autarchia, e pervasa da un morboso culto della personalità dei tre Capi di Stato della storia del Paese, Kim Il-Sung, Kim Jong-Il e Kim Jong-Un, la Corea del Nord è forse il Paese al mondo con la minor storia automobilistica, e il più piccolo mercato interno del mondo.

Auto su licenza Corea del Nore

Questo però non ha impedito la nascita di una Casa automobilistica nord coreana, la Pyeonghwa Motors. E, com’è ovvio, anche la sua fondazione è assurda. Nacque infatti nel 1999 come Joint-Venture tra la Casa sud-coreana Pyeonghwa, fondata dalla Chiesa dell’Unificazione, movimento religioso sud-coreano del Reverendo Moon, e la nord-coreana Ryonbong General Corp, che si occupava dell’importazione di macchinari e tecnologie dall’estero. Dopo un periodo di “collaborazione” con la Corea del Sud, la Pyeonghwa venne assorbita dal governo Nord Coreano. Da quel momento, è diventata più di una Casa automobilistica. Ora si tratta infatti dell’organo (ovviamente statale) che possiede il diritto esclusivo alla produzione, all’acquisto e alla vendita di auto nuove ed usate in tutta la Corea del Nord.

Auto su licenza Pyeonghwa Motors

E vi starete sicuramente chiedendo: ma davvero c’è questa domanda di auto in Corea del Nord? Assolutamente no. Sono infatti pochissimi i nordcoreani che si possono permettere un’automobile, e i prezzi sono a dir poco esorbitanti. Secondo dei dati del 2005, i più recenti a disposizione, divulgati da Erik van Ingen Schenau, autore del libro Automobiles Made in North Korea, la Pyeonghwa Motors ha prodotto ben 400 auto in un anno, mentre la sua fabbrica di Nanp’o, nel sud del Paese, può produrne fino a 10.000 all’anno. Un’altra curiosità? Pyeonghwa in coreano significa pace: ironico nel Paese più bellicoso del mondo.

Auto su licenza Pyeonghwa Motors fiat siena

Abbiamo quindi uno Stato autarchico e super chiuso, una Casa di cui non sappiamo praticamente nulla che produce poche auto all’anno per pochissimi acquirenti. Non rimane che la domanda più interessante di tutte: quali auto potranno mai produrre?. Ebbene, in Corea del Nord sono prodotte auto su licenza di Brillance, una Casa cinese generalista, e della nostra FIAT. In qualche modo, infatti, FIAT riesce sempre a fornire ai Paesi di mezzo mondo le sue auto su licenza. Polonia, Russia, Jugoslavia, India, e ora Corea del Nord. La Pyeonghwa produce due modelli FIAT. La Ppeokkugi, che altro non è che un FIAT Doblò prima serie (con ancora tutti i loghi FIAT al loro posto…) e la più popolare, la Hwiparam.

Auto su licenza FIAT Siena

Questa vettura è una FIAT Siena, ovvero la versione a tre volumi della world car FIAT Palio, questa venduta anche in Italia tra il 1999 e il 2004. La Pyeonghwa Hwiparam (che in coreano significa Fischio) è in tutto e per tutto una Siena, a cui è solo stato aggiunto il logo della Casa-padrona coreana. Non siamo certi della sua della meccanica (molto probabilmente ha il 1.2 Fire da 60 CV), ma sappiamo che fosse disponibile in tre colori: blu, nero e grigio. Le notizie della Hwiparam e di tutta la Pyonghwa sono rimaste ferme alla fine degli anni 2000. Non sappiamo quindi se la FIAT Siena e il Doblò siano ancora le uniche auto nordcoreane acquistabili, ma noi, sotto sotto, un po’ ci speriamo.

Innocenti MINI, il rock and roll all’italiana

Chiudiamo con la produzione su licenza più diffusa nel nostro Paese, quella della MINI. Nata nel 1959, la geniale MINI di Alec Issigonis ebbe delle difficoltà a diffondersi in Italia. Il motivo? Lo stesso che fermò Renault nella nostra prima auto su licenza particolare: i dazi sulle auto straniere. Per questo, tutti i prodotti di Austin e Morris, due delle Case più popolari d’Inghilterra, furono quasi tagliate fuori dal ricco e fruttuoso mercato italiano. La risoluzione dei problemi delle due Case inglesi, facenti parte della BMC, la British Motor Corporation, arrivò da Lambrate, un quartiere est di Milano. Qui aveva sede la Innocenti, vivace Casa che, tra le altre, produceva la mitica Lambretta, acerrima nemica della Vespa.

Auto su licenza Innocenti MINI

Desideroso di fare il grande salto dalle moto alle auto, il fondatore Ferdinando Innocenti si propose alla BMC. L’obiettivo? Strappare l’accordo per la produzione su licenza dei modelli inglesi a Lambrate, ottenuto nel 1960. La prima auto a marchio Innocenti fu la A40, gemella della Austin A40, prodotta su licenza a Milano. Dal primo esperimento della A40, arrivò la prima auto “originale” Innocenti, la 950 Spider, dotata di meccanica Austin-Healey Sprite e carrozzeria italiana. Dopo di lei, arrivarono la IM3, sigla che stava per “Terza Innocenti Morris”, la I4 e la I5, versioni della Austin e Morris 1100. Il vero boom di Innocenti, però, arrivò nel 1965, con l’inizio della produzione della Innocenti MINI.

Auto su licenza Innocenti MINI Cooper

Torniamo però alla nostra protagonista, la Innocenti MINI. La piccola inglesina venne prodotta su licenza a Lambrate, con però diverse modifiche migliorative. Ad esempio, gli interni risultano più curati e meglio rifiniti, molte componenti erano di produzione italiana, come i fari (Carello), i radiatori (IPRA). Anche l’estetica era differente, con una calandra anteriore più personale ed elegante e il baule posteriore modificato per allogiare le targhe quadrate, in uso in Italia in quel periodo. Innocenti produsse diversi modelli di MINI, tra cui le normali 1.0 da 55 o 60 CV e le mitiche Cooper, dotate del motore 1000 o 1275 da 72 CV. Innocenti aggiunse persino il servofreno di serie su tutte le Cooper, trattamento riservato alle sole Cooper S in Inghilterra. Le MINI italiane furono apprezzate non solo in Italia, ma anche all’estero, per la loro maggiore qualità e cura.

Auto su licenza INnocenti MINI Cooper 1300

La Casa milanese produsse infatti anche le versioni Export, destinate al mercato europeo, sia 1000 che Cooper, dotate del 1275 da 71 CV. E il successo fu davvero importante. In 10 anni, Innocenti produsse oltre 430.000 MINI in 10 anni, rendendo Innocenti il maggior produttore fuori dal Regno Unito. Ed oggi, le MINI prodotte da Innocenti sono le più ricercate e quotate, con valutazioni che superano anche i 30.000 euro per una Cooper 1300 Export in perfette condizioni. Il marchio Innocenti, invece, dopo l’exploit degli anni ’60 e ’70, tentò di costruire la sua MINI, la Innocenti Nuova MINI, riscuotendo parecchio successo fino al 1993. Da quell’anno, acquisita dalla FIAT, continuò a produrre sotto il suo marchio le vecchie Uno, ribattezzate Mille e Elba (la inedita wagon), fino alla triste chiusura arrivata nel 1997.

Qual è la vostra auto su licenza preferita?

Ed anche oggi siamo arrivati alla fine del nostro viaggio tra le auto costruite su licenza. Tra sportive dimenticate, piccole francesi a motore posteriore, compatte a tre volumi nordcoreane e l’icona inglese dei motori per eccellenza finisce anche questo folle giro per il mondo. Ci sarebbero ancora tantissime altre auto su licenza da citare, come la Zastava 10, sorella della FIAT Punto 188, la Volkswagen Citi Golf sudafricana e tantissime altre, ma per oggi ci fermiamo qui. Qual è la vostra auto costruita su licenza preferita? Fatecelo sapere qui sotto nei commenti! Noi ci vediamo al prossimo viaggio nel mondo dell’auto con Auto for Dummies, sempre qui su techprincess ogni venerdì. Ciaoo!

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Giulio Verdiraimo

Ho 22 anni, studio Ingegneria e sono malato di auto. Di ogni tipo, forma, dimensione. Basta che abbia quattro ruote e riesce ad emozionarmi, meglio se analogiche! Al contempo, amo molto la tecnologia, la musica rock e i viaggi, soprattutto culinari!

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