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Master of None: serialità d’autore – Perché guardarla

Lo show di Aziz Ansari è un prodotto che merita ogni lode

Master of None è un caso atipico nel mondo delle serie TV moderno. Si tratta di un progetto partito in sordina, dimostrando però da subito di avere i numeri per diventare qualcosa di grande. Nel corso del tempo ha poi confermato questa impressione, diventando uno dei principali esempi di quanto uno show possa andare oltre le logiche commerciali, anche grazie alla trasformazione del settore degli ultimi anni. Vediamo insieme perché non dovreste farvi sfuggire questo progetto.

Master of None, di cosa parla?

Correva l’anno 2015 quando Netflix, all’epoca ancora in una prima fase del proprio ruolo di creatore di progetti originali (House of Cards era uscito solo due anni e mezzo prima e Stranger Things doveva ancora sconvolgere la pop culture) lanciò Master of None. Una comedy piuttosto tradizionale, che seguiva le avventure newyorkesi di un giovane aspirante attore di nome Dev, interpretato dal creatore dello show Aziz Ansari, alle prese con l’amore, il lavoro e la vita.

Un prodotto divertente e relativamente semplice che però già conteneva le basi di una futura evoluzione. Pur con uno spirito leggero, non mancava di affrontare tematiche intense dalle difficoltà relazionali ai problemi della rappresentazione delle minoranze nei media. Argomenti che lo stesso Ansari aveva affrontato in parte in un suo precedente spettacolo di stand-up comedy, anch’esso presente su Netflix.

Il prodotto fu accolto in maniera positiva sia dal pubblico che dalla critica (ancora oggi la prima stagione segna un 100% su Rotten Tomatoes), raccogliendo numerosi premi. Proprio questo spinse Ansari ad alzare ancora il livello, prendendosi due anni per lanciare una seconda stagione. In questa fu ancora più ambizioso, creando una storia più raffinata, ricca di riferimenti a classici del cinema, soprattutto neorealismo italiano. E anche in quel caso, fu pioggia di premi e candidature.

Recentemente dopo quattro anni, lo show è tornato sugli schermi di Netflix, con una terza stagione molto diversa dal passato (considerabile quasi più uno spin-off, fin dal titolo). Proprio in questo si conferma però la costante di Master of None: il desiderio di creare qualcosa che non sia limitato dalle regole tradizionali del mezzo. Un lavoro che sfrutta le opportunità a disposizione per andare oltre la tradizione.

Jack of all trades and Master of None…

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Quello che è affascinante seguendo questo show, soprattutto (ri)vedendolo in sequenza oggi, è osservare l’evoluzione del suo autore. Anzi, dei suoi autori. Sebbene Aziz Ansari sia la firma principale del progetto, oggi non avremmo lo stesso Master of None senza il contributo prima di Alan Yang e sempre più negli anni di Lena Waithe. Quest’ultima in particolare è passata da un ruolo di comprimaria nella prima stagione a uno da protagonista negli episodi più recenti.

Puntata dopo puntata si riesce a comprendere quanto questo show abbia meno a che fare con il mondo della serialità ereditato dalla tradizione letteralmente televisiva, virando sempre di più verso il cinema indipendente. Uno dei primi esempi di un autore che abbia cercato di creare un prodotto davvero dedicato allo streaming.

Uscendo dallo schermo televisivo e approdando sul web, si ha la possibilità di non sottostare più a regole fisse di palinsesto, a stili, alla necessità di conquistare un pubblico trasversale. Master of None è stata una delle prime serie TV (ancora di più con la seconda stagione) a fare propria questa idea. Una lezione che ancora non tutti hanno imparato.

E così Aziz Ansari può raccontare delle storie incredibilmente umane, seguendo schemi del tutto propri. Gli episodi hanno durata, stile, addirittura cast molto variabile. La serie si prende i suoi spazi, spostando il focus su singoli personaggi quando necessario, variando il timing e giocando liberamente con lo scorrere del tempo. Una prova di autorialità profonda, che ha già avuto i suoi discepoli e che nel futuro ne accoglierà ancora.

…But still better than a Master of One

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Così si conclude il detto anglofono da cui lo show prende il suo nome. Un modo di dire che descrive chi sa fare un po’ di tutto, ma non è davvero portato per nulla nello specifico. Una condizione che è molto simile a quella che vive il protagonista, che però – va ricordato – per la saggezza popolare è sempre migliore di chi è abile solo in un compito.

Un messaggio quindi dolceamaro, che riassume benissimo la poetica di questa serie. Master of None nel corso della sua evoluzione, ha sempre puntato a raccontare la verità, per quanto dura potesse essere. Le regole della narrativa spesso spingono verso binari specifici, portando a conclusioni intense (positive o negative che siano) per valore drammatico. Master of None non lo fa, presentandoci il mondo così com’è, con i suoi alti e bassi. E nonostante questo riesce ad avere una perfetta coerenza drammatica.

Master of None, in particolare la sua seconda stagione, è la definitiva prova autoriale di Aziz Ansari, che fa da accompagnamento perfetto a Right Now, il suo celebrato show di stand-up, ancora una volta su Netflix. È un’opera che ha dimostrato quanto l’epoca dello streaming offra nuove potenzialità per le serie TV, trasformandole ancora di più in prodotti d’autore. Tutti motivi per cui non potete assolutamente non averla nel vostro archivio.

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Mattia Chiappani

Ama il cinema in ogni sua forma e cova in segreto il sogno di vincere un Premio Oscar per la Miglior Sceneggiatura. Nel frattempo assaggia ogni pietanza disponibile sulla grande tavolata dell'intrattenimento dalle serie TV ai fumetti, passando per musica e libri. Un riflesso condizionato lo porta a scattare un selfie ogni volta che ha una fotocamera per le mani. Gli scienziati stanno ancora cercando una spiegazione a questo fenomeno.

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