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WhatsApp legge i messaggi delle nostre chat

A dirlo è una recente indagine di ProPublica

Altro che privacy: WhatsApp leggerebbe le nostre chat. Questo, almeno, è in sintesi l’esito di una recentissima indagine condotta da ProPublica.

La privacy di WhatsApp è un argomento sempre caldo, che periodicamente torna a far parlare di sé.

E noi ve ne abbiamo puntualmente dato conto. Tutti ricorderete ad esempio il polverone che si è levato intorno alla data del 15 maggio, giorno in cui le regole sulla privacy di WhatsApp sono state parzialmente aggiornate.

A distanza di un mese dalla modifica della policy sulla privacy, l’app aveva escogitato una mossa per tacitare le critiche. Aveva cioè investito in una campagna pubblicitaria proprio allo scopo di confortare i suoi utenti sul livello di protezione dei dati garantito dalla piattaforma.

Inoltre, nel mese di agosto Zuckerberg era nuovamente corso ai ripari, rendendo parzialmente opzionali i nuovi termini di servizio introdotti tre mesi prima.

Infine, è di pochi giorni fa la multa di ben 225 milioni di euro comminata all’app dalla Commissione per la Protezione dei Dati irlandese. WhatsApp è stata accusata di violazione delle leggi sulla privacy dei dati in vigore nell’Unione Europea.

Insomma: vista l’enorme platea dell’app di messaggistica del gruppo Facebook (oltre 1 miliardo e 600 milioni di utenti), il rapporto tra WhatsApp e la privacy è sempre stato controverso.

E l’indagine di ProPublica sembra sconfessare le dichiarazioni di Marc Zuckerberg, che avrebbe rassicurato sull’impenetrabilità delle conversazioni tra gli utenti.

whatsapp privacy

La privacy di WhatsApp: l’indagine di ProPublica

ProPublica ha pubblicato martedì 7 settembre sul proprio sito una notizia clamorosa (poi parzialmente corretta mercoledì 8, come vedremo).

Secondo la famosa testata giornalistica no profit, parte di ciò che scriviamo in chat viene letto da uno specifico gruppo di lavoro costituito ad hoc. Ma quali parti delle conversazioni passano sotto la lente di ingrandimento degli uomini di Zuckerberg?

Dice ProPublica: “WhatsApp ha più di mille lavoratori a contratto che riempiono edifici ad Austin, in Texas, a Dublino e Singapore, al fine di esaminare milioni di contenuti. Seduti ai computer e organizzati per incarichi, questi appaltatori utilizzano uno speciale software di Facebook per vagliare flussi di messaggi privati, immagini e video che sono stati segnalati come impropri e quindi vagliati dai sistemi di intelligenza artificiale interni.”

L’azienda esterna che fornisce a WhatsApp il team di freelance con funzioni di controllo sarebbe Accenture.

La recente indagine scaturisce da una denuncia presentata nel 2020 dalla stessa ProPublica, che segnalava l’uso da parte della piattaforma di appaltatori esterni e sistemi di intelligenza artificiale per esaminare il materiale scambiato in chat dagli utenti.

La risposta di WhatsApp

Raggiunto proprio da ProPublica, il direttore delle comunicazioni di WhatsApp, Carl Woog, ha ammesso l’esistenza di un team di freelance che lavora all’individuazione e rimozione di contenuti illeciti. Woog ha aggiunto che “WhatsApp è un’ancora di salvezza per milioni di persone in tutto il mondo. Le decisioni che prendiamo sono sempre incentrate sulla privacy anche quando preveniamo e limitiamo gli abusi”.

L’equivoco della crittografia end-to-end

Ma l’articolo di ProPublica ha ingenerato un grosso equivoco, per il quale – come dicevamo – la stessa testata ha dovuto modificare l’articolo e aggiungere una nota introduttiva.

Facciamo un passo indietro. Nel marzo del 2019 Marc Zuckerberg aveva orgogliosamente presentato un’innovativa “visione incentrata sulla privacy” per il gruppo Facebook. WhatsApp, ad esempio, si sarebbe basata sulla crittografia end-to-end. Grazie alla quale tutti i messaggi inviati in chat sarebbero stati letti esclusivamente dal mittente e dai destinatari.

L’articolo apparso martedì 7 sul sito di ProPublica ha suscitato grandi polemiche, perché a molti è parso che proprio la peculiarità della crittografia end-to-end sarebbe venuta meno.

privacy whatsapp

Ma non pare sia così. E lo leggiamo proprio nella nota che ProPublica ha aggiunto mercoledì 8: “Una versione precedente di questa inchiesta ha causato confusione involontaria sulla misura in cui WhatsApp esamina i messaggi dei suoi utenti e se viola la crittografia che mantiene segreti gli scambi.

Abbiamo modificato il linguaggio nell’inchiesta per chiarire che l’azienda esamina solo i messaggi dei thread che sono stati segnalati dagli utenti come potenzialmente offensivi. Non viola la crittografia end-to-end.”

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Violazione sì o no?

L’inviolabilità della crittografia end-to-end sarebbe dunque confermata.

L’intervento del team esterno partirebbe dopo che un utente segnala un messaggio come pericoloso o inopportuno. Si tratta dunque di un inoltro spontaneo a Facebook, e non di un’intrusione di WhatsApp nella nostra privacy.

Tuttavia la questione potrebbe essere più complessa di così. Facebook e Instagram si avvalgono di circa 15.000 moderatori, ma per quanto abbiamo appena detto WhatsApp non potrebbe prevedere simili figure. Eppure, proprio una precedente indagine di ProPublica avrebbe scoperto l’esistenza di moderatori anche nella famosa app di messaggistica. Che inoltre condividerebbe periodicamente alcuni metadati con le forze dell’ordine.

Resta infine clamoroso l’articolo pubblicato lo scorso giugno da The Verge, secondo cui i moderatori di WhatsApp in lingua spagnola avrebbero denunciato una retribuzione inferiore rispetto a quella dei colleghi non ispanici.

Moderatori spagnoli? Ma allora la crittografia end-to-end è impenetrabile o no?

Claudio Bagnasco

Claudio Bagnasco è nato a Genova nel 1975 e dal 2013 vive a Tortolì. Ha scritto e pubblicato diversi libri, è co-fondatore e co-curatore del blog letterario Squadernauti. Prepara e corre maratone con grande passione e incrollabile lentezza. Ha raccolto parte delle sue scritture nel sito personale claudiobagnasco.com

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