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Spotify: è giusto che la piattaforma riconosca il nostro stato d’animo?

La nuova tecnologia di Spotify permetterebbe alla piattaforma di riconsocere lo stato d’animo degli utenti attraverso il riconoscimento vocale, per proporre loro playlist in mood. Ma è subito polemica in termini di privacy.

Spotify vorrebbe conoscere lo stato d’animo dei propri utenti, ma la privacy?

La musica: qualcosa che può percepire ma non vedere, sentire ma non toccare. Il più grande veicolo di emozioni, adatta ad ogni stato d’animo. Abbiamo tutti delle canzoni che, in un dato momento, sembravano descrivere alla perfezione le nostre vite. Ed è proprio per questo che Spotify sta pensando di sfruttare al meglio le proprie tecnologie, così da consigliare playlist e canzoni a seconda dello stato d’animo dei propri utenti. Un progetto interessante, ambizioso e anche estremamente inquietante, soprattutto dal punto di vista della privacy.

La tecnologia è in realtà tanto innovativa quanto basilare: sfruttare il riconoscimento vocale per interpretare le emozioni degli iscritti. Si tratta di un brevetto già depositato nella primavera del 2021, ma sulla quale l’azienda potrebbe aver lavorato per diversi anni. L’app sarebbe quindi in grado di aggiungere lo stato emotivo ad altri parametri e dati già in possesso, come età, genere e provenienza. In tal modo sarebbe in grado di sfornare la ricetta perfetta per i nostri gusti musicali. Certo è triste pensare ad un computer che faccia per noi il delicato processo di ricerca artistica, però il concetto è sicuramente affascinante.

Gli attivisti di Access Now si oppongono: “è manipolazione emotiva”

L’idea però non sembra essere particolarmente apprezzata dagli attivisti di Access Now, organizzazione che dal 2009 si batte per un accesso al web equo e sicuro. Questa ha immediatamente criticato le volontà di Spotify, sottolineando che riconoscere lo stato d’animo attraverso la voce è una violazione della privacy. Non solo: gli attivisti ritengono che utilizzare le emozioni per proporre musica sia una sorta di manipolazione emotiva. Access Now, dopo aver saputo del brevetto, ha fatto recapitare una lettera agli stakeholder di Spotify. Ecco come recita:

Sono stati sollevati dubbi seri sulla base scientifica delle tecnologie che pretendono di rilevare lo stato emotivo e altre caratteristiche degli individui. Ma anche se questa tecnologia funzionasse, violerebbe i diritti degli individui alla privacy, alla non discriminazione e alla libertà di espressione”.

Al momento la tecnologia non è mai stata utilizzata da parte dell’azienda, anche se oramai se ne parla da qualche anno. C’è da dire però che l’intero mondo delle playlist Spotify, che oramai sono un ingranaggio importantissimo nella grossa macchina dell’industria discografica (soprattutto per gli editori), è interamente basato sullo stato d’animo degli utenti.

 “Quando abbiamo sollevato per la prima volta queste preoccupazioni direttamente con Spotify, l’azienda ha affermato di non star utilizzando la tecnologia in alcun prodotto e che non intendeva farlo. Tuttavia, non ha voluto impegnarsi apertamente a non utilizzare, concedere in licenza, vendere o monetizzare la tecnologia” riporta una lettera di Access Now. “Anche se Spotify non dovesse far uso di questa tecnologia, potrebbe trarre profitto dagli strumenti di sorveglianza implementati da altre istituzioni. Qualsiasi uso di questa tecnologia è inaccettabile”.

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