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10 anni di Black Mirror

Cosa è successo nei dieci anni di successo della serie di Charlie Brooker

Il tempo passa inesorabile per tutti. E per quanto questo sia una condizione inequivocabile del nostro mondo, ci troviamo sempre a stupirci di come possa davvero passare veloce. Leggendo queste parole, ad esempio, vi stupirà rendervi conto che la serie distopica britannica Black Mirror compirà dieci anni proprio domani. È una reazione assolutamente naturale. Quello che forse lo è di meno è che la serie è riuscita ad anticipare di ben un decennio le innovazioni tecnologiche che stanno investendo il nostro mondo. Dagli innesti oculari alla possibilità di resuscitare virtualmente le persone care, dalla dipendenza dai social alla loro influenza sulla società, Black Mirror ci ha fatto vedere il futuro a cui saremmo andati incontro. E questo le ha permesso di diventare una delle serie di maggior successo degli ultimi anni. Cerchiamo allora di ripercorrere questi dieci anni insieme.

Black Mirror, come tutto ha avuto inizio

Era il 4 Dicembre 2011 quando Channel 4 mandò in onda la prima puntata di Black Mirror, “The National Anthem” – Messaggio al Primo Ministro, per noi Italiani -. Un inizio che difficilmente dimenticheremo. La serie si è presentata al mondo con un episodio in cui il Primo Ministro Michael Callow si trovo costretto ad avere un rapporto sessuale con un maiale in diretta televisiva pur di riuscire a salvare la principessa Susannah, vittima di un rapimento. Un epilogo indubbiamente trasgressivo, che ha reso celebre l’intera serie di Charlie Brooker. L’enorme attenzione per il pubblico che abbiamo visto nel primo episodio, infatti, ha reso Black Mirror una sorta di spettacolo autoriflessivo.

Nello schermo, gli spettatori non riuscivano a distogliere lo sguardo dal pessimo spettacolo del Primo Ministro, e noi con loro. In fondo, quel pubblico di “pecorelle” imbambolate davanti alla televisione era la perfetta rappresentazione dei quasi 2 milioni di telespettatori del primo episodio della serie. Eppure, Brooker non si è limitato a dirci che siano delle “pecorelle” che rimangono imbambolate dagli spettacoli disgustosi. Ha fatto di più. In “The National Anthem”, curato più come fosse un film che la puntata di una serie, gli spettatori si trovano a scoprire che l’intera questione del rapimento e del riscatto è solo un esperimento sociale orchestrato da Carlton Bloom, un artista concettuale vincitore del Turner Prize.

Non a caso, la principessa Susannah veniva rilasciata mezz’ora prima dello scadere dell’ultimatum, senza che nessuno potesse accorgersene. Tutti, infatti, erano impegnati a guardare il terribile spettacolo del Primo Ministro Callow. Ora, che sia una previsione del futuro o una stoccata alla scarsa capacità di giudizio delle persone, una cosa è certa: dieci anni fa Black Mirror è entrata “a gamba tesa” nel mondo dell’entertainment.

Una serie dispotica dal successo intramontabile

Per quanto si siano succeduti moltissimi autori nei dieci anni di Black Mirror, l’idea originaria spetta ai co-creatori Charlie Brooker, scrittore di commedie, e Annabel Jones, produttrice televisiva. Partiti con l’idea di realizzare una serie di successo, gli autori hanno poi abbracciato lentamente alcuni meccanismi della produzione cinematografici. Stagione dopo stagione, gli episodi hanno cominciato a prendere l’aspetto di mini film. Un aspetto divenuto ancora più evidente quando nel 2016 Netflix ha acquisito i diritti dello spettacolo. In realtà, già da molto prima Black Mirror si è dimostrata un unicum nel settore dell’entertainment per via della narrazione unica di ogni episodio. E come se non bastasse, la serie ha sempre rifiutato i finali chiusi optando per quelli più ambigui, irritando e conquistando il pubblico al tempo stesso.

Ma non è stato solo questo dettaglio a rendere celebre la serie britannica. Impossibile non dare merito anche al nichilismo con cui Brooker ha affrontato alcune tematiche della nostra società, tanto da essere spesso criticato per tecnofobia. Già dai suoi esordi, infatti, la serie ha analizzato attentamente il comportamento umano nei confronti della tecnologia. Nel secondo episodio della prima stagione, “15 milioni di celebrità”, una straordinario Daniel Kaluuya porta gli spettatori alla scoperta di un mondo da incubo. Un edificio in cui le persone trascorrono l’intera giornata pedalando su cyclette, costretti a fissare gli schermi che ricoprono i muri delle celle in cui vivono. Una perfetta rappresentazione della claustrofobia mediatica a cui ci costringe la società, assolutamente poco velata.

Eppure, non è solo la tecnologia ad essere al centro delle puntate di Black Mirror. Il terzo episodio della prima stagione, “Ricordi pericolosi”, allegorizza il cloud computing nella sua presunzione tecnologica, ma insiste anche sulle convenzioni repressive delle relazioni eterosessuali. Nell’intera puntata, infatti, Liam è ossessionato dall’idea che la moglie Ffion lo tradisca. E la sua ossessione è esacerbata da Grain, un impianto di chip che consente agli utenti di archiviare i propri ricordi con la stessa precisione di una registrazione video. Insomma, una combinazione di tematica che senza dubbio hanno garantito il successo della serie. Soprattutto perchè mai affrontate prima da nessun altro spettacolo al mondo.

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E questo successo è durato anche piuttosto a lungo, almeno fino a quando nel 2020 Brooker ha dichiarato di non avere progetti futuri per Black Mirror. Un annuncio che ci ha sicuramente portati ad interrogarci sul perchè la distopia dello spettacolo si sia esaurita – ammesso che questo sia possibili -. Ed è chiaro che il nostro mondo offre infiniti spunti di riflessione, per cui non può certo dipendere dalla mancanza di tematiche da trattare. Episodio dopo episodio, l’inventiva degli autori è scemata. In fondo, raramente uno spettacolo di così tanto successo nella prima stagione riesce a mantenere un livello tanto elevato. Eppure, i primi episodi sono bastati per un garantire a Black Mirror un decennio di successi.

Chiara Crescenzi

Editor compulsiva, amante delle serie tv e del cibo spazzatura. Condivido la mia vita con un Bulldog Inglese, fonte di ispirazione delle cose che scrivo.

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