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Facebook Papers: cosa c’è nelle 10.000 pagine che fanno tremare Zuckerberg

I documenti pubblicati dai 17 principali giornali americani

Nemmeno il tempo di chiudere con le dichiarazioni di Frances Haugen ed ecco che nelle scorse ore una nuova, clamorosa notizia è rimbalzata in tutti i maggiori organi di stampa americani. E da lì ha fatto immediatamente il giro del mondo.

Si tratta dei Facebook Papers, oltre 10.000 pagine che rivelano i segreti e i meccanismi del più popolare social del mondo. Social che agirebbe esattamente secondo lo slogan della sua recente accusatrice, Frances Haugen: “Facebook preferisce i profitti alla sicurezza”.

L’attuale scandalo dei Facebook Papers sembra già delle stesse dimensioni di quello del 2013 sulla diffusione dei dati sensibili degli utenti, che ha visto coinvolta anche Cambridge Analytica.

Da una parte spuntano innumerevoli richieste (ignorate) dei dipendenti su contenuti che favorivano odio e disinformazione. Dall’altra, la stampa americana e non solo si sta chiedendo se il social non sia arrivato al collasso per eccesso di sviluppo. Se cioè Facebook non sia più in grado di gestire e moderare le proprie potenzialità e il proprio potere.

Vediamo più da vicino parte di questo ingente dossier che sta facendo parlare di sé in tutto il mondo.

Facebook Papers: cosa sono

Sono 17 i principali media americani che hanno aperto il vaso di Pandora dei Facebook Papers.

Ovvero 10.000 pagine di documenti interni che offrono un inequivocabile spaccato di come vengono prese le decisioni nella società che fa capo a Mark Zuckerberg.

Come scrive senza giri di parole il Washington Post, si tratta di “un mix di presentazioni, studi di ricerca, discussioni e promemoria strategici, i Facebook Papers forniscono una visione senza precedenti su come i dirigenti del gigante dei social media valutino i compromessi tra la sicurezza pubblica e i propri profitti.”

Gli argomenti controversi, come è facile immaginare vista la mole della documentazione, sono moltissimi.

Si parla di continue richieste non ascoltate dei dipendenti, che chiedevano ad esempio di fermare i contenuti che disinformavano o spargevano odio. O di moderare i post di politici e celebrità che ignoravano bellamente le regole del social.

Altri appelli caduti nel vuoto sono stati quelli per bloccare post che incitavano alla violenza in Paesi a rischio come l’Etiopia. O addirittura segnalazioni sul traffico di esseri umani.

Facebook papers

Facebook Papers: gli intrecci con la politica

I documenti in mano ai media rivelano diversi episodi clamorosi che vedono il social rivestire un ruolo in un certo senso politico in diversi angoli del pianeta. In India, ad esempio, sulla piattaforma è stato diffuso materiale ostile all’Islam soprattutto nel febbraio del 2020, periodo di profonde tensioni a Nuova Delhi, in cui sono morte 53 persone.

Il Washington Post chiama addirittura in causa Zuckerberg in prima persona. L’ad avrebbe accettato la richiesta del partito comunista del Vietnam di censurare i contenuti postati dai dissidenti politici.

Dal Wall Street Journal ai Facebook Papers

Il primo nucleo del materiale oggi sulle prime pagine di molte testate lo ha fornito Frances Haugen, ex dipendente. E il primo giornale ad aver pubblicato parte del materiale è stato il Wall Street Journal: i Facebook Files sono usciti sul WSJ in undici puntate, a partire dallo scorso 13 settembre. E già quei contenuti hanno dato un forte scossone all’azienda: si parlava di cartelli della droga e traffici di esseri umani ignorati, per prendere solo due esempi.

Le altre testate hanno ricevuto le 10.000 pagine dei Facebook Papers il 10 ottobre. Ma hanno stretto un accordo per mantenere un embargo (cioè per non pubblicare il materiale) sino alla mattina di lunedì 25 ottobre. E l’effetto di questo fuoco giornalistico incrociato è stato a dir poco dirompente.

Le bugie di Zuckerberg

Un altro aspetto che emerge con forza dai Facebook Papers riguarda il fatto che Zuckerberg ha spesso fatto affermazioni pubbliche riportando dati in forte contrasto con quelli emersi dai documenti interni all’azienda.

Nel 2020, ad esempio, il Ceo di Facebook ha affermato davanti al Congresso che il social si occupa di rimuovere il 94% percento dei discorsi di odio pubblicati dagli utenti. Il dato è clamorosamente smentito dalle carte, secondo cui ne viene espunto meno del 5%.

L’assalto al Campidoglio del 6 gennaio

Dai Facebook Papers emergerebbe anche una sorta di responsabilità indiretta della piattaforma all’assalto di Capitol Hill.

Questo perché le maglie per filtrare i contenuti inneggianti alla violenza durante le elezioni presidenziali statunitensi del 2020, a partire dal 6 novembre si sono clamorosamente allargate.

Dai file risulterebbe anche che Zuckerberg abbia annullato un piano per condurre una campagna di registrazione degli elettori in lingua spagnola negli Stati Uniti prima di quelle stesse elezioni.

Un report del 2019 mostra invece come un account fittizio creato dai dipendenti, che rappresentava una madre conservatrice nella Carolina del Nord, è stata indirizzata dagli algoritmi di Facebook verso QAnon.

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Facebook e il controllo dei contenuti nel resto del mondo

E dire che, secondo i Facebook Papers, il controllo del social sui contenuti nel resto del mondo è molto più blando: solo il 16% dei suoi sforzi è infatti destinato a Paesi diversi dagli Usa.

In alcuni stati ad alto rischio come Myanmar, Pakistan ed Etiopia, il controllo sui contenuti è stato prossimo allo zero. Perché? Essendo per Facebook Paesi a bassa priorità, l’azienda non ha mai istituito dei parametri di classificazione che aiutino a selezionare e censurare i contenuti di odio e disinformazione.

Un rapporto indica per esempio che il software di moderazione algoritmica di Facebook è stato in grado di identificare solo lo 0,2% del materiale dannoso pubblicato in Afghanistan.

Questo avrebbe comportato un gioco facile per i molti regimi autoritari, intenzionati a tacitare il dissenso. Quando non è accaduto di peggio, come abbiamo già accennato parlando del Vietnam.

I dati gonfiati

Tocca a Bloomberg evidenziare un altro lato oscuro del social, emerso dai Facebook Papers. I giovani trascorrerebbero meno tempo sulla piattaforma rispetto a ciò che l’azienda presenta agli inserzionisti. La società truccherebbe le metriche, duplicando alcuni account, per mostrare dati ben più confortanti del vero.

Facebook: l'inchiesta finale
  • Frenkel, Sheera (Author)

La parola all’azienda

Davanti a una simile mole di accuse è davvero difficile, per il colosso americano, parare i colpi.

“Non abbiamo alcun incentivo commerciale o morale a fare altro che offrire al numero massimo di persone un’esperienza quanto più positiva possibile”, ha detto Dani Lever, communications manager di Facebook. E ha aggiunto che l’azienda “prende costantemente decisioni difficili”.

Un portavoce dell’azienda ha poi dichiarato: “Al centro di queste storie c’è una premessa falsa. Sì, siamo un’azienda e guadagniamo, ma l’idea che lo facciamo a scapito della sicurezza o del benessere delle persone fraintende il senso dei nostri interessi commerciali. La verità è che abbiamo investito 13 miliardi di dollari e abbiamo oltre 40.000 persone per fare un lavoro: proteggere le persone su Facebook”.

Ma altri dati presenti nei Facebook Papers smentirebbero proprio queste parole. E anzi individuerebbero nel contenimento dei costi una delle concause dell’inadeguato livello di controllo sui contenuti potenzialmente nocivi circolanti sul social network più famoso, e oggi più in crisi, del pianeta.

Claudio Bagnasco

Claudio Bagnasco è nato a Genova nel 1975 e dal 2013 vive a Tortolì. Ha scritto e pubblicato diversi libri, è co-fondatore e co-curatore del blog letterario Squadernauti. Prepara e corre maratone con grande passione e incrollabile lentezza. Ha raccolto parte delle sue scritture nel sito personale claudiobagnasco.com

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