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Nancy Pelosi, la Cina, Taiwan e la produzione di chip: cosa sta succedendo

Lo raccontavamo ieri, parlando della visita di Nancy Pelosi a Taiwan, che è stata accolta come un’indigeribile ingerenza dalla Cina.

Le ritorsioni sono state clamorose, a partire dall’hackeraggio di alcuni siti istituzionali di Taiwan da parte di Pechino. Ma soprattutto, all’indomani della visita della speaker della Camera, la Cina ha dato luogo alla più grande esercitazione militare di tutti i tempi in quel territorio. Saranno quattro giorni di esercitazioni, che dovrebbero concludersi domenica 7 agosto.

Le accuse incrociate

Le accuse sono incrociate. Per il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, la visita di Nancy Pelosi Nancy Pelosi è stata addirittura un’azione “maniacale, irresponsabile e altamente irrazionale”.

Dall’altra parte è intervenuto con un tweet Josep Borrell, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza per l’Ue. Borrell, riferendosi alle esercitazioni militari di Pechino, ha affermato che “non è giustificato usare una visita come pretesto per un’attività militare aggressiva nello stretto di Taiwan. È normale e corretto che i legislatori dei nostri Paesi viaggino a livello internazionale. Invitiamo tutte le parti a mantenere la calma, a esercitare la moderazione e ad agire con trasparenza.”

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La vera questione: gli Usa, la Cina, Taiwan e i chip

Appare evidente come queste ritorsioni, e le tensioni diplomatiche conseguenti, non derivino solo dal fatto che la Cina rivendichi l’isola, in realtà indipendente, come una propria provincia.

Anche l’insistente interesse degli Stati Uniti nei confronti di Taiwan non nasce unicamente da motivi ideologici. Molto più in concreto, Taiwan è la patria mondiale della produzione dei chip, seguita dalla Corea del Sud.

L’isola, cioè, ospita le maggiori aziende che producono semiconduttori e dispositivi elettronici.

Le aziende taiwanesi del comparto tech

I due più importanti nomi del settore, con sede a Taiwan, sono Asus e Acer, che assieme valgono oltre il 16% del mercato consumer.

Ma la società più direttamente interessata dalla crisi diplomatica in corso è la Taiwan Semiconductor Manufacturing Company, più nota col suo acronimo TSMC.

Si tratta della più grande fabbrica indipendente di semiconduttori del mondo. Tanto per dare un’idea, il 53% del mercato globale dei chip è in mano sua. E il secondo produttore, sempre taiwanese, è UMC (United Microelectronics Corporation), la cui sede è a poca distanza da TSMC.

Il colosso Samsung, per meglio capire le proporzioni, detiene solo il 16% del mercato.

Il rischio di guerra tra Cina e Taiwan e il problema dei chip

Come già accennato in un altro articolo, sono svariati i motivi per scongiurare che le tensioni tra Cina e Taiwan degenerino, sfociando in un conflitto.

Anzitutto per motivi umanitari, ovviamente. Ma anche perché, semmai dovesse scoppiare la guerra tra i due Paesi, TSMC non sarebbe più in grado di operare e produrre chip.

Parliamo di un’azienda che nel secondo semestre 2022 ha registrato un fatturato di 18,16 miliardi di dollari, con un aumento del 43,5% su base annua e un utile netto in crescita del 76,4% sempre su base annua.

Né più né meno, dunque, si bloccherebbe l’industria tech in tutto il mondo. C’è di più. Taiwan esporta tecnologia ma controlla anche il 10% delle navi che la distribuiscono nel mondo. È inoltre interessante notare quali siano i maggiori partner commerciali con Taiwan. Al primo posto c’è proprio la Cina (26% degli scambi), seguita guarda caso dagli Usa (13%). Dopo di che ci sono Giappone (11%), Hong Kong e Ue (8%).

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TSMC e gli Usa

L’importanza di TSMC è capitale per gli Stati Uniti. Al punto che nella giornata di mercoledì 3 agosto Nancy Pelosi ha avuto un colloquio con il presidente dell’azienda, Mark Liu.

La discussione ha avuto come argomento cardine l’attuazione del Chips and Science Act, che prevede un investimento di 280 miliardi di dollari per sostenere la produzione, ricerca e progettazione nazionale di semiconduttori.  52 dei 280 miliardi andranno alle aziende che hanno già aperto, o apriranno, stabilimenti negli Usa.

TSMC sta costruendo una fabbrica a Phoenix, in Arizona, e sta progettando ulteriori aperture.

Bloomberg ha evidenziato come, per gli Stati Uniti, nel settore dei chip Taiwan sia un alleato indispensabile. Per l’autosufficienza gli USA dovrebbero assumere 300.000 professionisti. Ma ci sono due problemi: il mancato numero di laureati con le competenze richieste, e una politica immigratoria che rende difficoltosa la stabilizzazione di talenti provenienti da altri Paesi.

Allo stato attuale, il rischio è di lasciare alla Cina una quota di mercato vicina al 40%.

Ora, forse, i motivi della visita ufficiale di Nancy Pelosi a Taiwan appaiono più chiari.

Claudio Bagnasco

Claudio Bagnasco è nato a Genova nel 1975 e dal 2013 vive a Tortolì. Ha scritto e pubblicato diversi libri, è co-fondatore e co-curatore del blog letterario Squadernauti. Prepara e corre maratone con grande passione e incrollabile lentezza. Ha raccolto parte delle sue scritture nel sito personale claudiobagnasco.com

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