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The Suicide Squad – Missione suicida: com’è il film di James Gunn

James Gunn scardina dalle fondamenta il DC Extended Universe.

James Gunn ce l’ha fatta un’altra volta. Dopo aver realizzato con Guardiani della Galassia la space opera cinematografica più divertente ed emozionante dai tempi di Star Wars (poi confluita nella storia degli Avengers), il regista statunitense, formatosi nella gloriosa scuola della Troma, riesce nell’impresa di rendere epico, esilarante e appassionante un film corale del DC Extended Universe, fiaccato in precedenza da tante false partenze e da altrettanti modesti risultati. The Suicide Squad – Missione suicida è tutto quello che l’universo cinematografico della DC non era ancora riuscito a ottenere: azione ben congegnata e mai fine a se stessa, umorismo a tratti demenziale ma mai banale, effetti speciali al servizio del racconto (e non viceversa), personaggi solidi e coerenti anche quando abbondantemente sopra le righe e addirittura qualche stoccata alla politica e alla società americana. In poche parole, un trionfo.

Quello che sulla carta dovrebbe essere il sequel del pasticciato Suicide Squad di David Ayer si rivela già dai primi minuti un progetto che va addirittura oltre all’idea di reboot, scardinando letteralmente le fondamenta di questo universo e imbastendo al tempo stesso un percorso nuovo, più vicino alla pluralità di generi e personaggi della Marvel che alla cupa e sofferta aura che ammanta buona parte dei film DC.

Senza addentrarci in spoiler, ciò che vediamo prima dei titoli di testa di The Suicide Squad – Missione suicida è una delle più arroganti dichiarazioni di intenti mai viste in un cinecomic. In poche sequenze, il regista riesce infatti a presentarci nuovi personaggi, farci affezionare a loro e distruggere immediatamente quanto fatto, facendo sostanzialmente ripartire il film da capo. Una sfacciataggine che ha il preciso intento di avvisarci sulla totale imprevedibilità di ciò che stiamo per vedere: non esistono personaggi intoccabili, svolte impossibili e battute impronunciabili: siamo in un film di James Gunn.

The Suicide Squad – Missione suicida: il nuovo folle gioiello di James Gunn

Amanda Waller (interpretata nuovamente da Viola Davis) ha un problema con l’isola/stato di Corto Maltese, alle prese con un contrasto fra la dittatura e un tentativo di rivoluzione popolare che potrebbe mettere il prezioso e misterioso progetto di origine extraterrestre Starfish nelle mani sbagliate. Per risolvere il problema, la direttrice dell’agenzia governativa Argus assolda uno sgangherato gruppo di antieroi per una missione, con ogni probabilità suicida, sull’isola. Se questi scarti del carcere di massima sicurezza di Belle Reve riusciranno nell’impresa, la loro pena sarà ridotta di 10 anni.

Fra i membri della squadra, troviamo: Bloodsport (Idris Elba), mercenario noto per aver ferito Superman e attualmente sotto ricatto per la sua scapestrata figlia; Peacemaker (John Cena), vigilante che non esita a utilizzare la violenza per raggiungere la pace; Polka-Dot Man (David Dastmalchian), uomo introverso con problemi con la figura materna e con il potere di lanciare letali pois ai nemici; la giovane ammaestratrice di topi Ratcatcher II (Daniela Melchior); il colonnello Rick Flag (Joel Kinnaman), già visto nella precedente incarnazione della Suicide Squad; l’ibrido uomo-squalo King Shark (doppiato in lingua originale da Sylvester Stallone); infine, l’iconica Harley Quinn, interpretata ovviamente da una straordinaria Margot Robbie, alla sua migliore interpretazione di questo amato personaggio.

Con questo bizzarro ed eterogeneo materiale di partenza, James Gunn mette in scena la sua personale rilettura del war movie, che trae chiaramente ispirazione dal seminale Quella sporca dozzina e dalle sgangherate opere della Cannon Films (Delta Force e Invasion U.S.A. su tutte). Ancora una volta, il cinema autoriale e i B-movie che si incontrano in un’esplosiva miscela, esaltata da una colonna sonora che spazia da Johnny Cash ai The Fratellis, passando per i Pixies e Grandson.

The Suicide Squad – Missione suicida: un cinecomic dai risvolti politici

Dopo aver reso indimenticabili un procione e un albero parlante, Gunn riesce a dare un’anima chiara e potente a uno squalo umanoide e a un lanciatore di assurde sfere a pois. Non pago di aver trasformato l’ex wrestler Dave Bautista in un attore che non avrebbe sfigurato nel cinema muto, il regista si ripete con il volto per eccellenza della WWE John Cena, che da anonimo corpo attoriale si trasforma in interprete a tutto tondo, donando al suo personaggio tutta l’ambiguità richiesta, che sarà probabilmente la chiave di Peacemaker, serie creata e diretta dallo stesso Gunn che vedremo prossimamente su HBO Max. Tutto questo grazie a una sceneggiatura che riesce a donare anche al più implausibile dei personaggi una propria umanità e a rendere efficaci anche i più forti contrasti che vediamo in The Suicide Squad – Missione suicida.

Ancora più che in Guardiani della Galassia, Gunn riesce a rendere la forma sostanza, regalandoci alcuni momenti da autore vero, che denotano la sua maestria dietro la macchina da presa. Memorabile in questo senso una scena d’azione con protagonista Margot Robbie, che riesce a essere al tempo stesso cartoonesca e pura azione alla John Wick, come la facilità con cui il regista riesce a emozionarci facendo semplicemente giocare uno squalo-uomo con dei pesci. Da non sottovalutare inoltre la lettura politica di The Suicide Squad – Missione suicida: non è difficile infatti scorgere nel particolare contesto di Corto Maltese dei riferimenti a nazioni invise agli Stati Uniti come Cuba e Venezuela. Ficcante anche il parallelo fra la politica estera americana e il cinismo simboleggiato da Amanda Waller, pronta a servirsi di stati esteri per loschi affari, di cui nascondere poi le tracce.

James Gunn si conferma un vero autore

Fra tradimenti e colpi di scena, adrenalinica azione e fantasia più sfrenata, e con un gusto per la violenza che sfocia a più riprese nello splatter, James Gunn ci regala con The Suicide Squad – Missione suicida il cinecomic più libero e creativo possibile, rimettendo in sesto un universo claudicante con personaggi che a questo punto sarebbe un peccato non rivedere. Un’ulteriore dimostrazione della capacità formativa del cosiddetto cinema di serie B, che dopo aver fatto muovere i primi passi a cineasti del calibro di Brian De Palma, Oliver Stone, Martin Scorsese, Francis Ford Coppola e James Cameron ci ha consegnato, per mezzo della Troma, un autore di serie A come James Gunn, regista dallo stile unico e inconfondibile, capace di mettere in scena anche le storie più bislacche senza mai cadere nel ridicolo, rispettando sempre i propri personaggi e di conseguenza lo spettatore.

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