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Fake news, perché esistono e a chi servono

Le fake news sono ingannevoli, incidono sui nostri pregiudizi, generano grande quantità di consenso

Perchè esistono le fake news? A chi servono? Chi le diffonde e perchè?

Il web e i social network hanno cambiato radicalmente il modo in cui circolano informazioni e idee. L’accesso alle notizie è diventato più immediato e più semplice e la quantità di contenuti prodotti su internet è aumentato a dismisura. Questo ha portato non solo ad uno scambio sempre più repentino e libero di idee, considerazioni e informazioni, ma anche e soprattutto a una circolazione di informazioni false e dannose, le famigerate fake news. 

Le fake news, purtroppo, non sono una novità per nessuno. Quando parliamo di fake news possiamo riferirci a tante cose, poiché queste hanno diversi modi di diffondersi e molti contenitori differenti a cui possono adattarsi. Una fake news può essere un’informazione falsa, prodotta da siti il cui unico fine è il profitto e il click-baiting, ma può anche essere una commistione di fatti reali e contenuti non verificati. Possiamo inoltre trovare contenuti veri ma decontestualizzati, diffusi a mezzo social; una fake news può infine essere anche un meme, una teoria complottista, o una bufala nata da una notizia non verificata. 

Cosa vuol dire fake news

Facebook fake news vaccini e covid al bando

Le fake news, termine entrato ormai nel nostro vocabolario quotidiano, nascono per minare la fiducia nei veicoli tradizionali dell’informazione e in autorità come giornali, istituzioni, accademie e uffici governativi, attraverso articoli e post creati ad arte per manipolare e influenzare l’opinione pubblica. Uno studio del Massachusetts Institute of Technology di Boston del 2018, considerato il più grande studio in materia e condotto in collaborazione con Twitter, ha analizzato oltre 126mila discussioni su Twitter fra il 2006 e il 2017. Quel che è emerso dalla ricerca è che le fake news penetrano nei social diffondendosi a velocità assai maggiore degli articoli e delle notizie verificate, nello specifico sei volte maggiore di una news vera: una fake news ha il 70% di probabilità in più di essere retwittata rispetto a una notizia vera.

È incredibile che una notizia falsa possa essere così impattante rispetto a una notizia vera; una spiegazione, sempre secondo lo studio, sta nel modo in cui le notizie false sono confezionate. Una fake news nasce infatti per essere un prodotto originale, nuovo, realizzato per essere più facilmente condivisibile; è semplice nella sua esposizione, in più fa leva su forti emozioni umane, molto più dei normali tweet. Le fake news possono creare e suscitare qualsiasi sentimento, dalla sorpresa, allo spavento, al disgusto, alla rabbia; inoltre, si riferiscono sempre a tematiche molto popolari e polarizzanti, come la scienza, la politica e l’economia. 

Fake news, cosa sono e come riconoscerle

Facebook News fake news

Ma perché le fake news sono un problema così grande? Perché esistono? E soprattutto, a chi giova la loro diffusione? Le fake news e la loro produzione spesso non hanno un’organizzazione vera e propria alle spalle; possono partire da utenti il cui scopo è destabilizzare, veicolare contenuti sensazionalistici, o da post che possano diventare virali; le fake news sono ingannevoli: incidono sui nostri pregiudizi, generano grande quantità di consenso e utilizzano la nostra fiducia o la nostra ingenuità per essere condivise e promosse. Uno studio nel Regno Unito ha indicato che meno del 40% dei 2.000 adulti britannici intervistati ha scelto un esperto come l’autorità più affidabile per informazioni e consigli e un sesto ha ammesso di credere a tutto ciò che un amico condivide sui social media, perché le informazioni provengono da persone che si conoscono. 

Secondo la psichiatra e psicoanalista Luba Kessler, le storie inventate semplicemente ci intrattengono, come i pettegolezzi. Possono essere eccitanti, nocive, sconvolgenti; a volte ci forniscono la miglior scorciatoia per riversare e lasciar esplodere le frustrazioni, la rabbia, l’odio. Per comprendere il concetto di fake news basta andare indietro di qualche anno, precisamente al maggio 2019, quando ha fatto il giro del web un video che sembrava mostrare Nancy Pelosi intenta a  balbettare e farfugliare durante un suo discorso. Il New York Times ha rivelato che si trattava, in effetti, di un video modificato.

Un approccio epistemico è essenziale

Le fake news spesso servono a grandi organizzazioni, società che investono grandi quantità di denaro, per manipolare gli utenti sui social e sul web, con lo scopo di lucrare, creare confusione, oppure di cambiare le sorti di una nazione. Per esempio, è noto il caso del Russiagate, in cui una regia vicina al Cremlino, avrebbe creato contenuti per avvantaggiare Donald Trump nella sua corsa alla Casa Bianca, ai danni della candidata democratica Hillary Clinton.

Nel 2017 Kellyanne Conway, una delle principali consigliere del presidente Donald Trump, in un’intervista televisiva definì le false informazioni, che l’amministrazione aveva veicolato in riferimento alla cerimonia di insediamento, “fatti alternativi” alla narrazione dominante dei media statunitensi. Non opinioni alternative ma verità, fatti alternativi; l’era della post-truth e delle risignificazioni arbitrarie dei complottisti sarebbe diventata sempre più reale.

Come si legge in Comprendere il disordine informativo, una guida pubblicata da First Draft, “La disinformazione è un contenuto intenzionalmente falso e progettato per causare danni. È motivata da tre fattori diversi: fare soldi, esercitare un’influenza politica, a livello nazionale o internazionale, o causare problemi per il solo gusto di farlo”. Nel caso di Nancy Pelosi e Hillary Clinton, la disinformazione è stata progettata per promuovere una macchina del fango e delegittimare un avversario politico. 

Fake news, perché esistono e a chi servono

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In questa guida First Draft identifica sette modi di disinformare, sette categorie principali che sono le seguenti: il contenuto ingannevole, ovvero l’utilizzo ingannevole delle informazioni per confezionare ad arte una notizia su qualcuno o qualcosa; il falso collegamento, quando i titoli, gli elementi visivi o le didascalie non sono in linea con il contenuto; il contenuto fuorviante, quando si impersonano fonti autentiche; il contesto falso, quando un contenuto autentico viene condiviso con informazioni contestuali false; la satira o parodia, qualcosa che non intende causare danni, ma ha il potenziale per ingannare; il contenuto modificato, ovvero nuovi contenuti che sono falsi al 100%, progettati per ingannare e danneggiare; il contenuto manipolato, cioè quando informazioni o immagini autentiche vengono manipolate per ingannare.

Queste categorie servono a decretare quanto il problema della disinformazione sia complesso e quanto sia capace di inquinare, attraverso clickbait, didascalie superficiali o satira ingannevole, l’informazione, il lavoro giornalistico, e il nostro vivere quotidiano sulle piattaforme e sul web. Chi crea disinformazione desidera sfruttare la vulnerabilità degli utenti del web e dei social network, e spera che essi diventino un mezzo per amplificare e moltiplicare la fake news, ostaggi di queste false convinzioni.

Ci troviamo in un momento topico e nella nostra società manca l’alfabetizzazione informatica, l’abitudine a pensare in modo critico, la capacità di porsi di fronte alla cascata di informazioni che dobbiamo affrontare nella nostra moderna era digitale, nonché l’attitudine a ricercare le fonti, differenziare fatti e opinioni, e attuare la verifica e la convalida delle informazioni. Un approccio epistemico, a proposito di come acquisiamo la conoscenza, è essenziale.

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