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Il potere del cane: com’è il film Netflix con Benedict Cumberbatch

A 12 anni di distanza da Bright Star, Jane Campion torna al cinema con Il potere del cane, film originale Netflix (nel catalogo della piattaforma dall’1 dicembre) tratto dall’omonimo romanzo di Thomas Savage. Lo fa nella cornice di Venezia 78, che ha riservato un posto in concorso per il nuovo progetto cinematografico dell’autrice neozelandese, già Palma d’oro a Cannes nel 1993 per Lezioni di piano. La regista si avvale inoltre di un notevole cast, forte di elementi di sicuro impatto sul pubblico come Benedict Cumberbatch, Kirsten Dunst e Jesse Plemons, affiancati dal sempre più convincente Kodi Smit-McPhee. Fin dai primi minuti, Il potere del cane si rivela un western atipico, più concentrato sulla distruzione della mascolinità tossica che sulla ricostruzione dell’epica della frontiera, con risultati purtroppo deludenti.

Il potere del cane: il western secondo Jane Campion

Cr. KIRSTY GRIFFIN/NETFLIX © 2021

Ci troviamo nel Montana del 1925, dove i fratelli Burbank Phil (Benedict Cumberbatch) e George (Jesse Plemons) gestiscono con successo un enorme ranch. I due fratelli sono caratterialmente agli antipodi: più cinico, fiero e reazionario Phil, molto più malleabile e goffo George, che però sa adattarsi meglio a un mondo in profondo mutamento. Le strade dei due fratelli si allontanano ancora di più quando George sposa la vedova locale Rose (Kirsten Dunst). Un rapporto aspramente osteggiato da Phil, che concentra il suo astio sul figlio di lei Peter (Kodi Smit-McPhee), di cui si fa continuamente beffe per il suo carattere schivo e pauroso.

Su queste solide premesse, Jane Campion costruisce un western incolore, che strizza l’occhio a I segreti di Brokeback Mountain senza mai sfiorare la profondità e la carica rivoluzionaria di Ang Lee, ripiegando poi su dinamiche familiari scialbe e ripetitive, che sanno continuamente di già visto. Un progetto che fallisce da più punti di vista, compreso quello più inaspettato, cioè l’utilizzo di un interprete di classe sopraffina come Benedict Cumberbatch. L’intento della regista di fare del personaggio dell’attore britannico il centro nevralgico di una riflessione sul cambiamento sociale dell’epoca e, di riflesso, sulla mutazione della sensibilità contemporanea nei confronti dei generi, naufraga di fronte all’impatto su Il potere del cane di Phil Burbank, sempre troppo carismatico e dominante rispetto alla tela che tesse la regista.

Un western incolore

Cr. KIRSTY GRIFFIN/NETFLIX © 2021

Mentre Jane Campion riesce comunque a mettere in scena la lugubre atmosfera che si respira nella famiglia Burbank con interni cupi e freddi, più da thriller psicologico che da western, a lasciare perplessi sono anche le sequenze in esterna, totalmente spogliate dell’aura epica della frontiera americana in nome di una computer grafica posticcia e invasiva, che non rende onore agli spettacolari paesaggi scelti come location de Il potere del cane. Paradossale poi l’utilizzo del personaggio di Kirsten Dunst, soprattutto per la storia artistica di Jane Campion, capace di tratteggiare ruoli femminili semplicemente indimenticabili. Rose è utilizzata come mero pomo della discordia fra i due fratelli e privata del necessario spessore. Una superficialità che si riflette sulla stessa interpretazione di Kirsten Dunst, monocorde e priva di ogni guizzo narrativo.

Nell’epilogo i nodi vengono finalmente al pettine, dando una giusta collocazione ai vari simboli (quello dei tori è il più riuscito) e facendo deflagrare il personaggio di Kodi Smit-McPhee, in una serie di svolte narrative riuscite, anche se abbastanza prevedibile. Troppo poco però per salvare un progetto che partiva con altre ambizioni, che la stessa Jane Campion sembra non sentire proprio, perdendosi in un west mai così impalpabile e irriconoscibile.

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