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il segreto di Dyson

Il segreto di Mister Dyson


Dyson è ormai da anni sinonimo di qualità. Perché sì, ammettiamolo, i prodotti dell’azienda inglese sono indubbiamente costosi ma è un investimento che viene ripagato dall’esperienza d’uso. Aspirapolveri, purificatori e lampade sono semplici da usare, progettati per durare nel tempo ed estremamente efficaci.

Ma come è possibile ottenere questo risultati con ogni singolo prodotto? Come può un’azienda centrare sempre l’obiettivo?

Un’idea me la sono fatta qualche giorno fa quando, seduta negli uffici milanesi di Dyson, Ermes Giavarini, giovanissimo Mechanical Engineer dell’azienda d’oltremanica, mi spiegava come funziona il magico DDM, il Dyson Digital Motor. 

Passione e ricerca

Mentre parlava di Dyson V11, l’ultimo aspirapolvere senza filo del brand inglese, Ermes aveva lo stesso entusiasmo di un appassionato di calcio che parla della sua squadra del cuore.  Insomma, che gli piaccia il suo lavoro è evidente. Ma è altrettanto chiara la sua conoscenza del DDM, il cuore pulsante dell’aspirapolvere.

Si tratta di un motore elettrico intelligente, ossia in grado di capire quale sia la superficie che stiamo pulendo per poi adattare la potenza alle differenti situazioni. Il tutto prevedendo una costante comunicazione tra motore e batteria così da comunicare all’utente finale – tramite il piccolo display LCD – quanta autonomia rimanga e quale modalità sia attiva in quel preciso momento.

Il Dyson Digital MotorMa come siamo arrivati fino a qui? Come siamo giunti ad una macchina che può leggere 8000 informazioni al secondo?

Con la ricerca.

Test e prototipi sono nel DNA del signor Dyson e della sua azienda fin dagli albori. Pensate che James iniziò a sperimentare la tecnologia ciclonica – alla base del DDM – nel 1978. 5 anni e 5.127 prototipi dopo nasce il primo aspirapolvere senza sacchetto al mondo, il Dual Cyclone.

La svolta però arrivò nel 1999, quando James Dyson decise di creare i suoi motori invece di acquistarli da aziende esterne. Nacque così un team dedicato alla creazione di un nuovo prototipo senza spazzole, contatti meccanici e, di conseguenze, scintille. Tutto si basa sul controllo effettuato da un microprocessore.

Cosa cambia? Sicuramente più potenza ma, ovviamente, non sono quella. Nel corso del tempo infatti gli ingegneri di Dyson hanno lavorato per offrire anche un peso ridotto, durabiità e semplicità d’utilizzo.

Ed è qui, in questo scenario, che si inserisce la ricerca con un solido sistema di progettazione che si fonda su quattro pilastri:

  • simulazione, naturalmente al computer con l’uso di particolari algoritmi;
  • design;
  • costruzione, con l’uso della stampa 3D;
  • test;

E poi? Beh, si ricomincia fino a quando non si raggiunge il miglior risultato possibile.

Tutto questo ovviamente è possibile solo grazie agli ingenti investimenti di Dyson in Ricerca & Sviluppo, con milioni di sterline destinati ad affinare la tecnologia e, soprattutto, “a risolvere problemi che gli altri ignorano“.

Insomma, il segreto di Dyson, alla fine, non è una strategia insolita, un progetto futuristico o qualche strano incantesimo. Si tratta semplicemente di abbandonare la strada semplice – quella del reverse engineering, quella del “Vediamo cos’hanno fatto gli altri“, quella del “Massì, basta un piccolo cambiamento” – per tornare alle origini: idee, prove ed invenzioni.

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Erika Gherardi

Amante del cinema, drogata di serie TV, geek fino al midollo e videogiocatrice nell'anima. Inspiegabilmente laureata in Scienze e tecniche psicologiche e studentessa alla magistrale di Psicologia Clinica, dello Sviluppo e Neuropsicologia.
                   










 
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