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Colpo di coda di Trump: dopo Huawei anche Xiaomi nella blacklist USA

A pochi giorni dalla scadenza del mandato, Donald Trump banna un’altra azienda cinese. L’epilogo di una presidenza burrascosa

Trump mette Xiaomi in blacklist. A pochissimi giorni dalla conclusione del suo mandato, fissata per mercoledì 20 gennaio, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump annuncia un altro ban a un’azienda cinese. A essere colpita è stavolta Xiaomi, fondata da Lei Jun nel 2010 e presto diventata uno dei maggiori produttori di smartphone e di elettronica di consumo del mondo.

In una nota del Dipartimento della Difesa USA, l’azienda con sede a Pechino è stata definita una “società militare comunista cinese”.

Xiaomi nella blacklist di Trump con altre 35 aziende cinesi

Il ban di Trump a Xiaomi ha portato subito a prevedibili ripercussioni economiche: il titolo ha perso oltre il 10% negli scambi del venerdì mattina a Hong Kong. Il colosso cinese, che aveva da poco festeggiato il sorpasso su Apple, si era stabilito al terzo posto nella classifica dei produttori di smartphone, alle spalle di Samsung e Huawei, altra azienda colpita dal ban trumpiano.

 

La restrizione nei dettagli

L’inserimento di Xiaomi nella lista nera degli Stati Uniti è motivato dalla pesante accusa di affiliazione all’esercito della Repubblica Popolare Cinese. Questa e altre aziende, spiega il Dipartimento della Difesa, “sembrano essere entità civili” mentre con le loro avanzate tecnologie supporterebbero le Forze Armate nazionali.

Ma in cosa consisterà, in concreto, il ban di Trump? Non dovrebbe trattarsi della stessa blacklist in cui è stata inserita Huawei, a oggi impossibilitata a intrattenere rapporti commerciali con le aziende statunitensi. Ricordiamo che il ban a Huawei ha portato al ritiro delle licenze Android e alla conseguente necessità da parte dell’azienda di creare un sistema operativo proprietario.

Nel caso di Xiaomi si tratta invece di un ban proveniente dal Dipartimento della Difesa anziché da quello del Commercio. Lo stop nei confronti del colosso di Pechino riguarderà dunque gli investitori americani ma non coinvolgerà le aziende che mettono sul mercato software e prodotti.

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La risposta di Xiaomi

L’azienda si è subito difesa con una nota. Nella quale i vertici dichiarano che Xiaomi ha “sempre rispettato la legge e agito in conformità con le disposizioni e i regolamenti delle giurisdizioni dei Paesi in cui svolge la propria attività.” Oltre a confermare di occuparsi solo di “prodotti e servizi per uso civile e commerciale”, Xiaomi ribadisce “di non essere posseduta, controllata o affiliata all’esercito cinese e di non essere una ‘Società militare comunista cinese’.

Xiaomi si dichiara infine intenzionata a intraprendere “azioni appropriate per proteggere gli interessi della Società e dei suoi azionisti, e sta esaminando anche le potenziali conseguenze di questo atto per avere un quadro più completo del suo impatto sul Gruppo.”

Le aziende cinesi bannate: non solo Xiaomi

Xiaomi è stata inserita nella lista nera USA assieme ad altre otto aziende cinesi tra le quali Comac, produttrice di aerei. Solo nell’ultimo anno di presidenza Trump sono state ben 35 le aziende cinesi finite nella blacklist: Xiaomi è in compagnia, ad esempio, della compagnia petrolifera Cnooc e del produttore di chip SMIC, oltre alla già citata Huawei.

Trump, Xiaomi e la black list: una presidenza movimentata

Stupisce una decisione così severa da parte di Donald Trump a pochissimi giorni dal termine del suo mandato presidenziale. Difficile pensare a motivazioni politiche o economiche: il presidente entrante Biden, lontano dalle posizioni trumpiane in politica estera, durante i quattro anni di presidenza molto probabilmente rivedrà i rapporti commerciali con Pechino all’insegna di una maggiore distensione.

Il ban di Trump a Xiaomi sembra piuttosto l’epilogo coerente di una presidenza muscolare, spesso giocata più sul terreno dell’istinto che in quello della strategia a lungo termine.

Ciò ha portato a una netta divisione dell’elettorato statunitense in accesi fan di Trump e infaticabili detrattori. Inoltre gli atteggiamenti e le decisioni del presidente uscente, spesso eccessivi, hanno avuto le drammatiche conseguenze che pochi giorni fa sono state sotto gli occhi degli spettatori di tutto il mondo.

E gli si sono ritorti contro, almeno per adesso: dopo i fatti di Capitol Hill, Facebook, Instagram e Twitter hanno chiuso gli account di Trump.

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Claudio Bagnasco

Claudio Bagnasco è nato a Genova nel 1975 e dal 2013 vive a Tortolì. Ha scritto e pubblicato diversi libri, è co-fondatore e co-curatore del blog letterario Squadernauti. Prepara e corre maratone con grande passione e incrollabile lentezza. Ha raccolto parte delle sue scritture nel sito personale claudiobagnasco.com

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